I leader africani hanno aperto sabato ad Addis Abeba le celebrazioni per i 50 anni di sforzi, dai risultati molto altalenanti, perpetrati per unire il loro continente. Sullo sfondo la speranza di decollo economico atteso da tanto tempo, ma anche la minaccia islamista su parte del Continente.

“I Padri fondatori (dell’unità africana) si erano dati appuntamento per costituire l’Organizzazione dell’Unità Africana, all’alba delle indipendenze, cinquanta anni fa, ed è opportuno che noi ci ritroviamo qui oggi nel momento in cui l’Africa si rialza (…) Loro erano già convinti allora che condividiamo una storia e un destino comune”, ha dichiarato il Primo Ministro etiope Hailemariam Desalegn, padrone di casa del summit. La Presidente della Commissione dell’UA, la Sudafricana Nkosazana Dlamini-Zuma ha tenuto a precisare che “l’autosufficienza e l’indipendenza economica che i nostri fondatori evocavano sono ancora per molti fuori dalla loro portata, e le differenze sociali persistono” ed ha insistito sulla necessaria solidarietà continentale, perché “solo mostrandosi solidali si possono far tacere le armi”. Ha poi reso omaggio ai soldati africani impegnati al mantenimento della Pace e pregato i leader africani a non lasciare disattese le esigenze delle giovani generazioni. “La gioventù è impaziente, ha dichiarato. E’ impaziente”. I capi di Stato africani hanno voluto dare risalto alla nascita il 25 Maggio 1963 dell’Organizzazione dell’Unione Africana (OUA), prima istituzione panafricana dl bilancio molto contestato, antenata dell’attuale Unione Africana (UA) che si vede dotata dal 2002, data della sua costituzione, di istituzione più ambiziose. Sono numerosi coloro che hanno preso la parola, Sabato 25 Maggio ad Addis Abeba, per commemorare in pompa magna il cinquantenario dell’UA. Ma l’intervento che ha avuto maggiore risalto è stato quello dell’anziano ex Primo Ministro giamaicano, Percival James Petterson, che è salito sul palco al ritmo di Reggae. “Il nostro DNA è africano, ha detto ad un pubblico sbigottito. Le mie radici esigevano che io cominciassi con questa musica. La parola ‘nero’ non deve più essere sinonimo di inferiorità, come ‘pecora nera’ o ‘lista nera’… Bisogna cambiare vocabolario”.

Ma le speranze di sviluppo in Africa oggi vengono ridimensionate dalla minaccia sempre più grave dei movimenti di insorti islamisti, nel Sahel, in Nigeria o in Somalia. “Il terrorismo è ormai una minaccia molto seria in Africa (…) Quello che succede in Niger non è un caso isolato”, ha riconosciuto il Ministro degli Affari Esteri etiope, Teodros Adhanom, davanti al Segretario di Stato americano John Kerry, riferendosi ai due attentati perpetrati da kamikaze islamisti e rivendicati dal jihadista Mokhtar Belmokhtar, dato per morto mesi fa in Ciad, che ha causato la morte di una ventina di persone nel Nord del Niger e minacciato di colpire i Paesi coinvolti in Mali. Unico Capo di Stato europeo presente, il Presidente francese François Hollande ha invitato i suoi omologhi africani a partecipare alla fine del 2013 a Parigi ad un summit dedicato “alla Pace e alla sicurezza, e per questo, anche alla lotta al terrorismo”, ha dichiarato alla stampa. Ricordiamo che la Francia è militarmente presente da 4 mesi nel nord del Mali, con l’obbiettivo di neutralizzare le milizie islamiche, ma questo tipo di intervento “deve ora passare di testimone agli eserciti africani che la Francia aiuterà ad organizzarsi affinché si difendano da soli, combattendo così anche il flagello del terrorismo”, ha dichiarato  Hollande. La Francia non vuole più essere definita “gendarme dell’Africa” né intervenire nei suoi affari interni. L’esempio da seguire è quello della Somalia, che vive una sanguinosa guerra civile dal 1991 e dove una forza dell’Unione Africana (Amisom) è riuscita a far ridimensionare, da un anno a questa parte, gli islamisti Shebab, che a un certo punto sembravano aver in mano il Paese. Kerry ha ufficialmente dichiarato il gruppo islamista nigeriano ‘Boko Haram’ come “terrorista”, impegnandosi a sostenere la Nigeria a patto che il Governo nigeriano si impegnasse a tutelare i Diritti Umani in questa lotta, e non combattendo le atrocità con altre atrocità.

 L’instabilità nel Sahel, nell’Est della Repubblica Democratica del Congo e l’interminabile crisi politica in Madagascar non impediscono però che l’Africa venga corteggiata sempre più avidamente per le sue risorse naturali e il suo potenziale economico. Durante questo suo terzo viaggio in Africa (il terzo in in tre mesi), la Presidente del Brasile Dilma Rousseff ha annunciato l’azzeramento da parte del suo Paese di 900 milioni di dollari di debito da parte dei Paesi africani. “Avere delle relazioni speciali con l’Africa, è strategicamente fondamentale per la politica estera brasiliana”, ha spiegato alla stampa il portavoce della Presidente, precisando che i due principali beneficiari saranno il Congo (Brazavillle) e la Tanzania. “L’Africa cambia profondamente, incitando numerosi Paesi, tra i quali  Russia, Cina, Brasile, Giappone ad investire per approfittare delle grandi potenzialità economiche. Gli Stati Uniti sono in ritardo in questo campo e ciò deve cambiare”, ha tenuto a dire Kerry. Tra le personalità presenti ad Addis Abeba si è visto il Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon, il Presidente della Commissione Europea Barroso e il vice-Primo  Ministro cinese Wang Yang. La Cina, che investe moltissimo in Africa da anni, è stato il solo Paese ad essere ringraziato pubblicamente dalla Tribuna dell’UA. Il Premier etiope Desalegen “ha espresso la sua più grande riconoscenza verso la Cina che investe miliardi (…) per sostenere i nostri sforzi per lo sviluppo delle infrastrutture”.

Certamente in progresso, la situazione socio-economica dell’Africa rimane caratterizzata da molte differenze. Nel corso degli ultimi 50 anni, gli indicatori di sviluppo del Continente – salute, educazione, mortalità infantile, crescita economica, governance – mostrano un netto miglioramento. Secondo il FMI, alcuni di questi Paesi conoscono una crescita economica tra le più rapide al Mondo. Ma, secondo l’indice di sviluppo umano (IDH) delle Nazioni Unite, i 12 Paesi meno sviluppati del Mondo sono in Africa, e in seno ai 26 Paesi in coda alla classifica, uno solo non è africano: l’Afghanistan. Purtroppo se dal lato “economia” numerosi progressi sono stati fatti, per quello che riguarda alternanza politica, diritti umani e libertà democratiche, ancora molto rimane da fare. Una volta spenti i riflettori rimarrà una domanda: ci sarà africano o africana, della savana o della periferia, al quale l’UA avrà alleggerito il fardello quotidiano? Noi europei lo stiamo imparando a nostre spese: l’Unione è la nostra forza, ma ottenerla non è affatto cosa semplice. Due Continenti, due Storie diverse, ma poi neanche tanto.

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