Ci sono diversi tipi di comunicazione: confidenziale, ufficiale, sentimentale, brutale, sintetica, testamentaria, silente, raffinata e anche quella aristocratica o addirittura regale. Ve ne indico una molto particolare perché riguarda il rapporto tra un sovrano in esilio e un gruppo di suoi ex sudditi. Mi riferisco a Umberto di Savoia, che ero andato a intervistare nel suo ritiro di Cascais, in Portogallo. Mi trattenni tre giorni perché Umberto II – che regnò appena un mese, nel maggio del 1946 – lamentava l’inesattezza di tutte le interviste che concedeva. E non era il solo: erano scontenti anche molti suoi amici coronati o, comunque, nobili.

Cercai di interpretare quel deplorevole inconveniente con la mia esperienza professionale. Secondo me la colpa – gli dissi, negoziando l’intervista per telefono – non è del giornalista, ma del personaggio che, di solito, concede poco tempo all’evento, dicendosi sempre molto indaffarato. È impossibile, infatti, inquadrare una persona in meno di un’ora, un tempo troppo limitato per capire, interpretare e trascrivere carattere, sentimenti e indole, senza commettere errori di valutazione. Sarebbe stato meglio non concedere interviste. Ma la vanità, purtroppo, ha il sopravvento sulla ragione. Quindi, pur di apparire, tutti si accontentano di qualsiasi intervista – comunque venga fatta – anche se sgradevole, ma letta da migliaia di persone. Umberto II, che sembrò convincersi dell’esattezza della mia teoria, mi chiese quanto tempo ci volesse per fare un’intervista fedele e come si deve. Gli chiesi tre giorni.

Qualche anno dopo, ricordandomi dell’esperienza di Cascàis, chiedendo un’intervista a Yasser Arafat, che allora era considerato uno spietato terrorista, gli dissi che avevo bisogno di tre o quattro giorni, che, infatti, trascorsi sempre accanto a lui. Lo conobbi così bene che fui tra i pochi a non stupirmi quando seppi che gli era stato conferito il Nobel per la Pace. Quando, alla fine del mio soggiorno nel campo militare clandestino dove viveva – che avevo raggiunto guidato e bendato, perché, anche senza volerlo, non potessi rivelarne l’ubicazione – mi congedai, Arafat mi chiese sorpreso: E l’intervista? Non vuole più farmela?

Durante il mio breve soggiorno a Cascàis, trascorrevo quasi tutta la giornata assieme a Umberto, anche a pranzo. L’ex re sbrigava il suo lavoro abituale, che consisteva soprattutto nel rispondere ai suoi ammiratori monarchici, mentre io lo osservavo. Parlavamo durante le pause, o quando veniva interrotto da una telefonata, che talvolta commentava ad alta voce. Fu Umberto di Savoia a iniziarmi al tè al posto del caffè. La sera, invece, raccoglievo le idee cenando da solo da Francisco, un delizioso ristorante sull’Oceano Atlantico, vicino al mio albergo, dove tutto era eccellente. L’ultimo giorno, tentando di ricambiare le cortesie che l’ex re d’Italia mi aveva usato, lo invitai a pranzo io. Al re dissi colazione,sforzandomi di avvicinarmi il più possibile al suo lessico. In quei tre giorni avevo imparato anche a dire mantello anziché cappotto. Quei termini appartengono a una comunicazione diversa dalla nostra, in uso, credo, solo tra gli esponenti di famiglie reali.

Umberto II accettò l’invito, anche perché curioso di conoscere un locale diverso, elegante ma non di frequentazione aristocratica. Verso mezzogiorno e mezzo ci avviammo a piedi da Francisco, che distava 300 metri da Villa Italia. Eravamo a metà strada quando fummo raggiunti dal richiamo della governante che ci rincorreva. Un gruppo di ammiratori di Bologna avevano appena telefonato, da un bar sulla strada per Cascàis, per annunciare il loro imminente arrivo. Non li aspettavamo per domani? chiese il re. La governante fece spallucce e aggiunse: È vero, sono arrivati prima del previsto. Ma, di chiunque sia stato l’errore, una volta qui non possiamo non invitarli a una frugale colazione. Assicuratosi che nella dispensa ci fossero abbastanza uova, spaghetti, formaggio e pane per un pasto improvvisato, il re mi guardò chiedendo la mia approvazione. Essendo mio ospite, ero io a doverlo liberare dall’impegno che aveva per pranzo.

Naturalmente dissi che non mi sarei offeso e gli promisi di portarlo da Francisco all’occasione successiva. Tornammo a casa proprio mentre gli ultimi turisti monarchici scendevano dal pullman che era parcheggiato proprio ai bordi del marciapiede, davanti a Villa Italia. Lo accolse un applauso strepitoso e inconsueto. Oltre al battito delle mani si potevano percepire i fremiti del cuore dei suoi ammiratori. Ogni volta che Sua Maestà diceva qualcosa i suoi fans assentivano unanimi. A tavola non c’era spazio per tutti: si diede priorità alle signore, che, nonostante il freddo di gennaio, erano accaldate e rosse in viso per la grande emozione. Gli uomini si sedettero su divani e poltrone, poggiando il piatto sui tanti tavolini di prezioso antiquariato di cui il salone era arredato. Un po’ per la gioia di trovarsi allo stesso desco del loro re, un po’ per l’euforia che la reggia trasmette – in realtà, era una casa di campagna, ma per loro era comunque la residenza reale – per darsi un contegno, uno dopo l’altro, tutti accesero la sigaretta.

Allora non vigeva il divieto che c’è ora, neppure al cospetto del sovrano. Altri si grattavano le gambe per riattivare la circolazione, dopo diverse ore di immobilità durante il lungo viaggio in pullman. Questi non davano fastidio. Erano i fumatori a creare disagio. A poco a poco si misero a fumare anche quelli che si massaggiavano le gambe. Assieme a moglie e figlie – non c’erano ragazzi – erano una trentina con la sigaretta in bocca. Il fumo si addensava nel salone. Non si potevano neppure aprire le finestre per cambiare l’aria perché fuori tirava un vento gelido proveniente dall’oceano. Il re mi lanciò un’occhiata per chiedere il mio intervento o un mio suggerimento per porre rimedio all’imbarazzante situazione.

Gli risposi, anch’io con lo sguardo, che coinvolgere me era una pessima idea. Se fossi intervenuto io la monarchia avrebbe perso di colpo quei trenta seguaci. Allora fu lui a comunicare ai suoi ospiti che, essendo diventata l’aria irrespirabile, dovevano smettere di fumare. E glielo disse da re, non come avrei fatto io: Scusate, amici, se io comincio a mangiare mentre voi fumate. Così, rivalutai quell’uomo, che in tre giorni non mi aveva entusiasmato e confermai la mia convinzione secondo cui né in un’ora e neppure in tre giorni è possibile conoscere bene e descrivere fedelmente un personaggio. E che, quindi, le interviste comunicano spesso personalità molto approssimative e spesso sbagliate.

© Rivoluzione Liberale

Il brano è tratto dal libro di Roberto Tumbarello SI SALVI CHI PUÒ, un saggio divulgativo sulla Comunicazione. Secondo l’autore, comunicare è un’arte, ma anche un’esigenza di vita di cui chiunque dovrebbe avere qualche nozione per difendersi dalle insidie della società.

Per contenere il prezzo a soli 12 euro (spese postali comprese) il libro non si trova nelle librerie. Si può ordinare inviando un’email a info@edizioniradici.net, telefonando allo 0773 280474 o visitando il blog www.sisalvichipuo.net

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