La “Guerra del Vespro”, conosciuta anche come “Vespri Siciliani”, fu un importante evento storico che si svolse tra il XIII ed il XIV secolo (venne chiamata anche la “guerra dei novant’anni”). Essi sancì, sostanzialmente, la fine dell’era delle crociate e lo zenith dello scontro tra Guelfi e Ghibellini. In essa vennero sostanzialmente coinvolte tutte le maggiori “potenze” europee ed il suo epilogo fu la definitiva separazione e smembramento del vecchio e potente “Regno di Sicilia” creato dai Normanni (gli Altavilla) in due entità: Il Regno di Sicilia corrispondente all’isola che entrò nell’orbita del potere “aragonese-catalano” ed il Regno di Napoli (comprendente tutti i domini continentali fino all’Abruzzo che prima appartenevano a Palermo) che entrò nella sfera francese-papale.

Grazie alla Guerra del Vespro la piccola monarchia aragonese divenne un’importante potenza europea ed iniziò quel conflitto quasi eterno con la Francia che durò, sostanzialmente e tra alti e bassi, fino alla conclusione alla “Guerra di Successione Spagnola” con il Trattato di Utrecht nel 1713.

Per quanto attiene ad alcune considerazioni storiche più particolari, e spesso poco sottolineate dalla storiografia, la “Guerra del Vespro” vide ancora una volta la Sicilia primeggiare fra i popoli del mondo per almeno due fatti di rilevanza fondamentale. Il primo fu che la guerra venne condotta dall’intero popolo siciliano per la sua libertà e la sua autodeterminazione. Questa guerra fu la prima al mondo dove tutto il popolo combatté contro lo straniero per difendere la propria indipendenza e libertà.

Il secondo, strettamente legato al primo, fu che la corona di Sicilia, allorquando il Parlamento Siciliano se la vide “scippata” dal Papa, fu offerta al re aragonese Pietro III (I di Sicilia), proprio dal Parlamento Siciliano come continuazione della monarchia siciliana che era rappresentata da Costanza, moglie di Pietro. Questo atto, fondamentale dal punto di vista storico, sancì per la prima volta il concetto di monarchia “pattizia” dove il popolo (rappresentato dal Parlamento) decideva a chi affidare la propria corona sulla base di un “patto” giuridico ben preciso tra popolo e sovrano (per quanto, all’epoca non fosse certo declinabile come lo concepiremmo oggi) e non tra sovrani o per successione dinastica.

Nel 1258 Manfredi di Hoenstaufen, figlio naturale di Federico II di Svevia, venuto a sapere che l’erede al trono di Sicilia, il giovanissimo Corradino di Svevia, era morto in Germania (notizia peraltro falsa) si fece proclamare a Palermo Re di Sicilia. Così facendo egli fornì al Papa Urbano IV l’occasione per dichiarare decaduta la dinastia Hoenstaufen dalla corona di Sicilia e per chiamare il francese Carlo d’Angiò a combattere contro Manfredi promettendogli, in cambio, la stessa corona di Sicilia.

La battaglia tra i due contendenti si svolse presso Benevento il 26 febbraio del 1266 e Manfredi I di Sicilia, dopo un’iniziale prevalenza, fu battuto da Carlo d’Angiò. Grazie a questa sconfitta militare la dinastia sveva perse il Regno di Sicilia che andò, così, alla casa d’Angiò imparentata con la famiglia reale francese e paladina del partito guelfo.

A nulla valse l’intervento, il 23 agosto 1268, di Corradino di Svevia che, come legittimo titolare del trono di Sicilia, scese in Italia per affrontare Carlo d’Angiò (che adesso era Carlo I di Sicilia). Corradino perse la sua battaglia a Tagliacozzo e la sua testa il 29 ottobre del 1268 sulla piazza del mercato di Napoli dove il difensore del cattolicesimo Carlo I lo fece pubblicamente decapitare suscitando lo sdegno di tutta Europa.

Una volta impadronitosi del Regno di Sicilia, Carlo I spostò a Napoli la capitale e cominciò a governare, proprio lui, nel modo meno cristiano possibile. Egli nutriva il più profondo disprezzo per gli abitanti del regno e per i Siciliani in particolare e, se si considera che persino un predone sanguinario come Enrico VI di Hoenstaufen, rispettò la tradizione di farsi incoronare a Palermo si capisce di quale pasta fosse fatto quest’uomo. Il primo obbiettivo di Carlo I fu quello di recuperare, a spese del regno naturalmente, tutti i soldi spesi per l’imponente spedizione militare che gli aveva fatto conquistare uno dei reami più ricchi d’Europa gentilmente offertogli su un piatto d’argento dal Papa.

La tassazione fu ferocissima ed ogni forma di ribellione fu stroncata sul nascere. Con lo spostamento della capitale a Napoli, la Sicilia divenne terra di periferia e perse la sua centralità ed il suo attivismo commerciale e culturale. In poche parole, nel giro di qualche anno, i Siciliani impararono ad odiare Carlo I e tutti gli Angioini. La misura si colmò alla fine del marzo del 1282 durante le festività pasquali. Il 31 marzo del 1282 molti Palermitani si recarono, come di consueto, alla Chiesa di Santo Spirito (oggi vi sorge il Cimitero di Sant’Orsola) per una tradizionale festa pasquale ed il giustiziere di Palermo, Giovanni di Saint-Remy, ivi mandò un drappello armato per controllare l’ordine pubblico.

Durante i festeggiamenti un soldato francese cominciò a “palpeggiare” pesantemente una giovane donna con la scusa di controllare se portasse addosso delle armi. Essendo il controllo molto, forse troppo, “meticoloso” la giovane donna cominciò a ribellarsi e, in men che non si dica, il padre ed i fratelli iniziarono il pestaggio dell’audace milite. Fu come un segnale: in pochi attimi una tremenda esplosione di rabbia pervase i presenti e tutti i componenti del drappello militare francese (circa duecento) furono massacrati a furor di popolo e lasciati sul terreno.

A questo punto dalla rissa si passò alla rivolta; la notizia risuonò in tutta la città ed iniziò il sistematico e feroce massacro di ogni francese che veniva sorpreso per strada e lo stesso giustiziere che governava Palermo dovette immediatamente fuggire per avere salva la vita. Entro la fine del giorno non vi era più a Palermo un solo rappresentante del governo di Carlo I ed alla luce delle torce la città si proclamava libero comune eleggendo proprio capitano Ruggero Mastrangelo.

La notizia si diffuse in tutta la Sicilia come un lampo ed, entro la fine del mese di aprile, tutta l’isola si era ribellata al governo angioino; l’unico presidio militare francese era rimasto quello di Sperlinga che, comunque, si arrese nel 1283.

Carlo I aveva perso il dominio di tutta l’isola nel solo giro di un mese. Ma in questo momento divenne importante, per la Sicilia liberata, mantenere la libertà acquisita con la ribellione al tiranno angioino. Infatti se tutti gioivano per i successi recenti, alcuni si rendevano conto che la reazione dell’odiato sovrano sarebbe stata terribile e punitiva quando egli avesse mandato l’esercito regolare a placare la rivolta. Come si sarebbe difesa la Sicilia dalla furia militare di Carlo?

Per prima cosa bisogna accennare al fatto che, durante il mese di aprile, la Sicilia aveva anche trovato il modo di darsi un’organizzazione ed una struttura istituzionale. Infatti, mano a mano che le città si ribellavano al giogo angioino esse confluivano nella Communitas Siciliae. Essa era nata, di fatto, il 3 aprile del 1282 quando gli ambasciatori della città Corleone, che si era ribellata a Carlo I, chiesero l’aiuto di Palermo che si era già affrancata il 31 marzo.

In questa occasione nacque la bandiera siciliana come vessillo della Communitas Siciliae (dall’unione del rosso della città di Palermo con il giallo della città di Corleone con al centro il simbolo della Trinacria, ma senza le spighe di grano che i veri Siciliani dovrebbero considerare come un insulto colonialista, perché la Sicilia non è il granaio di nessuno). In pratica mano a mano che i comuni si liberavano essi entravano a fare parte di una confederazione che, a tempo debito, avrebbe deciso quale sarebbe stato il destino dell’isola. La Communitas Siciliae fu un fulgido esempio di come un un popolo oppresso possa ribellarsi e darsi un ordinamento statuale fra pari tra le varie comunità nel supremo interesse nazionale. Il governo fu affidato ad un Parlamento che, tuttavia, non garantiva la necessaria velocità e snellezza nelle decisioni, anche immediate, che uno stato di guerra imponeva.

La risposta di Carlo I non si fece attendere, il 10 giugno egli concentrò una poderossissima flotta da sbarco di fronte al porto di Messina e già dal 24 giugno cominciò ad attaccare le campagne adiacenti la città dello Stretto per impedirne i rifornimenti alimentari. Carlo I sapeva bene che se voleva prendere la Sicilia doveva provare a prendere Messina. I Siciliani elessero come loro capo militare Alaimo da Lentini e, dopo una serie di scaramucce minori, il 6 agosto 1282 vi fu il primo vero attacco in forze degli angioini contro Messina e la città resistette gloriosamente a tutti gli attacchi cosicché Carlo I mandò, esasperato, il cardinale Gherardo da Parma per cercare accordi di tregua.

In un primo momento Alaimo e tutti i Messinesi furono contenti di questa mediazione ma poi il presule gettò la maschera e disse chiaro e tondo che la città doveva tornare all’obbedienza “del diletto figlio della Chiesa, Carlo”. Dopo confuse trattative che nulla risolsero, i Messinesi stavano per linciare pubblicamente l’uomo di chiesa, che dovette immediatamente lasciare la città per avere salva la vita.

Ma Messina, così come tutta la Sicilia, non poteva resistere a lungo da sola o sperando nella solidarietà di altri comuni.

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