Pura elegia non filtrata permea i quadri di Marc Chagall (1887-1985). Artista impossibile da inquadrare perché unico. Il Musée du Luxembourg di Parigi offre fino al 21 luglio una lettura che solitamente sfugge: Chagall entre guerre et paix (Chagall tra guerra e pace).

L’esposizione si articola in 4 sezioni a cavallo della storia: Russia in tempo di guerra, dove i luoghi dell’infanzia sono morti e vi è una serie riguardante la relazione con la prima moglie Bella Rosenfeld; Tra le due guerre, in cui ha particolare importanza la Bibbia e si instaura un tripudio di creature ibride; Esilio negli Stati Uniti, che tratta la fuga a New York, un tributo a Bella venuta a mancare nel 1944 e la tematica della guerra con Cristo crocifisso simbolo universale del dolore umano; Gli anni del dopoguerra e il ritorno in Francia, che prevede una grande sperimentazione di tecniche e una serie dedicata ai monumenti di Parigi.

Chagall è colore prima di tutto, e questo è un aspetto che salta all’occhio. L’uso del colore inevitabilmente varia durante i diversi momenti della vita del pittore/poeta e la sua profonda sensibilità di ebreo errante lo portano a modulare tinte e toni per intessere la propria tela. Sceglie coscientemente ogni filo per il proprio Tallìt (scialle da preghiera) in un percorso rabbinico.

Quando narra gli orrori che colpiscono il suo popolo durante la guerra in Russia e in particolare il regime nazista nella II Guerra Mondiale, le tonalità si smorzano e tendono a diventare sobrie. Quando invece è travolto dal turbinio dell’amore per le proprie amate (tre susseguitesi nella sua vita) e soprattutto per Bella, sua musa, guida e modella, i colori trionfano liberi, intensi e brillanti.

Nel periodo maturo poi il colore ha bisogno di espandersi e superare i contorni, meri limiti formali, così che si tende a cromatismi meno vari. Solo un maestro riesce a esprimersi a questi livelli attraverso i colori conferendo il peso desiderato, come se all’elaborazione dell’opera seguisse una rilettura necessaria per dare all’ensemble il giusto peso.

Motivo dominante è quello del suo shtetl, ovvero il piccolo villaggio natio di Lyozno nei pressi di Vitebsk in Bielorussia, da cui è dovuto mancare tanto da dover sopperire alla sua assenza nell’universo della fantasia con il ricordo edulcorato e imperituro. Egli infatti affermava: “La mia anima è la mia patria. Vi posso entrare senza passaporto e mi sento a casa. Questa casa accoglie la mia tristezza e la mia solitudine, e non ha altre case intorno: furono distrutte durante la mia infanzia, i loro inquilini ora volano nell’aria, vivono nella mia anima.”

Sono quindi slegati dai lacci delle concezione razionalistiche e dalla legge di gravità capre, galli, suonatori e circensi. L’ethos popolare yiddish, fatto di rassicuranti tradizioni e festività rituali, è conservato appieno come in un’indefessa celebrazione in cui la musica klezmer ne è certamente la colonna sonora. L’allegoria e la narrazione sono gli elementi insostituibili dell’esperienza personale storica di Marc Chagall.

Ecco che la pace della regolare quotidianità incontra la guerra per niente estranea all’artista che anche oltreoceano, e forse soprattutto oltreoceano, si sente coinvolto tra persecuzioni e Shoah. Il cuore e l’anima sono difatti gli ingredienti fondamentali, senza i quali non avrebbe senso dipingere. Del resto, egli è davvero l’ebreo errante. Nella Mia vita scrive «Né la Russia imperiale, né la Russia dei Soviet ha bisogno di me.Io sono, incomprensibilmente per loro, straniero». Straniero nel “proprio” Paese.

© Rivoluzione Liberale

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