Dopo quarant’anni di comunismo e più di quindici anni di dolorosa transizione democratica, i bulgari speravano che l’adesione del loro Paese all’Unione Europea, avvenuta nel 2007, segnasse l’inizio di una nuova era fatta di prosperità e stabilità. Non è stato propri così. La Bulgaria rimane il Paese più povero dell’UE e Domenica 12 Maggio ha visto svolgere le elezioni politiche anticipate, in un clima carico di tensione.

Le dimissioni avvenute lo scorso 20 Febbraio del Primo Ministro di centrodestra, Boiko Borissov, l’uomo forte della Bulgaria, non sono bastate a calmierare la crisi politica e sociale, la più grave che abbia conosciuto il Paese dalla fine degli anni ’90. “La Democrazia bulgara è malata”, ha dichiarato il 30 Aprile il Primo Ministro ad interim, Marin Raikov, mentre il Presidente di centrodestra, Rossen Plevniev, rendeva pubblico il suo timore di una “durevole destabilizzazione” a seguito delle elezioni. Le radici del malessere e dei mal di pancia sono profonde e difficili da estirpare. “La gente che era uscita per strada questo inverno e aveva portato alle dimissioni di Borissov è forse tornata a casa, ma non ha né perdonato, né dimenticato”, avverte Raikov. Il malessere che colpisce il Paese è prima di tutto economico. I conti pubblici di Sofia sono sani, ma 4 anni di congelamento dei salari e di crescita della disoccupazione (11,9% oggi, quasi il 30% dei giovani tra i 15 e il 25 anni) hanno avuto il sopravvento sulla pazienza dei bulgari, che si aspettavano un miglioramento delle loro condizioni di vita, non un peggioramento, dopo l’adesione all’ Unione Europea. A questo va aggiunto una totale perdita di fiducia nei politici, che lo scandalo delle intercettazioni non autorizzate che coinvolgerebbe Borissov in prima persona, ma che non risparmia nessuno dei politici in carica, ha reso ancora più difficile da sopportare. Eletto nel 2009, con la promessa di lottare contro la corruzione e il crimine organizzato, il Governo di Boiko Borissov ha completamente fallito in questa missione e tra i suoi avversari non spicca nessuna personalità “pulita”, che possa portare fuori da questo flagello. In questo contesto il movimento di protesta, nato lo scorso inverno, è apparso come il segno tangibile di un’esasperazione generale che va oltre agli aumenti dell’elettricità o della povertà. Le parole d’ordine dei manifestanti sono molto simili a quelle degli “indignati” dell’Europa occidentale, con il suo pacchetto di violenze e scontri con la polizia. Dramma nel dramma: il Paese ha vissuto un’inedita ondata di immolazioni con il fuoco. Da Febbraio, sette persone hanno tentato il suicidio in questo modo, l’ultima lo scorso 1° Maggio. Una solo di loro è sopravvissuta. Secondo la polizia tre di loro erano coinvolti politicamente, gli altri  avrebbero agito per “motivi personali”. Rimane il fatto che questi atti appesantiscono un clima già insopportabile.

Compravendita di voti, scandali di intercettazioni illegali, schede elettorali sospette sequestrate in una libreria di Sofia. Dall’inizio, queste elezioni sapevano di marcio che viene da quel pantano politico nel quale stagna la Bulgaria oggi. Gli aventi diritto al voto non si sono fatti illudere, molti sono rimasti a casa. La partecipazione è stata in netta diminuzione rispetto allo scorso scrutinio e ha superato di poco il 50%. Questo perché invece di dare risposte ai mali del Paese, la campagna elettorale è stata solo un regolamento di conti tra le due maggiori formazioni politiche: il Partito Socialista e il Partito conservatore GERB (Cittadini per lo sviluppo Europeo), del Primo Ministro Borissov, “costretto” a dare le dimissioni dalla gente di strada lo scorso 20 Febbraio. Questi due Partiti erano dati gomito a gomito dai sondaggi. Hanno vinto i conservatori con il 33% dei voti contro il 26% dei socialisti. Uno scenario che rischia di portare il Paese alla deriva e questo perché nessuno dei due otterrà la maggioranza in Parlamento e la possibilità di creare coalizioni che funzionino sono quasi nulle, tanto da far presagire nuove elezioni in autunno. Quindi, di che foraggiare la disillusione dei bulgari e di che attizzare la loro collera? Numerosi osservatori a Sofia temono una ripresa della crisi sociale che ha riversato nelle strade migliaia di persone solo pochi mesi fa. All’inizio si trattava di manifestazioni spontanee per protestare contro i rincari energetici. A Gennaio la bolletta del gas e dell’elettricità sono raddoppiate rispetto al mese precedente. Questi aumenti hanno poi scatenato una reazione a catena alla quale la Bulgaria non è abituata. Il Paese ha avuto poco a che fare con le manifestazioni di piazza dalla caduta del comunismo ad oggi. L’ampiezza delle proteste ha stupito molti, a cominciare dal Governo. Per le strade i Bulgari hanno protestato contro il costo della vita, la povertà e per il cambiamento delle legge elettorale. Rivendicazioni disparate che hanno reso l’organizzazione del movimento difficile. Dando le dimissioni all’improvviso, il Primo Ministro ha sorpreso tutti e soprattutto ha tarpato le ali ai manifestanti. L’organizzazione delle elezioni per il 12 Maggio, due mesi prima della data prevista, non ha lasciato tempo sufficiente ai “ribelli” per organizzarsi, , troppo poco tempo per strutturarsi. Qualcuno ha visto nelle dimissioni di Borissov e del suo Governo, una strategia proprio mirata a boicottare la loro organizzazione. Questa ritirata tattica ha avuto come conseguenza di diffondere il malcontento popolare su tuta la classe politica, non solo sul suo Partito. Non sembra esserci nessun cambiamento politico in vista. Vincendo, l’ex Primo Ministro Boiko Borissov, con i suoi modi di fare da vero macho, ha dimostrato che il suo carisma funzionava ancora sulla popolazione, alla ricerca di un “uomo forte”, capace di sradicare la povertà e la corruzione. Il 20 Febbraio, al culmine delle manifestazioni, ha dato le dimissioni dichiarandosi “sconvolto” per i fatti di sangue avvenuti durante una manifestazione a Sofia. I Partiti arrivati in testa oggi sono quelli contro i quali i bulgari manifestavano ieri. Due scenari si profilano. Il primo è che il GERB si allei con l’estrema destra, i nazionalisti dell’Ataka sembrano avere il vento in poppa dopo la serie di manifestazioni dell’inverno scorso. Il secondo è che il GERB si allei con i socialisti del PSB. Il nemico storico potrebbe diventare così un alleato per creare  una grande coalizione il cui obbiettivo sarà quello di portare il Paese fuori dalla crisi. Tale alleanza permetterebbe di proteggere gli interessi dei politici bulgari che non godono di una grande fama nel loro Paese. Se il GERB non riesce a formare un Governo, saranno i socialisti ad avere il mandato. Questi ultimi si sono già dichiarati pronti a creare un largo consenso intorno ad un Governo anti-crisi composto di esperti, con a capo l’economista, ex Ministro delle finanze Plamen Oresharski.

 Lo scandalo delle intercettazioni che sta scuotendo il Paese, prova che il sistema non è proprio privo di macchia. Centinaia di oppositori, uomini d’affari, giornalisti sono stati spiati dai Servizi dell’ex Ministro dell’Interno, Tsevan Tsventatov, candidato alle elezioni. Lo stallo politico è l’unica certezza per il Paese più povero dell’UE. A poco serve per consolare la popolazione il fatto che la situazione della finanza pubblica sai una delle migliori d’Europa. Ironia della sorte, il Partito “vincitore”, GERB-Cittadini per lo sviluppo Europeo, non sembra avere interessi né per i cittadini, né per l’Europa. Il risanamento del bilancio ha soffocato la crescita di un Paese che deve recuperare un enorme divario di ricchezza nei confronti del resto d’Europa. Risultato: la Bulgaria è a un punto morto e il Paese continua a sprofondare nella crisi.

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