Mentre si procedeva all’arresto del proprietario del Rana Plaza, altri sopravvissuti venivano estratti dalle macerie. Due buone notizie nell’oceano di disperazione e sofferenza che è diventata Dacca dopo il crollo dell’edificio nel quale si trovavano diversi laboratori tessili. Ma la speranza è stata subito oscurata dalla realtà. Si contano oggi più di 500 morti e decine di persone sono ancora sotto le macerie. Da giorni, questa tragedia ci trasmette le immagini dei più sordidi sweatshops del Bangladesh, aziende che sfruttano la manodopera con grande cinismo. E’ stata lanciata una nuova caccia ai colpevoli. Colpevoli coinvolti direttamente, da una parte, come i proprietari e direttori dei laboratori. Responsabili di un sistema, dall’altra, a livello locale e mondiale.

Il tessile e la confezione costituiscono l’80% delle esportazioni del Bangladesh, l’Europa è uno dei principali clienti. Quasi 4 milioni di persone, delle quali l’80% sono donne, lavorano in questo settore che da 15 anni contribuisce a far crescere del 6% l’anno l’economia di un Paese colpito da calamità di varia natura. Il prezzo da pagare per questa crescita è molto pesante: dei salari vergognosi, solitamente compresi tra i 35 e i 60 dollari al mese e condizioni di lavoro spesso rischiose. La tragedia del Rana Plaza non è la prima, infatti. Cosa e chi dobbiamo biasimare? La mondializzazione, innanzitutto, anche se, in due decenni, ha portato fuori dalla miseria tra 400 e 500 milioni di abitanti dei Paesi emergenti. Il Bangladesh ha oggi un’industria dell’abbigliamento molto forte perché le Regioni della zona più sviluppate, come Cina e India, tralasciano quel settore. Poi ci sono i compratori occidentali. Da qualche anno “le “marche” tentano – o dichiarano di tentare, dipende dai punti di vista – di esercitare un certo controllo sui laboratori che lavorano per loro. Ma non è cosa semplice quando il lavoro viene più volte sub-appaltato, come spesso accade. Quanto ai consumatori, si trovano davanti ad una scelta difficile. La tentazione è forte di boicottare le etichette “made in Bangladesh”, come forte è la tentazione della “moda”. Ma, se per il compratore esiste una scelta “etica”, per l’operaia di Dacca, l’alternativa a un impiego miserabile è spesso inesistente. Questa operaia può solo pensare a come sopravvivere e la sua giornata di lavoro non è una scelta, ma una necessità. Infine, ruolo di non poco conto hanno lo Stato e gli imprenditori bangladesi. Il Rena Plaza aveva otto piani, di cui tre costruiti illegalmente. Si trovava in una zona industriale paludosa ed era già stato più volte dichiarato pericolante e non adatto per un uso industriale. I macchinari pesano. Secondo un funzionario, il 50% dei laboratori si trovano in edifici non messi in sicurezza. Ora, visto che gli imprenditori del tessile locali sono tra  più generosi donatori in campo elettorale e vicini ai due grandi partiti politici…non è difficile intuire dove si trova il nucleo del problema.

In venti anni, l’industria della confezione tessile ha permesso al Paese di arrivare al secondo posto in materia di esportazioni e questa crescita sembra essere avvenuta a totale discapito delle condizioni di sicurezza. Bisogna sapere che questo è un settore totalmente privato e privatizzato. Ci sono pochissime fabbriche pubbliche, che sono più o meno monitorate, ma la maggior parte dei laboratori e la maggior parte degli attori si muovono in uno spazio completamente senza regole. Non c’è alcun controllo da parte dello Stato, nessuna vera regolamentazione. I sindacati, nati qualche anno fa, sono di due tipi e agiscono in modo molto diverso. Ci sono da una parte i sindacati moderni, attivi soprattutto nelle zone franche, dove sono defiscalizzati e hanno diversi vantaggi. In queste zone i sindacati sono molto attivi e difendono i diritti dei lavoratori, o perlomeno tentano di optare per una sorta di democrazia sociale. Ma nelle grandi fabbriche della confezione tessile, quelle messe in causa qui, i sindacati non sono che appendici dei grandi partiti politici dominanti. Sono organi di controllo della popolazione operaia, non difensori dei diritti dei cittadini. Le autorità promettono  di rivedere le norme di sicurezza ogni volta che avviene qualche dramma. Ma poi non succede nulla e questo perché qualsiasi Partito ci sia al Governo, che sia di destra o di sinistra, cammina a braccetto con i grandi industriali,  che non hanno nessuna volontà di sviluppare il diritto dei lavoratori. Tra l’altro scioperi e manifesti malumori non farebbero che rendere più fragile e meno redditizio il settore. Il Governo, dopo questa ultima tragedia, ha annunciato la messa a norma di molti impianti, ma ha anche chiesto che il lavoro venisse ripreso al più presto, per non lasciare in dietro la produzione e quindi gli affari. Si legge un certo cinismo in questo modo di fare. Ricordiamo che ci saranno le elezioni quest’anno in Bangladesh, le autorità hanno la necessità di guadagnarsi la stima della popolazione, e quindi promettono grandi riforme in campo organizzativo e di sicurezza, ma devono anche difendere la loro immagine all’estero, dimostrare che l’economia è dinamica e che può rialzarsi da sola e in fretta da una tale catastrofe (hanno infatti rifiutato gli aiuti stranieri nella ricerca dei dispersi tra le macerie). L’obiettivo principale è non innervosire gli investitori stranieri, che, a questo punto, sembrano essere conniventi. Non andrebbero incriminate anche le grandi imprese occidentali per le quali lavorano questi operai? Certamente. Ma in questo caso il capro espiatorio erano i proprietari dell’edificio, anche se la gente della strada e alcuni sindacati hanno chiesto che anche i proprietari dei laboratori, quelli che affittavano i locali ed erano perfettamente al corrente del cattivo stato dei luoghi, siano anch’essi messi sotto processo. Regolarmente, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIT) chiede la messa in sicurezza dei luoghi dove la gente lavora. Ovunque essi di trovino. Ma ha poco peso in Bangladesh, zone franche a parte, che si allineano come possono alle norme di altri Paesi come la Cina e l’India, che non sono certo campioni di sicurezza, ma dove si lavora sicuramente in condizioni un po’ migliori. E’ soprattutto a livello di ONG che la società civile può trovare attori validi, come Human Rights Watch per esempio, molto attiva in Bangladesh dove cerca di mettere sotto i riflettori il problema della sicurezza sul lavoro.

Secondo l’associazione Clean Clothes Campaing, di base ad Amsterdam, oltra alla britannica Primark e la canadese Loblaw, che hanno ammesso per prime di essere coinvolte nel subappalto dei laboratori “incriminati”, anche Bonmarché e Cortes-Inglés hanno rivelato avere avuto legami con quei laboratori. Altri, tra i quali Carrefour, Benetton e Wal-Mart, hanno smentito le accuse. Qualcuna di loro, anche perché messo sotto pressione da petizioni appoggiate da qualche sindacato a associazione più efficace , ha proposto una sorta di indennizzo alle vittime, tra queste Primark , già firmataria del codice di Iniziativa Etica Commerciale (ETI), un’alleanza di società, ONG e sindacati che conta tra i suoi membri grandi nomi come Stella McCartney, Zara e Gap, per citarne solo alcuni. Sempre più multinazionali  firmano codici etici, affermando che i loro prodotti sono fabbricati in condizioni responsabili, sia riguardo all’ambiente che alle condizioni di lavoro.  Si spinge sempre più sull’Investimento Socialmente Responsabile (ISR), che è diventato uno dei criteri extra-finanziari che servono a valutare gli investimenti.  Ma quello che è successo in Bangladesh, dramma per il quale hanno pagato affamati e inermi schiavi moderni, deve trovare una soluzione che non sia solo cinico interesse e che non veda come attori principali altri che non siano i diretti interessati. Le ONG possono “controllare”, ma la volontà deve venire dai protagonisti.

© Rivoluzione Liberale

 

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