Con l’esposizione A tutti i pittori ho chiesto l’autoritratto (fino all’ 8 settembre) la Pinacoteca di Brera omaggia degnamente il genio a tutto tondo che è stato Cesare Zavattini, sceneggiatore e regista al fianco di Vittorio de Sica e Luchino Visconti, commediografo, romanziere, narratore, giornalista, poeta e pittore. La mostra raccoglie 152 delle quasi 1500 opere della singolare collezione di Zà (così si faceva chiamare).

Egli aveva raggruppato dal 1941 per una quarantina d’anni gli autoritratti dei maggiori pittori italiani del Novecento. Commissionando tele dal formato 8 x 10 cm e lasciando piena libertà espressiva, era venuto a contatto diretto con i suoi artisti. Così piccole tele accomunate esclusivamente dalla misura che costituiva più una scommessa che un limite, hanno man mano tappezzato le pareti della sua casa di via Sant’Angela Merici fino al 1979.

Malauguratamente nel 1979 esse sono state divise e vendute per difficoltà economiche, fino a quando nel 2008, recuperate in minima parte, sono state acquisite dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali come proprietà della Pinacoteca di Brera. Quindi sono state conservate in deposito da allora e solo recentemente restaurate con il ripristino delle cornici originali.

Molti di questi minuti autoritratti sono stati dispersi, ma ciò che rimane ci è sufficiente a immaginare lo splendore di questa composizione, una vera e propria antologia, dove ogni tela arricchiva la propria vicina per quanto vivesse di vita autonoma. Solo per citare alcuni degli esecutori: Fontana, Burri, Balla, De Chirico, Savinio, Capogrossi, Severini, Casorati, Sironi, Mafai, Soffici, De Pisis, Campigli, Afro, Consagra, Depero, Guttuso, Sassu, Dorazio, Manzù, Melotti, Marini, Schifano, Vedova, Rotella, Festa, Turcato, Munari, Pistoletto, Plessi, Pericoli, Ligabue, Prampolini, Guidi, Parmiggiani e i letterati Buzzati, Dorfles, Soldati.

Nomi che hanno calcato la storia e che hanno accettato di incamerare la propria essenza, di mettersi a nudo, per un collezionista che richiedeva loro un compito davvero arduo. Nell’autoritratto viene dato respiro al sentimento dell’artista, al suo gusto creativo e al modo in cui egli vede e vuole vedere se stesso, e forse apparire agli occhi altrui. In questo modo l’autoritratto non può essere altro se non verosimile. Chi ha accettato ha avuto la dignità di ritrarsi ed essere dunque commemorato.

L’autoritratto è certo il genere più complicato e uno dei più antichi. I primi esemplari pervenutici sono quello dello scultore Fidia e della pittrice e vestale romana Marcia. Poi nel Rinascimento l’autoritratto è tornato con l’invenzione dello specchio piatto per affermarsi come genere a sé, anche con funzione autopromozionale, o come inserito in opere di tutt’altra tematica e genere.

È questa l’opportunità di vedere gli artisti presenti come nessuno li ha mai visti, così intimi e così accuratamente selezionati. Si deve tutto al gusto di Cesare Zavattini che con l’apparente (chi lo può sapere con sicurezza) giustificazione di avere a disposizione una limitata quantità di denaro ha messo in atto la sua iniziativa brillante. Una raccolta che tutti vorrebbero e a cui nessuno penserebbe mai.

L’abitazione romana di Zavattini si svela e si rivela in tutto il suo essere scrigno di un contenuto estremamente prezioso e unico. Con le tele dei grandi maestri sono in mostra alcuni autoritratti dello stesso collezionista esigente e attento e niente meno che una ricca documentazione cartacea e video di lettere, cartoline, brochure, inviti, interviste e documentari a testimonianza della storia della raccolta e dei suoi protagonisti.

Il denaro, equivalente generale in accezione marxiana, segna il valore di scambio di una merce con un’altra merce secondo un rapporto di parità e uguaglianza, ma questo è uno di quei casi in cui i termini quantità e oggettività non possono essere applicati. Non è difatti misurabile il valore delle opere di una collezione di tale calibro, in quanto per rarità e significato storico e umano sfiorano l’inestimabile.

© Rivoluzione Liberale

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