Ogni volta che si cerca di definire che cosa sia certamente di sinistra e cosa di destra, si arriva sempre a un punto morto. “Dì qualcosa di sinistra!” intimava Nanni Moretti a Massimo D’Alema. Ma in realtà nessuno sa dire, che cosa sia oggi di sinistra e che cosa di destra. Se poi uno va a cercare la differenza non nei comportamenti ma nel modo di essere e di sentire, allora si rintraccia più facilmente il gene della differenza che è antropologica: la persona di sinistra, dell’area ex Pci, è sinceramente convinta di essere moralmente superiore. Certa della propria superiorità etica, cui aggiunge per buon peso anche una superiorità intellettuale (non per caso Enrico Berlinguer, nel tentativo di sostituire la morta spinta propulsiva rivoluzionaria con un nuovo valore, scelse l’arianità morale dei comunisti italiani”. C’era e ancora c’è qualcosa di liberale in questa posizione antropologia antica e confermata? No, nulla. Semmai, al contrario, una forte inclinazione verso lo Stato etico, la confusione fra democrazia rappresentativa e oligarchia che incarna “in sé” e senza disturbare le opinioni dei cittadini, dei valori autoreferenti, tautologici, in definitiva rivelati e amministrati da un clero di funzionari dotati di fede e spirito di obbedienza. Da quei vecchi parametri la sinistra si è evoluta poco: incamerando la sinistra cattolica per produrre una sintesi cattolico-comunista, la scintilla che doveva produrre l’emulsione perfetta non è mai scoccata, sicché le due componenti dell’attuale Partito Democratico si tollerano ma non si mescolano. Elementi liberali si sono andati saldando e hanno tentato di introdurre una identità comune, ma il risultato è stato mancato. La sinistra esterna, quella del Sel, segue le linee guida dei suoi antenati, dal Psiup a Rifondazione, con un briciolo di decorazioni colorate e un’apertura più marcata al mondo gay.

Dall’altra parte la monarchia berlusconiana ha sequestrato tutte le forze disponibili nel mondo maggioritario di coloro che in Italia semplicemente rifiutano e sempre rifiuteranno di votare per “i comunisti”, comunque si chiamino oggi. Quest’area è maggioritaria, sicché Berlusconi vince quando il suo campo non viene diviso da fattori esterni, e perde quando i fattori esterni lo dividono. La sinistra sa che non potrà mai vincere se non dividerà il campo avverso, o ne porterà una quota fuori del campo di gioco. Prima che ciò accadesse, il ruolo di monarca oggi impersonato da Berlusconi era rappresentato da un organismo collettivo, la Democrazia Cristiana con la corona dei suoi alleati, capace di fare massa critica intorno al comune sentire religioso garantito dalla Chiesa cattolica. Disfatta la Democrazia Cristiana sotto il duplice maglio di tangentopoli e della fine della guerra fredda, il suo ruolo collettivo è stato assunto da un monarca politico come Berlusconi, con tutti i suoi noti pregi e difetti. Tra i suoi pregi, l’abbiamo visto anche nelle ultime elezioni politiche, quello di saper suonare il flauto magico che raduna a raccolta un popolo elettore variopinto e anarchico, con tutte le sfumature del nero e del verde. Uno dei risultati innegabili di questo processo di emulsione a destra, è la scomparsa per liquefazione ed assorbimento, di ogni organizzazione neofascista o post neofascista. La storia di Gianfranco Fini è nota. Quella dei suoi antichi “colonnelli” anche. L’antico Msi trasformato in Alleanza Nazionale, poi disfatto con la secessione tra Fini e Berlusconi, è stato inghiottito nel nulla, anche se restano alcune tracce praticamente innocue.

L’antipolitica di cui giustamente oggi molto si parla e che ci allarma va probabilmente letta in termini storici in modo che possa fare meno impressione. Diciamo che in Italia il parlamentarismo democratico è attecchito nelle istituzioni, ma mai nel cuore della gente. Il popolo italiano ha delegato ogni passione democratica ai partiti faziosi e di massa del dopoguerra – la Dc, il Pci, il Psi – senza mai affezionarsi alla democrazia. Il legame emotivo, ideale, storico fra il popolo italiano e le sue istituzioni è stato sempre retorico, aulico, distaccato. Quando assisto alle grandi feste popolari in America nel corso delle ricorrenze di quella democrazia, assisto alla celebrazione di un mito – la democrazia, appunto – che è nei cuori e nelle menti della gente comune. Gli italiani non  si sono mai appassionati al Parlamento come istituzione, alla Costituzione come libro mastro della Repubblica. Sono rimasti divisi – salvo le minoranze etniche liberali e piccoli grumi di laburismo – fra fascisti, comunisti, cattolici generici e non vincolanti. L’idea politica di uno Stato rifondato dopo la guerra non è mai stata una bandiera, un inno all’amore per le istituzioni. Di conseguenza, anche se mi indigno moltissimo di fronte alle manifestazioni contro il Parlamento e contro le istituzioni – il “Palazzo” secondo Pasolini – dentro di me so benissimo che quella gente non sente e non ha mai provato alcun sentimento profondo per la democrazia “in sé”, per la democrazia come forma, per la democrazia come garanzia. I liberali di varie tendenze, di destra e di sinistra, o anche semplicemente liberali, sono sempre stati una minoranza etnica che non ha mai saputo aprirsi all’impollinazione dell’intera prateria popolare. I liberali, malgrado alcuni successi elitari durante la prima repubblica, sono stati  elementi decorativi: il partito di Benedetto Croce e di Luigi Einaudi e di tanti altri, non ha mai saputo e voluto coltivare una vocazione di massa.

Dall’altra parte, il monarca politico Berlusconi non ha avuto difficoltà a fare shopping ideale e terminologico nel mercato liberale, approvvigionandosi di idee, di principi, di slogan, con la ben nota capacità onnivora. E con lui sono o sono stati per lungo tempo molti veri campioni del liberalismo italiano a cominciare da Antonio Martino.

Nel frattempo, come giustamente nota Stefano de Luca in “Democrazia rappresentativa sotto attacco” è cresciuta una organizzazione nata sul Web che pratica l’antiparlamentarismo in nome di un ritorno all’assemblearismo, una tecnica di democrazia diretta che è sempre fallita o che ha portato, è il caso dei consigli di fabbrica russi detti soviet, alla dittatura. A questo proposito si può e si deve dire che indipendentemente dalla ipotizzata buona fede dei capi del Movimento 5 Stelle, la loro azione politica si muove su una scia che storicamente ha condotto all’abolizione della democrazia rappresentativa e all’instaurazione di una autocrazia e poi di una dittatura.

Inoltre, il movimento 5 Stelle è per sua stessa definizione totalitario: Beppe Grillo vuole il controllo totale della politica e non accetta compromessi ed alleanze. Presentandosi come l’ammortizzatore dell’ira popolare, dunque come il detentore di un’arma che è sua facoltà scatenare o mantenere in sicurezza, Grillo scherza col fuoco e fa scherzare col fuoco l’intero Paese. C’è tuttavia qualche germe liberale in questo movimento? No, perché il suo valore non è il rispetto per la libertà e la dignità del singolo individuo, ma quello della consultazione referendaria in rete, da cui i valori dovrebbero scaturire per fonte sorgiva della verità e del bene pubblico.

Quali antidoti? Io sono ormai un convinto sostenitore del sistema francese e della legge elettorale che lo sostiene. Il semipresidenzialismo salvaguarda le prerogative del Parlamento, come del resto il presidenzialismo puro americano che è condizionato dal potere di Congresso e Senato e delle loro potentissime commissioni.

Il semipresidenzialismo alla francese si regge su una legge elettorale a doppio turno, in cui il primo turno svolge le funzioni delle primarie cui tutto il popolo partecipa, e il secondo torno proclama il vincitore del duello finale.

Un rafforzamento del Parlamento e del parlamentarismo è la condizione per bilanciare un Presidente (o cancelliere, o “prime minister”) e regolare la figura del “leader”. Ormai è impossibile far vivere una forte democrazia senza la partecipazione di forti leader ben visibili che costituiscano e incarnino personalmente i valori che il popolo sovrano vuole vedere non scritti sulla carta ma rappresentati da un nome, un volto, uno stile.

Credo che questa soluzione permetterebbe sia di far crescere forti organizzazioni politiche di massa che piccole organizzazioni capaci di condizionare la politica. Il GOP, il Grand Old Party repubblicano in America è formato da una costellazione di comitati, Think Tank, correnti culturali, organizzazioni locali e politiche, che al momento della chiamata alle armi si trasforma in un partito agile, veloce, giovanile, reticolato sul territorio.

Soltanto in quella prospettiva penso che abbia senso mantenere ben vivo e visibile quella che altrimenti sarebbe una curiosità storica residuale, un Partito Liberale con i suoi valori e la sua identità. Un tale partito dovrebbe avere lo slancio intellettuale sufficiente per recuperare i valori scippati e riportarseli a casa. Dovrebbe avere voce, visibilità e capacità di mostrarsi e attrarre il dibattito su di sé. Per ottenere questo risultato dovrebbe fare un accurato inventario nei suoi magazzini delle risorse umane, delle idee e della capacità di diffonderle, difenderle, farle prevalere. Ma non credo che la vocazione storica di una formazione liberale oggi possa essere quella di proporsi come satellite di una sinistra che è alla perenne ricerca della propria identità e che potrebbe esplodere in mille pezzi.

Altro discorso va fatto invece sulla destra, dominata dal monarca che probabilmente non appena potrà smettere di combattere per la propria sopravvivenza lascerà un campo disarticolato ma ricco di semi liberali che, bene o male hanno attecchito e che potrebbero tornare a germogliare. Allo stato attuale un partito liberale ha interesse affinché tutte e tre le organizzazioni che hanno avuto ciascuna un terzo del consenso espresso, si ridimensioni e si dissolva. “Vaste programme” avrebbe commentato il generale de Gaulle, ma non vedo altre vie nelle condizioni date.

© Rivoluzione Liberale

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