* Nel dibattito economico nazionale, ancora molto provinciale, c’è una strana abitudine: quella di concentrare l’attenzione sul costo del lavoro. Falso problema. Il costo del lavoro in Italia è alto, ma non più alto di Francia, Germania, Inghilterra, USA, etc, o almeno, non abbastanza diverso da spiegare la stagnazione e il declino. Specialmente se si controlla quanto pesa il costo del lavoro nella produzione industriale. Pochissimo, il dato viene accuratamente tenuto nascosto, ma è basso. Un elettrodomestico ha un costo industriale inferiore di regola al 40% del prezzo di vendita. Il costo del lavoro a sua volta inciderà si e no per il 20/30 % del costo industriale, se non meno. Quindi stiamo parlando del 10/15 %, quando non del 5/7% del prezzo del prodotto. Cifre sconvolgenti. Ridurre il costo del lavoro in fabbrica del 20% inciderebbe quindi fra l’1 e il 3% del costo finale. Ci stiamo scannando da anni sul nulla.

Il più grande successo di Marchionne, che è riuscito a far credere che il problema della Fiat sia il costo del lavoro, mentre tutti sanno che il disastro commerciale ed economico della prima industria italiana è figlio della scarsa qualità dei progetti e lo scarso appeal delle auto, ovvero funzioni riconducibili alla qualità dell’organizzazione e delle risorse umane chiave, non al loro costo. Quindi in ultima analisi a Marchionne stesso, che sarà bravo in finanza, ma non nello scegliere e motivare i suoi collaboratori strategici.

Fatta questa doverosa premessa, proviamo a ragionare laicamente e senza pregiudizi. Sempre simulando l’interesse delle parti in causa. Quali sono le grandi differenze fra un imprenditore lombardo e il suo concorrente tedesco, a parità di qualità del prodotto e condizioni di mercato? Proviamo ad elencarle.

a – L’imprenditore lombardo combatte con una burocrazia locale e un sistema fiscale vessatorio che lo costringe ad avere risorse aggiuntive dedicate ad attività a zero valore. Più il tempo che egli stesso deve. dedicare – quindi ha un problema di inefficienza della macchina amministrativa pubblica

b – i mezzi che trasportano le sue merci o che approvvigionano la sua azienda passano ore nelle tangenziali e nel reticolo delle eccellenze viarie della Lombardia, che è rimasta agli anni ’50 dal punto di vista logistico, con buona pace di Formigoni e Lega. I suoi dipendenti e lui stesso spendono un tempo smisurato per recarsi al lavoro. Siccome il tempo è denaro, se lo svantaggio fosse di un’ora al giorno, già saremmo al 15% del tempo di lavoro e già ci siamo mangiati più risorse di una intera manovra sul costo del lavoro. Quindi tutti vittime della congestione.

c – sia l’imprenditore che i suoi dipendenti vivono in un paese – l’Italia e in una regione, dove il costo dell’abitazione e dei servizi è elevatissimo, molto più che nel resto d’Europa. L’abitazione vale figurativamente la metà circa dei redditi di una vita di lavoro. Per non parlare delle grandi città, dove il costo dell’abitazione e dei trasporti è insopportabile. Tutto questo si riverbera inevitabilmente con una fortissima pressione sui salari e sui compensi di tutte le risorse umane che gravitano intorno ad un impresa, compresi il giardiniere e i vigilanti. Rispetto ai colleghi tedeschi i loro 1500 euro netti valgono il 30% in meno intermini di potere d’acquisto. Quindi vittime della congestione, e soprattutto del prezzo degli immobili.

Con questi piccoli esempi abbiamo scoperto che il problema del declino non è fiscale, ma socio-strutturale

Approfondiamo: il costo dell’abitazione in Germania è molto inferiore al nostro. Ci saranno mille ragioni, troppo complesse da analizzare in questa sede. Ma una spiegazione incontrovertibile rimane: la nostra congestione abitativa nelle grandi città ha provocato uno squilibrio fra domanda e offerta che ha messo sotto pressione il mercato immobiliare da decenni, e con esso l’intero sistema produttivo.

La pressione demografica sulle grandi città è un fenomeno permanente, da tempo immemorabile. Chi vive in città medie o grandi non si trasferisce in città più piccole, i suoi figli tenderanno a restare in quella città, o, se avranno successo professionale, potranno trasferirsi in città più grandi. Le città più grandi e i distretti industriali attraggono professionisti e dirigenti, che spesso provengono da città più piccole. Mentre i già residenti, anche se non hanno successo, tendono a restare. La crescita per afflusso di nuovi abitanti con un buon reddito richiama servizi, quindi afflusso di ulteriori abitanti a reddito più basso.

I servizi devono essere disponibili nei luoghi di lavoro e, meno, nelle aree residenziali. Quindi si crea permanentemente pressione abitativa.

In paesi contraddistinti da abitudini e costumi storicamente diversi e da una macchina amministrativa più efficiente della nostra, il problema viene affrontato con piani regolatori del territorio a lungo termine e tecniche avanzate di gestione dello sviluppo urbano. Il modello è quello di facilitare il più possibile i trasporti per permettere l’interscambio fra aree residenziali e luoghi di lavoro. Con tempi di trasferimento accettabili si abbassa la pressione sui centri cittadini.

In Italia, specialmente in alcune città, i trasporti sono pessimi, la viabilità difficoltosa, i tempi di trasferimento insopportabili. Le periferie residenziali sono prive di servizi. Chi ha avuto buoni redditi negli ultimi decenni si è trovato di fronte a una scelta quasi obbligata: per rendere accettabili i tempi di spostamento casa/lavoro, trasporti, servizi, scuole, eventi sociali, eventi culturali etc, si è accettata l’idea di pagare prezzi al mq elevatissimi anche per immobili mediocri o medi. Per non vivere una vita d’inferno con ore e ore spese per gli spostamenti e non dover rinunciare a una vita sociale adeguata alla status raggiunto con il successo professionale e sociale, quindi con il merito. Questo fenomeno ha condotto alla forte crescita dei prezzi immobiliari in un paese con economia in declino, per tutti gli anni ’90 e 2000. In un mercato abbandonato a se stesso, non gestito, selvaggio.

Le conseguenze sono pesantissime. Siccome i prezzi delle zone di pregio fanno da traino per tutto il mercato, in proporzione sono cresciuti i prezzi in tutte le aree urbane congestionate, sono cresciuti i prezzi dei terreni e i prezzi delle nuove costruzioni.

Quando politici e giornalisti trattano il tema delle retribuzioni italiane e all’estero e del costo del lavoro, dimenticano sistematicamente che il confronto non va fatto solo in termini di euro e di tasse, ma anche in termini di potere d’acquisto. Il costo del lavoro italiano è troppo elevato – dirigenti compresi, consulenti compresi, pubblicità compresa, tutti gli acquisti aziendali compresi – perché il potere d’acquisto italiano rispetto al resto d’Europa non è uguale, ma inferiore per il costo elevatissimo dell’abitazione. Costo che non è mai stato oggetto di alcuna riflessione politica. Costo che invece è stato sempre gravato di imposte pesantissime, perché è facile imporle.

Quindi:

1 – la pressione anomala sul costo del lavoro e del sistema dei servizi in Italia rispetto a USA e resto d’Europa deriva essenzialmente da un costo anomalo degli immobili, che sono l’unica differenza di rilievo con i paesi industrializzati comparabili

2 – il costo anomalo degli immobili è l’effetto di due cause ben precise: la congestione dei trasporti e abitativa e l’incapacità politica di gestire lo sviluppo urbano strategicamente, con l’obiettivo di allineare il costo degli immobili alla media europea

3 – di nuovo le autonomie locali registrano inadeguatezza, incapacità e mancanza di visione

© Rivoluzione Liberale

*Trattasi di una serie di articoli che verranno pubblicati il martedì ed il sabato e che complessivamente espongono una analisi dal punto di vista liberale, proponendo le relative  soluzioni.  

I precedenti articoli: Le tre Italie: con la crisi si ropme l’equilibrio; Le tre Italie: Settore amministrativo pubblico e i monopoli senza controllo; Le tre Italie: La crisi e le due Italie che diventano treLe tre Italie: Il settore produttivo prima della crisi

 

 

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