Abbagliato dalla bramosia di ricchezza ed esaltato dal desiderio di potere, l’uomo sta distruggendo il pianeta, quindi il proprio habitat, disboscando foreste, costruendo grattacieli, deviando il corso dei fiumi, immettendo gas tossici nell’atmosfera e usando l’energia nucleare. Ricordo una visita di Sandro Pertini a Hiroshima. All’uscita dal Museo degli Orrori, trovò una vasta platea che aspettava un suo discorso, essendo arrivata fin laggiù l’eco della sua saggezza e del suo culto per la pace. Mentre si avviava al microfono Pertini si rese conto che non avrebbe potuto aggiungere nulla di più educativo delle scene rappresentate al museo sulla catastrofe atomica che lo avevano sconvolto. Non pronunciò il discorso che gli organizzatori avevano previsto. Disse solo: Ci vorrebbe una legge che obbligasse tutti gli uomini politici di ogni parte del mondo a visitare Hiroshima prima di interpretare le esigenze del popolo.

Scusarsi, quando si accorgeva di avere sbagliato, era una delle doti che più colpiva nel comportamento di Sandro Pertini. Ed era anche il commovente messaggio di umiltà che lui trasmetteva continuamente. Lo vidi mortificarsi – ma non fui il solo, eravamo presenti in tanti – davanti a un funzionario che qualche anno prima aveva redarguito e allontanato dalla Segreteria Generale, per poi reinserirlo con tante scuse nelle sue funzioni. Diceva che fosse un gesto molto faticoso, ma che liberava la coscienza da un peso opprimente e insopportabile. Alludeva – beninteso – a chi avesse una coscienza. Non ho mai incontrato, infatti, nella mia lunga carriera di contatti e frequentazioni, un altro uomo politico di altrettanta umiltà. Seppure la nostra cultura preveda l’ammissione della colpa e il pentimento per averla commessa, tutti ritengono che le scuse siano caratteristica di chi è debole e fallibile: cioè degli altri. Invece, solo i grandi uomini sanno porgerle.

Nel mese di settembre del 1980 il Presidente Pertini si recò in visita di Stato in Cina. Ebbe un’accoglienza – a dire degli stessi osservatori politici locali – senza precedenti. E lui ne era orgoglioso. Anche perché non era compiacente con le autorità cinesi per i metodi che caratterizzavano la conduzione del paese. Anzi, era fortemente critico per la carenza di libertà e di tutela dei diritti umani. All’università di Pechino abbandonò la cerimonia di benvenuto, che consisteva in un saggio ginnico, commentando con disappunto che queste parate le facevano già in Italia durante il fascismo. Eppure i cinesi lo apprezzarono ugualmente. Il personaggio dal quale il Presidente fu più favorevolmente colpito, tra i tanti che incontrò durante le tre settimane di soggiorno in Cina, fu il rettore dell’università di Pechino. Perché, dei suoi due figli, uno era fisico nucleare, l’altro, che avrebbe voluto diventare medico, si era ridotto a fare il sarto, non essendo riuscito a superare l’esame di ammissione alla facoltà, mentre qui da noi né ai figli del rettore né di qualsiasi docente si nega il 30 e lode, e anche qualcosa in più, comunque vada l’esame.

Era il periodo in cui DC e PSI avevano raggiunto l’accordo politico per la redistribuzione delle cariche istituzionali. Era maturata l’ora della presidenza del Consiglio socialista. Ma con Pertini al Quirinale, la Democrazia Cristiana non poteva accettare Craxi a Palazzo Chigi. Quindi, i due partiti al governo chiedevano continuamente a Pertini di dimettersi. Altri, invece, ne volevano addirittura la rimozione per incapacità, dovuta all’età avanzata. Perché, non avendo Pertini scheletri nell’armadio, non potevano costringerlo a dimettersi – come avevano fatto proditoriamente col suo predecessore, Giovanni Leone – né manipolarlo. Il putch per motivi di età era l’unica soluzione.

Il Presidente era, quindi, felice che l’eco del suo successo in Cina arrivasse anche in Italia. Ecco perché dedicava un’ora al giorno alla lettura di titoli e sommari della stampa quotidiana, che gli venivano trasmessi dal Quirinale per telescrivente. Allora non esisteva la posta elettronica e il fax era ancora sperimentale. Quel giorno il telex arrivò mentre Sandro Pertini stava salendo in macchina per trasferirsi dall’ambasciata d’Italia – dove risiedeva durante il suo soggiorno a Pechino – all’aeroporto. L’indomani sarebbe cominciata la visita a Shangai. Giornali e notiziari radiotelevisivi enfatizzavano il successo di Pertini in Cina. Tranne il TG2 – nonostante fosse a conduzione socialista, o forse proprio per questo – che commentava: È vero che Pertini riceve molti applausi, ma la visita del presidente francese, atteso a Pechino la settimana prossima, darà certo al suo Paese risultati più concreti, non solo un bagno di folla. In quel periodo l’informazione televisiva era stata lottizzata dai partiti: il TG1 era democristiano, il TG2 laico e il TG3 comunista.

Corrispondente della RAI a Pechino era Ilario Fiore, un gentiluomo che anche in Cina tutti rispettavano per la sua professionalità e i modi signorili, seppure neanche lui fosse tenero col sistema. Arrivato in aeroporto – dove c’erano tutte le autorità ad aspettarlo – il Presidente chiese di incontrare Fiore. Gli fece rilevare pubblicamente che un cronista obiettivo avrebbe dovuto spiegare che l’eventuale maggiore successo di Giscard dipendeva dal fatto che il presidente francese è anche capo del governo. Quindi può subito concludere accordi tra i due paesi. Mentre Pertini era, in un certo senso, solo un ambasciatore: poteva solo aprire la strada ai ministri per facilitare le loro trattative. Ilario Fiore cadde dalle nuvole e disse che il commento non faceva assolutamente parte del suo servizio. Quella particolare circostanza – il presidente in aeroporto da autorità e agenti della sicurezza cinesi – non consentiva spiegazioni. Pertini gli mostrò il telex, che, secondo lui, era la prova della negligenza di Fiore, e il giornalista non poté replicare.

C’era una gran folla attorno al presidente. Gli uomini dei servizi segreti non capivano chi fosse Fiore: se avesse molestato l’ospite o fosse un curioso italiano che lo importunava. Intervennero i funzionari del cerimoniale e i consiglieri del Capo dello Stato. Qualcuno, battendo solidale una mano sulla spalla di Fiore, lo consolò dicendo che, tanto, il presidente anziano avrebbe presto dimenticato l’incidente. Un giornalista della dignità di Fiore, però, non avrebbe dimenticato. E forse neppure i notabili cinesi presenti all’episodio. Ilario Fiore, quindi, non partì, come era previsto, col seguito del presidente per Shangai. Ci raggiunse l’indomani con una videocassetta che conteneva la spiegazione del malinteso. Fiore aveva chiesto alla direzione del TG2 che gli fosse trasmessa per satellite a Pechino il servizio incriminato, andato in onda la sera precedente. Il commento che giustamente il Presidente Pertini contestava non era suo ma del conduttore, dallo studio del TG2, a conclusione del servizio da Pechino di Ilario Fiore. Raggiunto l’albergo dove il Presidente risiedeva a Shangai assieme al seguito di funzionari, diplomatici e giornalisti, Fiore tentò di consegnargli personalmente la videocassetta. Temeva che, dandola a un commesso o funzionario di polizia la sua prova andasse smarrita. E non sarebbe stato facile procurarsene un’altra.

Davanti all’appartamento del Presidente il giornalista fu bloccato dai servizi di sicurezza. Chiese di consegnare la cassetta – se non a lui personalmente – almeno al cameriere o al segretario di Pertini. Ma la polizia voleva esaminarne il contenuto prima di consegnarla al presidente italiano. È la prassi dei sistemi dittatoriali. Il tono delle voci concitate aumentava. Finché Sandro Pertini, che tutti ritenevano erroneamente un po’ duro d’orecchio, apparve sulla soglia in vestaglia e pantofole. Vedendo Fiore, capì che la cassetta lo riguardava. Gli andò incontro, gliela strappò dalle mani e rientrò nell’appartamento.

La polemica si placò di colpo. I poliziotti ripresero il loro posto di osservazione, mentre Fiore si mise a raccontare le sue peripezie ai colleghi italiani, che nel frattempo erano accorsi al piano dell’appartamento riservato al Presidente. Mezz’ora dopo arrivarono due inservienti con un grosso apparecchio, che doveva essere un videoregistratore primordiale, per consentire a Pertini di visionare il contenuto della videocassetta. Poco dopo il Presidente riapparve sul pianerottolo – sempre in vestaglia e pantofole – e abbracciò Ilario Fiore, dicendo mortificato: Io le debbo tante scuse, che le anticipo adesso, ma che le farò pubblicamente al ricevimento di questa sera, davanti a molti di coloro che erano presenti quando l’ho ingiustamente insultata.

© Rivoluzione Liberale

Il brano è tratto dal libro di Roberto Tumbarello SI SALVI CHI PUÒ, un saggio divulgativo sulla Comunicazione. Secondo l’autore, comunicare è un’arte, ma anche un’esigenza di vita di cui chiunque dovrebbe avere qualche nozione per difendersi dalle insidie della società.

Per contenere il prezzo a soli 12 euro (spese postali comprese) il libro non si trova nelle librerie. Si può ordinare inviando un’email a info@edizioniradici.net, telefonando allo 0773 280474 o visitando il blog www.sisalvichipuo.net

CONDIVIDI