C’era una volta la schedina, quando la domenica sera si controllavano i risultati sperando in un “tredici”. Pochi altri momenti mettevano l’italiano direttamente a contatto con la febbre del gioco: la lotteria nazionale ed il lotto su tutti.

Negli ultimi anni, a seguito del diffondersi delle famigerate macchinette-slot nei bar, ha assunto connotazioni macroscopiche, tali da essere ormai ritenuta un problema sociale, la ludopatia, letteralmente la malattia da gioco (d’azzardo), che causa, come riporta il Ministero della Salute, “incapacità di resistere all’impulso di giocare d’azzardo o fare scommesse”.

Che si tratti di un problema grave e diffuso lo dimostra il ripetersi ciclico di fatti di cronaca: solo per citare alcuni casi tra i più eclatanti si va dai genitori che lasciano in macchina per ore il figlio di venti mesi per giocare alle macchinette, alle numerose famiglie sul lastrico perchè uno oppure entrambi i componenti sperperano stipendio o pensione al gioco come nel caso dello squilibrato che davanti al Parlamento spara ai Carabinieri non trovando altri bersagli.

Secondo una indagine del CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche) i dati sono allarmanti: i giocatori classificabili a basso rischio sono già 2 milioni; coloro che, invece, si avviano a sfiorare la dipendenza patologica sono circa 1 milione.

Per lo più si tratta di una problematica che affonda le radici ed acuisce situazioni di disagio: per il vizio del gioco o nel vano tentativo di un facile guadagno, persone in difficoltà economica rischiano ed arrivano ad impoverirsi ancora di più. Il problema di fondo è proprio questo: la facile accessibilità a queste macchinette per le fasce, definiamole così, emotivamente deboli (disoccupati, famiglie monoreddito, pensionati ed in generale nuclei a basso reddito) le quali, oltre al gusto personale che sfocia nel vizio del gioco, vedono in questo strumento uno svago poco costoso (erronemente, perchè se la singola giocata è “solo” un euro, la molteplicità di giocate in solo un pomeriggio al bar ne può mangiare molti di più moltiplicati per la dipendenza che porta ad una assidua frequentazione) oppure l’illusione, senza fare i conti con il calcolo delle probabilità, di un guadagno extra.

Altro aspetto del problema, la vera voragine normativa e di assenza di controllo collegata ai siti internet, altrettanto facilmente accessibili e spesso ingannevoli per pubblicità di facili vittorie ed accattivanti per i testimonial famosi.

Il fenomeno delle macchinette nei bar va contrastato, ma la questione, sia chiaro, non è legata a posizioni di proibizionismo verso il gioco. Il fenomeno da combattere non è il gioco di per se stesso, ma la diffusione, fenomeno socialmente irresponsabile, di queste macchinette mangiasoldi accessibili a chiunque, a prescindere dalle possibilità economiche, nella maggioranza dei bar di qualunque realtà comunale.

Tanto per essere chiari: se uno ha tanti soldi, li gestisca come vuole. La questione non è snobismo o elitarismo, ma un fare i conti con la realtà e le proprie possibilità senza arrecare danno a se stessi ed alla propria famiglia: se non posso permetterermi un tv led a 50′, o ripiego su un plasma a 32′ o rimando l’acquisto a tempi migliori. Idem per la macchina ed altre spese. Questo è il senso.

Legalizzare le grandi strutture da gioco (solo per accennare il tema), responsabilmente, sotto gli opportuni strumenti di controllo e presso strutture adeguate, può portare, invece, guadagno e contribuire a dare slancio al settore del turismo. La chiave di tutto, però, deve essere il controllo delle strutture stesse, monitorare le infiltrazioni della criminalità e, diciamo così, della possibilità di spesa dei fruitori. Ma questo è un altro discorso e merita di essere affrontato ed approfondito a parte.

Tornando a monte, come sempre, in Italia, si fanno le cose a metà: le normative sono vaghe ed incomplete; ciò che pare vietato, di fatto, non lo è: non si è a favore, ma in certi casi si può sfruttare un vuoto… Con una mano si fanno i conti, assecondandola, con la morale dominante, con l’altra si devono accontentare affaristi e le lobbies legate ai partiti. Situazione che genera ambiguità, questo è il vero problema: manca una normativa ben dettagliata che ponga regole chiare. Situazione, parrebbe, intrisa della becera logica tutta italiana da “vizi privati e pubbliche virtù”.

La realtà, se vogliamo quindi affrontare seriamente la questione, è che non si può condannare il gioco di per se stesso e, tanto per fare un esempio, le grandi strutture (uno “scandalo” perchè grandi, ampie e visibili) solo basandoci su una logica ipocrita pseudo-moralista; parallelamente, non si può tollerare il fenomeno sociale delle macchinette-mangiasoldi-rovinafamiglie, vera porcheria di massa, (tollerata perchè sufficientemente sommersa negli angoli dei bar o accessibile da casa tramite internet) solo nel nome della libertà del gioco.

Uno dei primi compiti dello Stato, sottolineiamolo, deve essere quello di tutelare le fasce emotivamente ed economicamente deboli. Rischio dipendenza e scarse possibilità (statisticamente parlando) di vincita al gioco devono essere tematiche da diffondere tramite una corretta opera istituzionale di informazione e sensibilizzazione.

Così come deve essere limitata l’accessibilità al gioco: facendo un paragone, se a chi ha problemi di alcol si impedisce l’accesso agli alcolici, allo stesso modo per chi ha problemi collegati al gioco deve essere limitata la possibilità di accedervi.

Al di là delle entrate che tali macchinette garantiscono al fisco, contro il potere degli affaristi e delle lobbies collegate, ci si impegni a porre argine a questo fenomeno, che sta assumendo, con il tempo sempre più, una connotazione di piaga sociale, nel quale sono cadute un numero enorme di persone e famiglie.

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