All’indomani delle elezioni politiche, vinte dall’ex Primo Ministro Nawaz Sharif e la sua Lega Musulmana, un nuovo equilibrio di forze politiche va delineandosi in Pakistan.

Queste elezioni costituiscono per prima cosa una importante passo verso la democrazia, un segnale forte che ha prevaricato sulle minacce dei ribelli Talebani e sulle irregolarità rinvenute in qualche seggio elettorale. Il Partito per la Giustizia (PTI) dell’outsider Imran Khan è arrivato secondo, realizzando una rimonta degna di nota. La partecipazione al voto è stata storica, intorno al 60%. Mai, in 25 anni, più precisamente dalle elezioni del 1977, si era riscontrato un tale afflusso alle urne. Ciò equivale a dire che i Talebani hanno fallito l’obbiettivo della loro campagna di violenza. Da un mese, moltiplicavano gli attacchi contro i candidati. La vigilia dell’apertura dei seggi, minacciavano ancora gli elettori, “invitandoli” a non recarsi a votare. Anche i morti di Sabato mattina non hanno fermato i pachistani. La posta in gioco era importante. Per la prima volta dal 1947, anno dell’indipendenza del Paese, il Governo uscente ha realizzato un mandato completo. Andando a votare, i Pachistani hanno mostrato non voler mancare questo appuntamento. Obbiettivo: rafforzare la loro  Democrazia, dal passato molto instabile. La vittoria di Sharif è anche piena di significati simbolici. Il Leader della Lega Musulmana del Pakistan era stato cacciato dal Governo, 14 anni fa, dal Generale Musharraf. La sua vittoria è totale visto che l’ex dittatore è oggi agli arresti domiciliari dopo un poco felice ritorno in Patria, proprio per candidarsi a queste elezioni. In molti editoriali, i giornali pachistani hanno mostrato più interesse al processo democratico, sottolineato dall’alto tasso di partecipazione, che ai risultati dei vari partecipanti. Quello che è certo, è che la popolazione ha dimostrato grande coraggio andando a votare in un’atmosfera carica di minacce, bombe e attentati. Ora tutto è in mano ai Partiti dei candidati vincitori ed è ora che il gioco si fa difficile. Si aprono delicati negoziati, perché Sharif ha bisogno di ancora una ventina di Deputati per formare una maggioranza. Non sono molti, ma con equilibri così precari il compito rischia essere complicato. Ma che sia con Khan, gli Indipendenti o i piccoli partiti, il lavoro che aspetta il futuro Governo è titanico: terrorismo, economia e guerre settarie non roba di poco conto, per non parlare del futuro rapporto con gli Stati Uniti.

Dopo anni di crisi e sospetti tra il Pakistan e gli Stati Uniti, Washington sa di essere obbligata a mantenere la sua alleanza con questa potenza nucleare, minacciata dall’estremismo islamico. E dovrà fare i conti con la nuova coalizione al Governo molto meno pro-americana che quella portata avanti dal 2008 dal Partito del Popolo Pachistano del Presidente Asif Ali Zardari. Pragmatica di fronte al matrimonio per interesse concluso con Islamabad dopo l’11 Settembre 2001, Washington ha salutato il 9 Maggio, in anticipo sul risultato elettorale, “la storica transizione democratica” che rappresentano queste elezioni, per un Paese dalla Storia politica insanguinata e costellata di colpi di Stato militari. Il portavoce del Dipartimento di Stato , Patrick Ventrell, ha assicurato che gli Stati Uniti “si impegneranno con il prossimo Governo democraticamente eletto”, qualsiasi esso. Quello che c’è in gioco è di vitale importanza per Washington. Dal controllo dell’arsenale nucleare alla lotta anti-terrorista, passando per il ritiro dall’Afghanistan e il peso strategico del Pakistan. Lasciare questo Paese è per gli USA impensabile. Se durante la presidenza di Asif Ali Zardari (2008-2013) Washington poteva contare su qualche personalità politica filoamericana, con le elezioni dell’11 Maggio scorso le cose potrebbero cambiare. I due “vincitori”, l’ex Primo Ministro Nawaz Sharif – il cui Partito conservatore è alleato degli islamisti –  e l’ex gloria del cricket Imran Khan, non hanno mai nascosto il loro anti-americanismo.  Nawaz  ha più volte dichiarato voler riaprire il dialogo con i ribelli del TTP (movimento dei ribelli Talebani pachistani, dichiarato illegale) contro i quali l’esercito di Islamabad combatte nella cintura tribale frontaliera. Ricordiamo che in Pakistan, una frangia importante dell’opinione pubblica ritiene che questo conflitto nelle zone tribali non sia “la guerra del Pakistan”, ma “la guerra degli Americani” che Washington ha imposto al Paese approfittando della debolezza del Governo di Islamabad. Secondo gli analisti però, l’approccio di Nawaz Sharif dall’apparenza conciliatrice nei confronti dei Talebani è servito più che altro a salvaguardarlo dagli attacchi terroristici. Corrisponde anche al gioco delle forze politico-religiose che strutturano la provincia del Punjab, bastione regionale di Sharif e dove sono  radicate organizzazioni islamiste radicali come Ahle Sunnat Wal Jamaat (ASWJ), le cui emanazioni terroriste – Lashkar-e-Janghvi  (LeJ) – commettono regolarmente atti di sangue contro gli sciiti “eretici”. Sharif non ha alcuna relazione istituzionale con questi gruppi. Ma è de facto legato a loro in virtù di accordi impliciti che mirano a preservare la pace civile in Penjab, strano che questi stessi gruppi colpiscano solo fuori dalla “sua” Provincia (Karachi e Quetta). Questi accordi non scritti con i talebani del Penjab – che non sono i talebani Pashtun del TTP – compongono lo sfondo delle dichiarazioni di Sharif in favore del dialogo con gli insorti, ma potrebbero risultare per lui un’arma a doppio taglio: ora che ha vinto chiederanno qualcosa in cambio. Il dialogo con queste forze tribali, che siano i Talebani Pashtun o le minoranze del Punjab, non sarà cosa semplice. Per  molti la guerra riprenderà. Terrorismo, USA, economia, sono tutti pezzi di uno stesso puzzle. Anche se l’impopolarità di Barack Obama eguaglia quella del suo predecessore George W. Bush, ricordiamo che quest’ultimo aveva tuttavia siglato alla fine del 2001 un’alleanza nella “guerra contro il terrorismo” islamico con Islamabad, che aveva fruttato, in un decennio, 20 miliardi di dollari in aiuti al Pakistan. Una somma di denaro che potrebbe “interessare” il nuovo Primo Ministro. Secondo alcuni esperti, ci potrebbe essere addirittura una sorta di “luna di miele” tra Washington e Islamabad, che darebbe nuovo impulso al dialogo americano-pachistano su questioni fondamentali come la sicurezza e l’economia. Il nuovo Governo a breve dovrà negoziare con il FMI un nuovo prestito per compensare il calo delle riserve di valuta, impegnarsi per la restituzione del debito e rassicurare gli investitori e dovrà migliorare anche la situazione energetica e attaccare i privilegi feudali ancorati nelle strutture statali. La stabilità del Paese è in precario equilibrio, non solo per questioni religiose, politiche o di sicurezza, la grande incognita e le preoccupazioni maggiori sono legate alla sorte dell’Afghanistan dopo il 2014. Gli Stati Uniti possono essere un ancora di sicurezza di non poco peso.

Molti cambiamenti sono attesi quest’anno. Il mandato del Capo di Stato scade a Settembre. Il Capo di Stato Maggiore va in pensione in Novembre e il Presidente della Corte Suprema lascia le sue funzioni a Dicembre. Quale sarà l’atteggiamento della nuova maggioranza e dei successori di questi tre uomini chiave nei confronti dei Talebani? Dell’India? Dell’Afghanistan? Degli USA? L’esercito, forte del peso che gli viene dalla Storia caotica di un Paese che possiede la bomba nucleare, si accontenterà di osservare il gioco politico dalle sue caserme? Il 2014 si preannuncia veramente cruciale per il Pakistan.

 © Rivoluzione Liberale

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