Il Primo Ministro etiope, attuale Presidente dell’Unione Africana, ha accusato la Corte Penale Internazionale di “caccia razziale”.

Le accuse vengono mosse dal Premier etiope dopo la chiusura del summit dell’Unione Africana che si è tenuto ad Addis Abeba lo scorso fine settimana. La Corte Penale internazionale porta avanti una sorta di “caccia alle streghe”, tutte di origine africana, ha affermato Haile Dessalegn. Quando è nata la CPI, “l’obbiettivo era quello di evitare qualsiasi tipo di impunità, ma ormai il processo è degenerato in una sorta di caccia razziale”, ha dichiarato alla fine di una riunione in margine al summit nella quale si è chiesto il trasferimento alla giustizia keniota dei procedimenti intrapresi dalla Corte contro il Presidente e  il vice-Presidente del Kenya, per crimini contro l’umanità. “I leader africani non capiscono perché  questi due alti dirigenti (i due capi dell’esecutivo kenioti) siano stati incriminati, penso quindi che la CPI capisca che non dovrebbe intentare nessuna azione legale contro degli africani”, ha precisato alla stampa. Uhuru Kenyatta e William Ruto, eletti nel Marzo scorso Presidente e vice-Presidente del Kenya, sono incriminati dalla CPI per il loro ruolo presunto nell’organizzazione di terribili violenze scaturite ne loro Paese dalle elezioni Presidenziali del  Dicembre 2007, quando appartenevano a due campi diversi. Queste violenze nel giro di poche settimane si erano rapidamente trasformate in scontri tra comunità, seguite da brutali omicidi, stupri e mutilazioni, causando la morte di più di 1000 persone e centinaia di migliaia di profughi. Il processo a Uhuru Kenyatta si apre il 9 Luglio all’Aia, sede della CPI. Quello di William Ruto avrebbe dovuto cominciare il 28 Maggio, ma è stato rimandato a data da destinarsi. Molti Capi di Stato Africani hanno recentemente accusato la CPI di prendere di mira esclusivamente africani. “Il 99% degli accusati sono africani, questo mostra che c’è un malfunzionamento e una compromissione del sistema in seno alla CPI, e noi questo lo contestiamo”, ha continuato il Primo Ministro etiope. Dalla sua nascita, la CPI ha perseguito una trentina di persone, tutte di origine africana, per crimini avvenuti in otto Paesi africani: Repubblica Democratica del Congo, Centrafrica, Uganda, Sudan (Darfur), Kenya, Libia, Costa d’Avorio e Mali. Ma le inchieste aperte in RDC, Centrafrica, Mali e Uganda lo sono state per espressa domanda degli Stati coinvolti, firmatari dello Statuto di Roma, fondatore della Corte Penale Internazionale. I casi concernenti il Darfur e la Libia – non firmatari – sono stati aperti su richiesta del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, mentre il Procuratore della CPI ha fatto suoi i fascicoli su Kenya e Costa d’Avorio. “Se prendete l’esempio del Kenya, l’accusa viene dallo scontro tra due tribù, i Kalenjin e i Kikuu (i due clan dai quali provengono Kenyatta e Ruto), ma queste due comunità si sono unite (…) per eleggere il Presidente e il vice-Presidente”, ha fatto notare Haile Mariam Dessalegn, senza però rivelare che dei membri di molti altri gruppi sono stati vittima di violenze. La CPI aveva autorizzato nel 2010 il suo Procuratore a portare avanti dei capi di accusa per via “della inadempienza delle autorità keniote” e poter così stabilire chi fossero i principali responsabili. Da parte sua, la Presidente della Commissione dell’Unione Africana, Nkosazana Dlamini-Zuma, ha tirato in ballo le riforme giuridiche approvate in Kenya dal tempo degli scontri e giustificare così la richiesta di riportare il caso in patria. Secondo il Commissario dell’UA per la Pace e la Sicurezza, Ramtane Lamamra, la Risoluzione sulla CPI  è stata adottata “per consenso”, senza voto formale. Solo due Paesi hanno posto dei dubbi durante il dibattito, il Gambia, Paese d’origine del Procuratore della CPI Fatou Bensouda, che ha in mano il dossier Kenya e il Botswana. “Qualche leader, un tempo incline ad esprimere una certa comprensione sul modo di agire del Procuratore (…) questa volta ha detto no, no, no, tutto questo deve cambiare, dobbiamo condannare questo modo di fare”, ha assicurato Lamamra. La cosa più allarmante è lo spazio lasciato a Omar el –Bechir, Presidente del Sudan sottoposto a un mandato di arresto internazionale dal 4 Marzo 2009,che, intervistato da una radio francese ha denunciato a sua volta la legittimità della CPI nel perseguire Stati africani.

Da diversi anni, questa accusa è diventata quasi un leitmotiv. “Si ha l’impressione che la Corte Penale Internazionale non miri che gli africani. Questo significa che non succede nulla in Pakistan, in Afghanistan a Gaza o in Cecenia? I problemi non esistono solo in Africa. Allora perché non ci sono che africani giudicati dalla Corte?”, aveva denunciato già nel Giugno del 2011 il gabonese Jean Ping, allora Presidente della Commissione dell’UA. Ma i “casi africani” che sono sul tavolo della CPI provengono da fatti incontestabili. Prendiamo la Costa d’Avorio per esempio. L’ex Presidente, Laurent Gbagbo, detenuto all’Aia dal 1° Dicembre del 2011, sappiamo essere incriminato per quattro capi di accusa per crimini contro l’umanità. Il Mondo intero è stato testimone delle atrocità post-elettorali avvenute tra il Novembre del 2010 e l’Aprile del 2011 e che hanno fatto più i tremila vittime. Malgrado gli appelli e gli avvertimenti arrivati da ovunque, anche dalla CPI, soprattutto dall’argentino Luis Gabriel Ocampo, allora procuratore, Gbagbo ha cercato di aggrapparsi al potere con le armi, fino alla sua cattura avvenuta l’11 Aprile del 2011. Abbiamo citato il Kenya e il Sudan. Ma non sono soli. Il 14 Marzo del 2012, il congolese Thomas Lubanga è stato riconosciuto colpevole per crimini di guerra e condannato dalla CPI a 14 anni di reclusione. E’ la prima vera sentenza della CPI dalla sua entrata in vigore nel Luglio del 2002, sentenza giudicata “una vera conquista” da Amnesty International. La lista degli esempi è lunga e l’insieme dei crimini commessi per i quali i loro autori sono perseguiti, sono previsti dall’articolo 5 dello Statuto della Corte. Inoltre, la tesi del neocolonialismo portata avanti dai Capi di Stato africani è in contrasto con le sentenze non africane rese dai tribunali internazionali che hanno preceduto la CPI, come il Tribunale speciale delle Nazioni Unite per il Libano creato dopo l’assassinio di Rafiq Hariri (14 febbraio 2005) o il Tribunale penale Internazionale per l’ex-Iugoslavia istituito il 22 Febbraio del 1993 con la Risoluzione 808 del Consiglio di Sicurezza. E’ interessante la proposta del Ministro belga degli Affari Esteri Reynders, favorevole a una Corte penale africana, complementare alla CPI. Per il Ministro, i Paesi africani non devono assolutamente voltare le spalle alla CPI, così come non si può prendere in considerazione il ritiro dei capi di accusa contro il neo Presidente del Kenya Uhuru Kenyatta e i suoi consiglieri. Per Reynders i Paesi africani legati alla CPI, devono restarvi. Così come il procedimento aperto dalla CPI contro Kenyatta. Ma il Ministro vede delle opportunità nello sviluppo di una Corte Penale africana, come  previsto nello Statuto dell’UA. “Questo potrebbe contrastare l’impunità in alcuni conflitti Regionali”, afferma il Ministro. Per il Ministro degli Esteri Reynders però “una non esclude l’altra”.

Forse ha ragione Reynders, mancano accordi chiari con le Nazioni Unite, soprattutto per i delitti che devono continuare a dipendere dalla CPI. E’ un gioco di squadra, le regole devono essere chiare e i giocatori avere le stesse possibilità. Se è vero che l’Africa non può giocare da sola, è anche vero che il gioco deve essere portato avanti alla pari. Un po’ come succede in Europa. Oggi, camminare da soli non è più possibile, in nessun campo.

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