Il tema della cittadinanza è da molto tempo oggetto di scontro politico. Assistiamo non di rado a campagne elettorali nelle quali il tema portante è lo slogan “padroni a casa nostra” sventolato per convenienza, spesso, nelle realtà locali da gruppi politici o pseudo-civici laddove manchino idee e la capacità di elaborare proposte amministrative. Il nocciolo della questione, però, al netto della demagogia e della conflittualità politica, è proprio capire di chi sia la “casa nostra”.

Partiamo da un punto fermo, la cittadinanza italiana si acquisisce, soddisfacendo una serie di vincoli burocratici nei quali non entriamo nel merito, principalmente a seguito di matrimonio o di una lunga residenza o per vincoli parientali.

La nomina del Ministro Cécile Kyenge ha riportato pesantemente alla ribalta il tema della riforma del diritto di cittadinanza in particolare riferito a chi in Italia sia nato, ma da genitori non-italiani. Tema più o meno timidamente discusso in questi ultimi anni, ma mai, finora, convintamente affrontato in sede parlamentare.

Al riguardo, la normativa in vigore si basa sul principio dello “ius sanguinis” per il quale la cittadinanza italiana è riconosciuta per discendenza o filiazione. È italiano, in sostanza, chi è figlio o genitore di un italiano (è sufficiente un solo genitore per far sì che figlio/a e conseguentemente il secondo genitore si vedano riconosciuto il diritto).

Un bambino che abbia, invece, entrambi i genitori stranieri è, seppur nato in Italia e residente, uno straniero che può chiedere, al compimento del diciottesimo anno e non oltre un anno da quel giorno (dovendo fare, come se non bastasse, i conti con la burocrazia), la cittadinanza italiana.

Al contrario, lo “ius soli” oggetto di discussione fa riferimento alla terra e riconosce la cittadinanza per la nascita entro i confini dello Stato, indipendentemente dalle origini e dalla provenienza dei genitori.

Per la cronaca, a livello europeo prevale nettamente la logica dello “ius sanguinis”, in alcuni casi, tra i quali Francia e Spagna, il filo conduttore, senza addentrarci nei cavilli e tra diversità imposte dalla legislazione e cultura locale (ad esempio la Spagna prevede importanti facilitazioni per i cittadini dei paesi iberoamericani) prevede una residenza minima tra i cinque ed i dieci anni quale requisito per il riconoscimento a chi vi sia nato.

Premesso che una tale questione fortemente condizionante il presente ed il futuro dei bambini (e di conseguenza delle loro famiglie) oltre al diritto stesso alla permanenza sul territorio nazionale, non può essere ridotta, come alcuni vorrebbero, ad un mero calcolo economico (le tasse da pagare e l’incidenza di un cittadino ed i suoi famigliari sul sistema sanitario nazionale), il punto centrale sul quale concentrare i ragionamenti è questo: i bambini nati in Italia da genitori stranieri (centinaia di migliaia negli ultimi anni) acquisiscono la cittadinanza del paese di origine dei genitori e non quella italiana.

E questo, semplicemente, non è giusto. A questi bambini nati, cresciuti e formati qui, i quali spesso neanche conosco il paese di origine dei genitori, ai quali se gli si parla in italiano magari ti rispondono nel dialetto-lingua locale, lo Stato deve dare una risposta al perchè, di fatto, siano stranieri a casa propria.

La discussione politica è incentrata sulla questione dello “straniero” nato lontano. Differenze culturali e religiose oltre a problemi di comunicazione derivanti dalla lingua (problema che, ad esempio, non esiste se non per inflessioni che potremmo quasi definire dialettali tra spagnoli e iberoamericani o tra francesi e chi sia originario di molti paesi africani) non fanno che acuire il rifiuto verso lo straniero, l’integrazione e di consceguenza la possibilità di riconoscimenti sociali.

Da riconoscere, invece, come anche situazioni che vedono certe etnie poco propense all’integrazione non aiuti il processo seppur non giustifichi il fatto che a pagare, alla fine, debbano essere i bambini.

La questione, per essere onesti, è relativamente semplice, basta spogliarci degli interessi politici ed affrontarla con onestà intellettuale nel nome delle libertà e dei diritti individuali; un tale approccio non può che far propendere verso il riconoscimento, con un “cuscinetto” di alcuni anni di residenza reale a prevenire nuovi assalti alle coste, della cittadinanza a chi sia nato in Italia.

Non vi è alcun motivo reale per il quale chi nasca in una realtà e lì vi viva, cresca, studi, si innamori, lavori… non possa rivendicarne il diritto di appartenenza. Perchè di questa situazione si sta ragionando, non dei genitori (i quali comunque, seppur come conseguenza, sono coinvolti).

Non siano dunque le origini dei genitori a limitare oppure a mettere a rischio i diritti dei figli. Quando si riuscirà a trasmettere questo principio, basilare, agli italiani potremo dire di aver fatto un importante passo avanti verso una moderna democrazia liberale.

© Rivoluzione Liberale

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