* Il pessimo quadro di nuove povertà e di ingiustizia fiscale che abbiamo delineato ha padri ben identificati. I governi dei mediocri che abbiamo avuto negli ultimi 20 anni, quelli in cui si sono poste le premesse e poi è iniziato il declino.

Errore numero 1: il federalismo. Una idea antistorica, retriva, gretta, cieca, nemica del progresso. Come se fossimo negli anni ’50, si pensava che fosse possibile amministrare meglio localmente e che i comuni e le regioni virtuose sarebbero stati di esempio agli altri.

Nulla di tutto ciò. I sostenitori del federalismo, nella loro incultura storica e politica, non consideravano che la cattiva gestione della macchina pubblica prescinde per lo più da attitudini geografiche, ma è semplicemente alimentata dalla quantità di potere e di denaro che circola con scarso controllo della spesa.

Soprattutto non consideravano che il mondo cambiava irreversibilmente e che tutti i processi organizzativi e amministrativi si informatizzavano rapidamente e chi non lo faceva restava indietro impastoiandosi in una inefficienza arcaica e ridicola. E’ esattamente quello che è successo all’Italia.

Dove c’è unità di lingua, moneta e obiettivi non ha alcun senso gestire un qualsiasi processo tecnico o amministrativo in modo diverso e con procedure diverse da comune a comune, figuriamoci da regione a regione.

L’aspetto più paradossale è che i principali partiti non si sono accorti della direzione sbagliata e fino a poco fa erano unanimi nel credere che il federalismo e, peggio ancora, il federalismo fiscale fossero valori positivi, quando invece sono stati solo fabbriche di burocrazia e inefficienza.

L’elenco dei guasti del federalismo o comunque dell’inefficienza delle autonomie locali è impressionante e verrà affrontato separatamente in un documento dedicato.

Errore numero 2: la mancanza in tutti i partiti di un disegno organico di riforme strutturali per la modernizzazione del paese, basato sulla ricostruzione della competitività. Le famose riforme liberali di cui tutti parlano ma che nessuno è stato capace di fare (salvo il tentativo parziale del primo Bersani).

Errore numero 3: la dilettantesca abitudine di affrontare problemi complessi in modo semplicistico, con soluzioni facili ma insufficienti.

Le privatizzazioni per ridurre il debito. Risultato parzialmente raggiunto, ma a costo dello smantellamento di alcune conglomerate di dimensione globale, che ha indebolito il sistema Italia, perché le privatizzazioni hanno avuto effetti recessivi sull’indotto, che era enorme e di cui nessuno teneva conto quando si parlava trionfalmente di quanto lo Stato aveva incassato.

La finanza locale “per responsabilizzare le autonomie“. Aumento delle imposte puro e semplice, a beneficio di una burocrazia intoccabile e dell’alimentazione di una spesa inefficiente e incontrollabile.

Errore numero 4: Le Authorities popolate di giuristi che poco sanno di economia e non si accorgono di lasciar crescere felicemente un sistema di oligopoli. La Consob e la Banca d’Italia che vigilano con grande impegno solo quando i problemi esplodono. La giustizia penale che si sostituisce spesso, con un impianto legislativo inadeguato e soprattutto con conoscenze sommarie, agli organi di vigilanza assenti. Il risultato finale sono tariffe che crescono invece di scendere, mercato poco libero invece che più libero, aziende che chiudono quando potevano essere salvate, scandalismo e sfiducia.

Errore numero 5: Politica fiscale ingenua e autolesionista. Le agevolazioni ad aliquota minima ai capitali all’estero e gli affrancamenti di cui hanno beneficiato le vendite di pacchetti azionari hanno fatto sì che centinaia di miliardi di euro scontassero aliquote ben inferiori al 10%. L’intento era di agevolare gli investimenti. L’ingenuità è stata enorme, da dilettanti, Quei capitali hanno preso la via della speculazione monetaria, non degli investimenti. I nostri governi dei mediocri non si sono resi conto che l’Italia si stava deindustrializzando, come gli USA, diventando di fatto un paese importatore.

Errore numero 6: La spesa pubblica cresce fra il 2000 e il 2010 e i governi di centrodestra nulla fanno per metterla sotto controllo. Si comportano esattamente come i governi della Prima Repubblica.

Il risultato è disastroso. Quando arriva la crisi finanziaria del 2007, che si trasforma nella crisi industriale del 2008 l’Italia è, unica fra i paesi più industrializzati, debole industrialmente e finanziariamente, con un indebitamento eccessivo, che alimenta, come era facilmente prevedibile, la speculazione. L’Italia è andata a marcia indietro e paga un prezzo più alto di altri.

Nel 2011 arriva il tecnico. Il governo Monti ha sì ridato dignità all’Italia, reso credibile una parvenza di rigore, ricostruito faticosamente un po’ dell’immagine distrutta da decenni di sciagura berlusconiana. Ma, diciamocelo francamente, dal punto di vista tecnico è stato un semidisastro. Politica fiscale autolesionista e colpevolmente iper-recessiva; riforme mal concepite e ininfluenti, come quella del mercato del lavoro. Problema degli esodati affrontato in modo dilettantesco e offensivo (tutelati evasori e fannulloni, penalizzati gli onesti). Spese militari inutili intoccabili, spending review frettoloso e inefficace. Ma soprattutto totale conservatorismo strutturale. Esattamente come chi lo ha preceduto.

Né i tecnici, né i mediocri che li hanno preceduti hanno saputo non realizzare, ma almeno concepire un disegno di riforma strutturale che identificasse le distorsioni più eclatanti e soluzioni possibili.

La voragine è la spesa pubblica improduttiva, e la spesa pubblica improduttiva è annidata nell’inefficienza e nella burocrazia degli enti locali. Monti non è stato nemmeno capace di guardare oltre il proprio naso di ragioniere del fisco e ipotizzare l’unica vera riforma strutturale senza effetti recessivi. E cioè l’abolizione delle Regioni e la riduzione dei comuni da 8000 a 1000 massimo, con informatizzazione centrale e demolizione del controllo politico locale.

Per non parlare dei fattori di modernizzazione e competitività: informatica e inglese. Dimenticati.

Altro fattore di declino, apparentemente irrilevante ma invece simbolicamente ben significativo. L’ambasciatore dell’Italia nel mondo, dopo il disastro Berlusconi, dovrebbe essere qualcosa di più di un ultra settantenne, economista fermo agli anni ’70, che sa solo di economia monetaria e non capisce granché di anarco-capitalismo, ruolo dei fondi sovrani, dinamica degli spostamenti di ricchezza, etc. E per di più indossa tristissimi abiti in tinta unita su camicie in tinta unita, con cravatta celeste chiaro. Nemmeno da Armani o Brioni ha imparato qualcosa.

Ci sarebbe ben altro, ma è sufficiente fermarsi qui. Come poteva vedersi una speranza per il futuro in un uomo così privo di visione, di ideali, di schiettezza, di coerenza? Come si potrebbe dare un giudizio diverso dalla mediocrità a quel governo di improvvisati?

In estrema sintesi: fino al 2009 gli studi econometrici mostravano che l’effetto positivo di nuove imposte sul PIL deve essere corretto per lo 0,5 % da un effetto negativo. Dopo il 2009 l’effetto cambia, diventa sostanzialmente recessivo (da 0,9 a 1,7). Cioè nuove tasse che valgono l’1% del PIL portano fino a una riduzione del PIL da 0,9 a 1,7%. (rapporto di ottobre 2012 del Fondo Monetario Internazionale)

Questo significa che Monti è un economista anni ’70. Chi lo racconta a chi perde il lavoro, mentre i dipendenti statali, comunali e regionali e i professori universitari non devono mai rendere conto a nessuno e non rischiano mai niente?

Un esempio valga per tutti. La libertà di apertura festiva per negozi e centri commerciali, decisione di stampo liberista del governo Monti con l’opposizione degli ambienti sindacali e religiosi, è una misura che, mentre può anche non destare scandalo in un liberale per motivi religiosi o tradizionali, è tecnicamente stupida e controproducente. Anche uno studente del primo anno di economia di media diligenza ha studiato che:

– lo stimolo ai consumi tramite un aumento dell’offerta è un beneficio all’economia se riduce la propensione al risparmio e incrementa quella al consumo.

– in periodi di espansione o neutri questo meccanismo funziona

– in tempo di recessione e forti nuove imposte la propensione al risparmio è già quasi azzerata

– pertanto gli acquisti domenicali e pasquali non faranno altro che sostituire quelli del resto della settimana e il saldo finale resterà negativo

– nel frattempo i costi delle catene commerciali (energia e personale) crescono per l’estensione delle aperture

– il sistema , invece di concentrare gli acquisti e divenire più efficiente, li diluisce e diviene meno efficiente

Geniale. Questo è quello che succede quando chi governa non conosce l’economia reale, non è mai entrato in un azienda e tantomeno ne ha vissuto i problemi organizzativi e strategici. Le battaglie con Microsoft del Commissario Monti alla Concorrenza, alla Commissione Europea, sono ininfluenti. All’Italia serve altro.

Un bravo economista prima di tutto fa la rivoluzione (che non costa nulla) degli orari: divieto di apertura per i beni non indispensabili prima delle 10/11 del mattino. Si risparmia energia, carburante, si riduce la congestione sui mezzi pubblici e sulle strade. Non serve a nulla avere boutiques e negozi di elettrodomestici semivuoti per intere mattinate, poi chiusi in pausa pranzo e congestionati di sabato o dopo le 6 del pomeriggio.

Se non fossero sufficienti gli esempi descritti, basta tornare all’IMU e alle vicende pensioni ed esodati. Tre disastri davanti agli occhi di tutti, che oggi nessuno più difende, nemmeno Monti. 

© Rivoluzione Liberale

*Trattasi di una serie di articoli che verranno pubblicati il martedì ed il sabato e che complessivamente espongono una analisi dal punto di vista liberale, proponendo le relative  soluzioni.  

I precedenti articoli: 

Le tre Italie: i nuovi poveri delle città; Lo svantaggio competitivo nazionale nasce dalla congestione; Le tre Italie: con la crisi si ropme l’equilibrio; Le tre Italie: Settore amministrativo pubblico e i monopoli senza controllo; Le tre Italie: La crisi e le due Italie che diventano treLe tre Italie: Il settore produttivo prima della crisi

 

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