* Dal punto di vista sociale l’anomalia del costo degli immobili nelle grandi città italiane ha portato a un risultato paradossale in diverse accezioni:

L’imprenditore, il dirigente o professionista di reddito medio alto, se vive in provincia può permettersi un tenore di vita molto elevato, perché la sua abitazione costa come quella del suo pari tedesco o americano che vive in una grande città.

Se vive in una grande città, il suo tenore di vita sarà solo medio, perché il costo dell’abitazione e degli altri servizi sarà elevatissimo, ai vertici mondiali.

Peggio ancora per l’impiegato a reddito medio-basso. Costui non è in grado di acquistare una casa o pagare un affitto di mercato. Però lavora in un ufficio o in un negozio al centro di una grande città. Può solo scegliere il tipo di inferno: vivere lontano 30/40 km e passare ore in viaggio; oppure fare sacrifici immensi, vendere beni di famiglia, rinunciare a divorziare o separarsi e acquistare in comunione di beni un immobile che assorbe due vite di lavoro.

Gli uni e gli altri sono milioni di persone che per motivi diversi hanno l’esigenza, o tengono molto a vivere nella grande città, lo sentono come necessità. Oppure, non possono fare altro che restare dove sono nati, hanno vissuto. Chi, nato nella grande città o altrove, ha buone doti e capacità, troverà naturale esprimere queste doti attraverso le opportunità che offre la grande città. Il professionista, il giornalista, il manager di talento, troverà le migliori occasioni nella grande città, spesso le uniche. Se ha ambizione, se vuole fare carriera, deve restare o andare nella grande città.

Se è dotato di merito ed è stato premiato per merito, il suo problema si chiama merito. Proprio quel merito sbandierato dai cultori del mercato come unico valore degno di considerazione, in Italia è penalizzato due volte.

La prima perché in un ambiente familistico, lottizzato, dominato dalle raccomandazioni, spesso il merito non viene abbastanza valorizzato.

La seconda perché chi raggiunge un buon successo professionale e sociale attraverso le opportunità della grande città si ritrova a sopportare imposte fra le più alte del mondo, e un costo sproporzionato dell’abitazione e di diversi altri servizi. Se ha contatti con colleghi esteri, se visita i loro paesi, vede le loro case, scopre che con retribuzioni anche inferiori il loro tenore di vita è superiore. Lo stesso scoprirà se è nato in provincia e poi si è trasferito nella grande città. I suoi compagni di scuola che sono rimasti in provincia, a parità di reddito avranno un tenore di vita molto superiore.

Mutatis mutandis, chi ha un reddito medio-basso vive a malapena, non può permettersi che pochissime delle tentazioni che offre la grande città e partecipa solo marginalmente al grande banchetto degli anni della prosperità. Negli anni 90 e 2000 abbiamo vissuto un ventennio con buon sviluppo economico, in cui la crescita ha compensato la perdita di potere d’acquisto delle retribuzioni, attraverso qualche aumento di reddito, facilità di impiego per i giovani, abbondanza di opportunità di attività parallele.

Il culmine si è raggiunto nel 2000, poi è iniziata una doppia parabola discendente.

L’economia italiana ha rallentato, ha smesso di crescere, ha perso colpi, grazie a quella perdita di competitività che è seguita al parziale smantellamento del sistema industriale, invaso dai finanzieri, e alla crisi del “piccolo è bello” che si è presto trasformato in un nanismo nefasto in un mondo dove le dimensioni minime per competere crescono continuamente. Sia detto per inciso, questo è un problema che va ricondotto a insufficienze culturali, a culture aziendali furbette e poco moderne, a imprenditori che non amano investire. Poco a che fare con il costo del lavoro, scioperi etc. Inutili mantra recitati ad arte per distrarre l’opinione pubblica dal giudizio su dirigenti, imprenditori e politici.

Allo stesso tempo l’utopia federalista e autonomista ha portato a sempre maggiori potere e risorse per gli enti locali e a sempre maggiori costi e imposte per i cittadini. Le Authorities hanno sancito un sistema di oligopoli protetti per le utilities, i comuni e le regioni hanno avuto la possibilità di incassare imposte e tariffe crescenti, le imposte nazionali sono forse rimaste ferme, ma a fine anno il costo delle utenze, imposte locali, tariffe, multe, parcheggi è cresciuto continuamente.

Il risultato è stato la creazione dei nuovi poveri delle città, cittadini di serie B, che vivono ai margini della società del benessere e devono centellinare le soddisfazioni in quella vita che pochi anni prima avevano visto come una prospettiva faticosa ma gratificante. Guadagnano poco, spendono molto, non possono risparmiare. Questo fino al 2008.
Con la crisi industriale sono scomparse le poche certezze. E sono apparsi i disoccupati di mezza età.

Famiglie benestanti, con i due coniugi brillanti professionisti ad alto reddito, sono divenute improvvisamente povere, con due non occupati o sottoccupati in casa. Non per una improbabile perdita di merito, ma per una crisi globale, più pesante in Italia che altrove. Se negli anni della prosperità hanno acquistato una casa, oggi la casa resta l’unica certezza di poter attendere momenti migliori senza troppi traumi.

Quale è la grande sorpresa? Che qualcuno comincia a sostenere che una casa che vale un milione di euro è una ricchezza patrimoniale da “colpire”. Ecco i coIpi di genio che si chiamano IMU e Tares.

Le imposte basate sui valori catastali delle abitazioni, peggio ancora se basate sui valori di “mercato”, rilevati poi chissà come, sono imposte inique in partenza, perché pesano in modo diverso su individui a reddito comparabile. Sono insopportabili per chi ha perso il lavoro o vive di pensione sociale, sono troppo pesanti per le famiglie dove si lavorava in due o tre e ora entra un solo reddito, sono ingiuste per chi con un reddito medio o basso ha risparmiato per poter un giorno non pagare affitto. E sono odiosi per anziani, magari vedovi che con le pensioni non potrebbero mai permettersi di pagare un affitto e contano sulla casa di famiglia per sopravvivere dignitosamente. Naturale che qualche stanza resti vuota, ma ineluttabilmente nel giro di qualche anno l’abitazione sarà sul mercato e verrà tassata con l’Imposta di registro sul valore di mercato.

Soprattutto, le imposte sulla casa sono insopportabili per chi vive nelle grandi città e paga IMU doppia rispetto ad altre zone perché le case costano il doppio. Il valore di mercato delle abitazioni non è reddito, è solo costo immobilizzato per generazioni. E se la casa viene venduta perché si cambia città o per altre esigenze, il ricavato non costituisce reddito, ma il finanziamento di un nuovo immobile a prezzi simili, più registro, più notaio.

Tassare il valore di mercato delle abitazioni è una delle più grandi ipocrisie. I comuni hanno costi di funzionamento simili. Non c’è alcuna ragione di dare ad alcuni entrate superiori ad altri tassando un bene che per gli acquirenti è una necessità vitale, una esigenza di dignità, non un lusso. Insopportabile poi il criterio di IMU ad aliquota elevata e Tares calcolata sui metri quadri per le seconde case.

Di fatto creano una casta dei comuni ricchi per caso, pieni di seconde case, i cui proprietari non richiedono servizi se non minimi e producono rifiuti solo per poche settimane l’anno. Gli abitanti dei comuni dove abbondano le seconde case godono di un doppio privilegio: un’economia ricca per l’afflusso di redditi prodotti altrove e un comune ricco perché i non residenti pagano come i residenti ma non usufruiscono dei servizi.

Chi lo spiega agli abitanti dei comuni non turistici che loro non possono avere asilo nido per tutti e scuole in sicurezza, mentre qualcun altro si ritrova tutto in abbondanza perché in Italia vige l’ingiustizia fiscale?

Per tassare il lusso sarebbe sufficiente proporzionare l’IMU ai redditi e ai metri quadri, invece che al mercato. Sarebbe molto più equo.

Con questo capolavoro di ingiustizia fiscale i governi degli ultimi anni stanno impoverendo in maniera sperequativa soprattutto i nuovi poveri delle città e le categorie produttive, quelle che risentono della disoccupazione.  

 © Rivoluzione Liberale

 *Trattasi di una serie di articoli che verranno pubblicati il martedì ed il sabato e che complessivamente espongono una analisi dal punto di vista liberale, proponendo le relative  soluzioni.  

 I precedenti articoli: 

Lo svantaggio competitivo nazionale nasce dalla congestione; Le tre Italie: con la crisi si ropme l’equilibrio; Le tre Italie: Settore amministrativo pubblico e i monopoli senza controllo; Le tre Italie: La crisi e le due Italie che diventano treLe tre Italie: Il settore produttivo prima della crisi

 

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