* Prima della crisi il mondo industrializzato occidentale ha vissuto decenni di fortissima pressione competitiva. Prima, negli anni 70/80, la concorrenza giapponese, che ha spinto le industrie manifatturiere USA prima ed europee poi a riorganizzazioni spinte che avevano l’obiettivo di eliminare progressivamente le inefficienze produttive per mantenere competitività di prezzo dei prodotti.  Negli anni 90 ma soprattutto 2000, la spinta competitiva è divenuta globale, con l’esplosione della finanza, la pressione sui profitti a breve, le delocalizzazioni, la crescita rapida dei paesi di nuova industrializzazione.  Tutte le aziende, in tutti i settori, hanno dovuto progressivamente andare verso dimensioni sempre maggiori per ottenere risorse crescenti per gli investimenti, create con economie di scala crescenti.

Il risultato sui ceti produttivi di tutto l’occidente industriale è stato un patto sociale implicito fortemente attraente: facciamo crescere le aziende, facciamo crescere i profitti attraverso la ricerca spasmodica di sempre maggiori efficienze, si crea nuova ricchezza per tutti e grandi opportunità di lavoro e crescita professionale. Chi venisse licenziato troverà facilmente nuovo lavoro, i dirigenti avranno in cambio della loro dedizione alla crescita delle aziende compensi elevati e benefit generosi. L’economia cresce continuamente e si innesca un circolo virtuoso che realizza l’utopia liberista della  sana autoregolamentazione dei mercati e della creazione di benessere crescente per tutti.

L’economia che cresce continuamente permette di mettere in secondo piano le inefficienze della macchina amministrativa pubblica e di addirittura aumentare la spesa pubblica per far partecipare sempre più elettori alla grande festa.

Il risultato sociale è che in regime di concorrenza nazionale e internazionale cresce un ceto produttivo tenuto alla fissazione continua di obiettivi sempre più ambiziosi di creatività, produttività ed efficienza, con informatizzazione spinta delle funzioni, riduzione continua dei costi aziendali ed eliminazione continua di attività a basso valore aggiunto. In cambio il ceto produttivo ottiene  privilegi economici e sociali, si può permettere i costi elevati dell’abitazione, delle scuole e della sanità privata, ha ottime prospettive di impiego per i figli. Lavoro duro e impegnativo, alta responsabilità, contropartite economiche e di ottime prospettive per il futuro.  

© Rivoluzione Liberale

*Trattasi di una serie di articoli che verranno pubblicati il martedì ed il sabato e che complessivamente espongono una analisi dal punto di vista liberale, proponendo le relative  soluzioni.  

Il precedente articolo: Le tre Italie: La crisi e le due Italie che diventano tre

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