Il settore amministrativo pubblico in Italia negli ultimi decenni, quando il sistema produttivo si trovava di fronte a un ambiente sempre più competitivo e in cambiamento sempre più rapido, si muove a una velocità ben diversa, anzi a volte a marcia indietro. La modernizzazione, soprattutto l’informatizzazione è stata molto più lenta che nel settore privato. In molti casi è stata semplicemente assente. La spinta alla riorganizzazione è stata più dichiarata che reale. Nel caso italiano si è poi verificato un fenomeno paradossale: mentre in tutto il mondo produttivo si cercava di aumentare continuamente le dimensioni delle aziende per far fronte alla concorrenza internazionale e assorbire i costi della crescente complessità, la pubblica amministrazione in Italia conosceva il fenomeno opposto. La devolution regionale crescente portava alla proliferazione di piccole gestioni locali frammentate di attività che per loro natura sono nazionali e strategiche, a partire dalla sanità, per non parlare dei rifiuti e della fiscalità. L’autonomia legislativa delle regioni ha drammaticamente peggiorato il tipico caos normativo italiano, generando conflitti di competenze, contenziosi e costi smisurati. Il risultato finale è la moltiplicazione degli ostacoli  alle attività produttive e dei costi della macchina pubblica.

Una sorta di tela di Penelope costituzionalmente sancita: quello che di giorno crea la macchina produttiva, di notte distrugge la macchina amministrativa. Con costi immensi e difficilmente rilevabili e misurabili. Una situazione diabolica.

Allo stesso tempo, è rimasta invariata la realtà di circa 8000 comuni che gestiscono le loro attività in autonomia. I comuni svolgono funzioni importantissime, ma non essendo soggetti ad alcun tipo di concorrenza, non hanno alcuna preoccupazione di ricerca di efficienza. Spendono  e chiedono allo Stato e ai cittadini. Tutto è lasciato alle capacità e alla buona volontà dei sindaci e dello strutture. Ma senza alcuna vera responsabilità

Il risultato sociale del culto delle autonomie locali frammentate è stato la perpetuazione di un regime di attività amministrative pubbliche che presentano le caratteristiche dei monopoli in ambiente protetto:   l’autoconservazione di  un ceto amministrativo non tenuto alla fissazione continua di obiettivi di creatività, produttività ed efficienza e alla informatizzazione spinta delle funzioni, alla riduzione continua dei costi e alla eliminazione continua di attività a basso valore aggiunto. Il ceto amministrativo ha paradossalmente ottenuto negli anni dell’abbondanza, soprattutto per i dirigenti,  privilegi economici e sociali,  senza però le contropartite di impegno, pressione e competizione del settore privato. Lavoro a ritmi ben più bassi, poca o nulla responsabilità, valutazioni di merito non misurabili se non soggettivamente. Da cui la notoria tendenza all’autoprotezione e allo scarico di responsabilità.

Non più sottopagati, ma sempre di più privilegiati. Esiste un altro paese al mondo dove il direttore generale dell’Agenzia delle Entrate guadagna più del presidente degli Stati Uniti d’America?

© Rivoluzione Liberale

*Trattasi di una serie di articoli che verranno pubblicati il martedì ed il sabato e che complessivamente espongono una analisi dal punto di vista liberale, proponendo le relative  soluzioni.  

I precedenti articoli: Le tre Italie: La crisi e le due Italie che diventano tre; Le tre Italie: Il settore produttivo prima della crisi

 

CONDIVIDI