A seguito dell’approvazione dell’Assemblea Generale del Maryland per il voto favorevole di metà marzo sia del Senato sia della Camera dei Rappresentati, il Governatore Martin O’Malley ha recentemente firmato (2 maggio 2013) la Legge che abolisce la pena di morte entro i confini del proprio Stato.

O’ Malley, esponente democratico, si batteva da anni contro la pena capitale (un primo tentativo di abolizione risale al 2009) tanto da essere uno degli autori del testo della Legge per conseguenza della quale il Maryland diviene il diciottesimo stato USA (sei solo negli ultimi sei anni con Connecticut, Illinois, New Mexico, New York e New Jersey) ad abolire la condanna a morte sostituendola con l’ergastolo senza possibilità di libertà condizionata.

In Maryland l’ultima esecuzione di un condannato risale al 2005; sono cinque, invece, i condannati tuttora “nel braccio della morte” per i quali il Governatore, non avendo la nuova Legge un carattere retroattivo, potrebbe convertire la pena in ergastolo e riguardo ai quali ha dichiarato verrà fatta una valutazione separata per ciascun caso.

Particolare degno di rilievo, nel prendere e portare a compimento la decisione O’Malley e la maggioranza dell’Assemblea Generale del Maryland pare non si siano fatti condizionare nè da logiche di opportunità o riscontro personale, tantomeno dal orientamento dell’opinione pubblica o dai sondaggi per i quali solo il 38% della popolazione residente era schierato per l’abolizione della pena capitale. Una scelta coraggiosa, quindi, a dimostrare come l’azione politica possa essere espressione di princìpi e dei diritti civili e non solo dell’ambizione e della gratificazione personale.

La posizione di O’Malley è sempre stata chiara: la condanna a morte “non funziona” in quanto “è una misura che si è dimostrata inefficace” perchè non svolge una funzione “deterrente” verso i crimini violenti, perchè “costa tre volte” rispetto al ergastolo e perchè “non può essere somministrata senza il rischio di un pregiudizio razziale”. Una bocciatura del sistema, quindi, sotto ogni punto di vista.

Seppur si sia trattato “solo” del diciottesimo Stato dell’Unione su cinquanta ad abolire la pena di morte, il mondo liberale non può che gioire di fronte a questa iniziativa.

Importante il trend: sei Stati in sei anni sono uno schiaffo alla mentalità forcaiola da sempre dominante negli USA; le argomentazioni riportate da O’Malley, poi, verosimilmente una miscela soppesata e bilanciata per affrontare i cittadini e trasmettere le proprie ragioni con temi-spot facilmente recepibili, sono valide ed innegabili, ma possono essere integrate con un altro paio di questioni di peso.

La prima consiste nella valutazione che nuove tecniche di investigazione possono svelare errori giudiziari (riguardo a vecchie sentenze) e possono salvare, ed hanno salvato, innocenti condannati ed in attesa di esecuzione. La questione, per essere realisti, è quindi l’estrema difficoltà, per non dire impossibilità, di emettere sentenze dove sia identificato il colpevole senza la benchè minima possibilità di equivoco ed errore; aspetto fondamentale poichè si ragiona al riguardo di una pena, per così dire, senza possibilità di ritorno.

Altro grande pericolo, molto semplicemente, è la gestione economica dei processi in quanto, a prescindere dall’innocenza, chi ha più soldi ha maggiori possibilità di salvarsi grazie ad un buon team di avvocati, mentre, anche qualora innocente, chi soldi non ne ha rischia molto di più scontrandosi, in molti casi, con professionisti senza scupoli disposti a tutto pur di vincere una causa e portare a casa l’onorario.

Troppe, quindi, le pecche del sistema, le carenze ed i rischi collegati alla possibilità di condanna di un innocente.

Messi a presupposto i ragionamenti sin qui fatti, resta un ultimo aspetto da considerare attentamente per completare l’analisi della questione: la riflessione su come l’unica norma e principio a garanzia di come, effettivamente, “Giustizia venga fatta” non possa che essere la “certezza della pena” intesa non come vendetta, ma come certezza ed unica garanzia per la tranquillità sociale.

Molto semplicemente, chi è stato condannato perchè riconosciuto colpevole di un crimine, a maggior ragione se efferato, deva scontare, nel rispetto innanzi tutto della sensibilità della parte offesa, una pena reale,  proporzionata alla gravità del crimine, in carceri che garantiscano standard di accettabile detenzione e senza (eccessivi) sconti ai quali vi sia la possibilità di accedere solo a determinate condizioni e solo dopo aver scontato una porzione significativa della condanna stessa.

Infine, facendo un piccolo riferimento a casa nostra, al di là degli eccessi di un sistema USA ancora eccessivamente sbilanciato verso la pena di morte, va riconosciuto come la “certezza della pena” sia uno standard raggiunto, in linea di massima, dagli Stati Uniti; ben lontano da raggiungere, invece, da noi per un diffuso buonismo ipocrita, per carenze strutturali ed infrastrutturali del sistema, per non parlare delle intercessioni (ed intromissioni interessate) della politica.

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