Esiste una categoria di lavoratori a cui non è possibile pagare le tasse? Sì, sono i lavoratori del sesso, i sex worker, a cui non è riconosciuta alcuna capacità contributiva.

Non hanno partita IVA, un modello fiscale da compilare, non rientrano in alcuna categoria professionale, non sono censiti: praticamente non esistono. E dato che circa il 90% sono donne, questo mancato diritto investe e riguarda, ancora una volta, prima di tutto, le donne come lavoratrici.

A uomini, donne, trasgender, è dato eludere l’articolo 53 della Costituzione che recita: «Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività». Contribuire alle spese della comunità di cui fa parte, entrare in un circuito legale di diritti e di doveri, contribuzione e servizi, se si produce ricchezza è ricchezza aggiunta per tutti. E allora com’è possibile che lo Stato non voglia questo ammontare di soldi? È da considerarsi più sporco di quello scudato, deportato in paradisi fiscali, falsato in bilancio? Come è possibile che una sex worker possa beneficiare di beni e servizi collettivi senza pagare alcunché? Lo Stato Italiano è ancora convinto che tassare una prostituta significhi sfruttare la prostituzione?

Se accettassimo questo assunto una logica lapalissiana ci indurrebbe a ritenere che tutti i lavoratori italiani possono essere sfruttati dallo Stato, visto che devono pagare le tasse, tranne le prostitute. E per quale motivo? Perché ancora oggi in Italia il lavoro sessuale non è considerato un lavoro. Forse che tutti noi quando lavoriamo non usiamo mani, braccia, gambe, testa, bocca, orecchie e molto altro? Qualcuno può ancora ritenere, al giorno d’oggi, che quando tutti noi lavoriamo non ci siano parti del corpo coinvolte? Che non entrano in gioco? E che una sex worker, dato che lavora con certe parti del corpo ritenute non mercificabili dalla Chiesa e non con altre (evidentemente ritenute mercificabili dalla Chiesa), sia da ritenersi non una lavoratrice, ma piuttosto una peccatrice, e pergiunta inesistente come cittadina?

Non pagare tasse significa non contribuire alle spese sanitarie, nessun diritto alla pensione, né diritto al permesso di soggiorno (per le straniere, non quelle sfruttate del racket), e infine, last but not least, non aver diritto alla dignità di donne, uno dei più importanti perché ha a che fare con la considerazione sociale di questa attività. È proprio dal modo che abbiamo tutti di pensare questo lavoro che discendono anche le possibilità effettive di dargli uno statuto civico e una forma legale. Non ci sono stime attendibili sul giro di affari nel settore perché tutto questo lavoro è sommerso nella maniera più assoluta.

La maggior parte dei clienti e delle lavoratrici del sesso si vergogna di dire che fanno parte di questo mercato. Dei nuovi clienti a cui chiedo se è un habitué degli incontri a pagamento solo uno su dieci ammette di esserlo, per gli altri è la prima volta. Chi ci crede? E vagheremo tra dati approssimativi e incerti finché ci si dovrà vergognare di essere nel ramo. La prima rivoluzione è sempre culturale e sta nelle nostre coscienze! Il resto segue.

Perché delle sentenze guida già esistono ma il livello di ipocrisia è tale che non hanno seguito. La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 20528 del 1/10/2010, accogliendo un ricorso dell’Agenzia delle Entrate ha dichiarato lecita l’attività, equiparando i proventi derivanti dai guadagni della prostituzione a quelli derivanti da tutte le altre attività economiche. Siamo al paradosso che lo Stato è in disaccordo con la sua Agenzia delle Entrate. Esiste una interessante indagine a campione del Codacons che rivela come sia cambiato negli anni questo mercato in Italia, ma se vogliamo a tutti i costi dei dati ne troviamo nell’indagine della Commissione Affari Sociali della Camera nel 2010. Saranno attendibili? Da dove spuntano? Come vengono calcolati? Da chi? Sarebbero 60mila prostitute (di queste la maggior parte esercita per libera scelta, solo minima parte sono costrette o sfruttate), 5 milioni i clienti, 140 Euro il costo medio di una prestazione.

Ipotizzando che ogni cliente faccia sesso 2 volte al mese si arriverebbe a un giro d’affari di circa 16 miliardi l’anno con un guadagno medio di 22 mila Euro al mese per prostituta. Il valore medio è esagerato: e come in ogni attività lavorativa ci sono fasce intermedie. I parametri potrebbero essere l’età, l’aspetto fisico, la location, le prestazioni offerte. Leggendo invece una indagine di qualche anno fa, in Spagna – paese comparabile al nostro – scoprriamo che il giro di affari della prostituzione è stimato a circa 18 miliardi di Euro l’anno. Chi ha ragione?

I dati che si trovano sono altamente suscettibili di variazioni, secondo l’approccio ideologico, culturale, dei governi che si succedono. Su queste basi ogni previsione d’entrata resta un esercizio puramente accademico. Ma facciamolo! Potrebbe risultare molto utile a tutti! Per semplicità ipotizziamo che il giro d’affari sia di 8 miliardi per 100.000  prostitute. Ipotizzando che le prostitute siano circa 100.000 si avrebbe un reddito medio lordo di 160 mila Euro l’anno, su cui andrebbe applicata l’imposta sul reddito delle persone fisiche.

Chiaramente se la prostituta, o il “prostituto”, fossero considerati lavoratori autonomi, come gli altri avrebbero diritto a detrazioni (spese di produzione del reddito, etc .), per cui il reddito tassabile si ridurrebbe. Ipotizzando che le spese deducibili ammontino a 30mila Euro l’anno (affitto di un appartamento, telefono, macchina, etc.) si avrebbe un reddito tassabile di 50mila Euro l’anno cui corrisponde un’imposta di circa 15mila Euro. Continuando un ragionamento un po’ accademico: si dovrebbe incentivare la prostituta a uscire dal sommerso, a entrare nel novero dei contribuenti ufficiali. Basterebbe tassare il reddito delle sex worker come lavoratrici nel settore dei servizi alla persona. Olanda e Germania sono gli unici paesi che sono riusciti a partorire una legge interessante in merito…

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2 COMMENTI

  1. Un’ altro aspetto di no trascurabile entità
    e’ la leva economica che questo sommerso
    da alle mafie, in questa situazione di illegalità.
    Denaro che le mafie possono reinvestire
    in altre attività illegali o ancor peggio,
    in attività legali che potendo godere
    di una spinta economica – extra mercato
    permette loro di battere le competitor che
    onestamente stanno sul mercato.

    stefano

  2. Bom dia.
    Sì, probabilmente lei sta scherzando, o sogna o copia, o ripete a pappardella, oppure tenta di appropriarsi di schemi di pura ingegneria tributaria germanica sorti nel minor punto-valore storico nell’arco dell’intera sociologia europea dal tardo medioevo in su [la sociologia è nata in Europa, quando l’Europa cresceva e dismetteva le politiche coloniali, si apriva a visioni moderne, spogliava l’etica da trascendenza e teologia, laicamente tentava di produrre un primo set di norme civili assieme umaniste e scientifiche, abbatteva senza leggi il tasso di prostituzione, analfabetismo, alcolismo e disoccupazione — da cui lei ricava con che segno deve mettere in sequenza lavoro÷prostituzione in una funzione di basilare decenza].

    La prostituzione, per come la intende lei, è solo la cima dei capelli di un intricato corpo impiantato nella criminalità organizzata. Non esiste in Italia una sola prostituta libera, né libera professionista; una attuale prostituta italiana, ossia che opera su territorio italiano, prima di emettere la prima propria dichiarazione dei redditi, dovrebbe emettere una lunga serie di dichiarazioni sul numero di reati e abusi a cui è, è stata e legittimamente può aspettarsi di continuare, “progressivamente”, ad essere sottoposta.

    Il denaro che lei ha calcolato come reddito complessivo è solo per una quota minima di proprietà, anzi a riscatto di quell’individuo che — eventualmente — le ha noleggiato uno o più arti o parti del corpo, poiché quell’individuo stesso non è libero né proprietario di nulla.

    Perfino l’intera letteratura artistica del suo, di lei prostituta, cervello è ipotecata anzi occupata da terzi, di cui il peggior cliente della peggior nottata con le peggiori pene, è solo una sfumatura innocua.

    Prima di giungere ad un primo indizio di sistematizzazione della prostituzione quale attività sociale promossa da “congenita” a “ordinata” nell’organizzazione umana civili, lei dovrebbe strutturare un ambiente — che è complesso — coerente negli ambiti della stabilità demografica e della cittadinanza, dell’uso e diffusione di droghe di diversa categoria ed impatto, dunque del proprio smercio abusivo e della derivante circolazione di denaro ossia affari indotti, del prodotto tra business locali, periferici e internazionali, del quoziente tra crimine e assistenza sociale, dello stato di necessità di adeguamento delle norme dell’ultima riforma sanitaria in particolare sui profili patologici psichiatrici [quasi tutte le prostitute presentano gravi deviazioni psichiatriche passata l’età media della fertilità], dell’obiezione di coscienza degli operatori di una dozzina di categorie, delle norme della convivenza residenziale condominiale, dell’urbanistica, della viabilità, del commercio, della farmacia, della consulenza fiscale, della privacy, della profilassi dei bambini, della scuola, della pubblica utilità, della pubblicità, della legge e del lavoro.
    Insomma, di quasi tutti gli elementi che ha frettolosamente descritto copiando un’idea non sua.

    In realtà, si può fare realmente. Ma non come lo ha scopiazzato lei. Anzi, diciamo che lei attualmente, in quanto divulgatore al pubblico di un’istanza così colossalmente rivoluzionaria, è l’indice di quanto sia inverosimile.

    Saluts.

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