Il cliché offre la materia alla mostra corrente al Musée d’Orsay: Les Macchiaioli 1850-1874: des impressionnistes italiens? (I Macchiaioli 1850-1874: gli impressionisti italiani?). Viene frequentemente riproposto il confronto tra Macchiaioli e Impressionisti e non mancano certo i punti di contatto, per quanto si tratti di due realtà artistiche del tutto distinte.

Per chi si fosse perso la recente esposizione al Musée de l’Orangerie può ancora rimediare fino al 22 luglio. I più importanti poli museali dell’Impressionismo e del Post-impressionismo hanno previsto un periodo da febbraio a luglio tutto macchiaiolo, un rinverdire stagionale in grande stile.

I Macchiaioli sono i predecessori degli Impressionisti esclusivamente cronologicamente iniziando a operare una ventina d’anni prima. Nella travagliata Italia preunitaria Firenze, capitale del Granducato di Toscana, era il luogo più adatto per la nascita di un movimento artistico avanguardistico bisognoso di quella libertà così agognata allora. Giovani artisti accorsi da realtà nazionali che li obbligavano al silenzio e a calmare i propri entusiasmi rivoluzionari e politici portavano nuovi stimoli e tensione di sfida.

Il clima del Caffè Michelangelo di via Larga (ora scomparso nell’odierna via Cavour) era similare a quello del parigino Café Guerbois della Grande Rue des Batignolle, 11. Era un luogo di confronto per quei giovani che respiravano arte. Bisognava quindi andare contro la tradizione accademica e tutto ciò che essa veicolava, e con questo non si intende solo un senso annientante di polveroso vecchiume.

Addio (adieux) ai soggetti di carattere storico e mitologico, alla prospettiva geometrica, all’ostentazione del chiaroscuro, all’uso esasperato del bianco e del nero, alla centralità di disegno e linea. Benvenuti l’aggregazione spontanea senza teorie o manifesti preordinati, la natura e la vita urbana, la realtà della vita quotidiana, la luce che si fa colore, la pennellata più veloce, il nome del movimento nato da una critica di esperti troppi scettici e chiusi nei propri dogmi e nelle proprie convenzioni.

La macchia data da masse contrapposte di colori graduati a creare luce e ombra e a farsi volume di per sé, stesi in modo omogeneo, raggiunge il proprio picco nella Roronda dei bagni Palmieri (1866) diGiovanni Fattori, presente in quest’occasione. Le fasce orizzontali di colore rendono palpabile il pomeriggio afoso e l’aria rarefatta in cui sono immerse le signore borghesi rifugiatesi sotto il tendone.

I lineamenti dei visi non sembrano assumere grande importanza, non importa molto chi esse siano. Il sollievo per delle figure così pesantemente vestite per la stagione appare quasi anacronistico ai nostri occhi di allegri bagnanti estivi: l’unico loro sollievo è quello di ammirare il mare.

Il vero si fa protagonista nelle opere esposte, tra le più rappresentative del periodo macchiaiolo. Il Ritratto di Giuseppe Garibaldi (1861) e Il canto dello stornello (1867) di Silvestro Lega, Campo italiano alla battaglia di Magentadi Giovanni Fattori e molte altre.

I colleghi francesi adoperano invece una pennellata a virgolettature, ma il senso di immediatezza e naturalezza è comunque al centro, che si parli di impressioni e sensazioni dell’attimo fuggente o di duro lavoro nei campi e campagna italiana non cambia molto. Le analogie sono molte, ma un confronto dal vero più che mai possibile in questa istanza tra un Monet, un Renoir, un Degas e un Lega, un Signorini, Boldini è l’unico modo per rendere evidenti le dissonanze tra i due gruppi.

© Rivoluzione Liberale

 

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