Dopo la tregua di Messina dell’agosto 1282, la Communitas Siciliae era sola contro un gigante che aveva pure l’appoggio della Chiesa; il buon senso, oltre che le circostanze, imponeva di cercare aiuto su qualche sponda. L’alleato più naturale per i Siciliani era sicuramente il Re d’Aragona (un piccolo regno della penisola iberica) Pietro III che aveva sposato Costanza, la figlia di Re Manfredi I di Hoenstaufen.

Costanza era la naturale titolare della corona di Sicilia e per Pietro III sarebbe stato evidentemente vantaggioso riunire sotto la sua persona la corona propria e quella della moglie così da lasciare a suoi figli il dominio navale del Mediterraneo occidentale. Venne convocato un Parlamento nella Chiesa della Martorana a Palermo dove venne ufficializzata la decisione di offrire la corona siciliana a Pietro III d’Aragona, nel nome di Costanza sua consorte e legittima erede del Regno di Sicilia.

Pietro III accettò l’offerta e si impegnò ad aiutare i Siciliani contro Carlo I promettendo di rispettare, una volta Re, le leggi del tempo di Re Guglielmo II “il buono”, morto quasi un secolo prima. Il 30 agosto del 1282 Pietro III d’Aragona sbarcò a Trapani e si recò a Palermo per essere incoronato Re nella Cattedrale, cosa che avvenne il 7 settembre dello stesso anno.

Finiva così la breve, ma gloriosa, esperienza della Communitas Siciliae ed iniziava quella del nuovo Regno di Sicilia che si trovava contrapposto al Regno di Sicilia guidato da Carlo I d’Angiò che risiedeva a Napoli e di siciliano non aveva più nulla, se non gli antichi domini continentali conquistati dagli Altavilla nell’XI secolo e riuniti dal grande Ruggero II di Sicilia nel 1130 sotto un unico Re, a Palermo.

Pietro I di Sicilia assunse l’onere del governo affrontando immediatamente i problemi principali che erano: condurre la guerra contro Carlo I che stava assediando Messina, formare un governo efficiente nell’isola e reperire fondi per gestire l’amministrazione pubblica che era, ormai, allo sbando. Entro la fine di dicembre del 1282 fu riportata la normalità nell’amministrazione siciliana e nella giustizia, mentre da subito Pietro I iniziò ad allestire il suo esercito per liberare Messina dall’assedio angioino.

Già il 16 settembre del 1282 degli ambasciatori aragonesi si recarono presso Carlo I invitandolo a togliere l’assedio a Messina. Carlo I annunciò ai due ambasciatori (Rodrigo de Ximenes e Pietro de Queralt) siciliani di volersi ritirare, ma in realtà non lo fece fino al giorno al 26 dello stesso mese; in questi dieci giorni si diede alla cieca distruzione di tutte le campagne messinesi. Quando le truppe angioine salirono sulle navi, tutta Messina fu in festa.

Una sola città, con il suo orgoglio e la sua tenacia, aveva tenuto testa all’intero esercito angioino ed aveva salvato la libertà della Sicilia. Il 9 ottobre giunse nel porto peloritano la flotta aragonese a prendere possesso della città. Dopo due giorni le navi messinesi e quelle aragonesi uscirono dal porto per assalire le navi angioine ancorate a Reggio Calabria. Quando si trovarono di fronte, trentasette navi siculo-aragonesi misero in fuga settantadue navi angioine.

La supremazia nella tecnica navale dei Siciliani e degli Aragonesi messi insieme era indiscutibile, in tutto il Mediterraneo. Ancora il 14 ottobre 1282, quarantacinque navi angioine in rotta da Reggio Calabria verso Napoli vennero intercettate da sedici navi messinesi che assalirono il nemico e riuscirono a catturare ben ventuno legni francesi. Ora Pietro I era pronto per invadere la Calabria e riprendere così tutti i domini che spettavano alla moglie, ma egli decise di fermarsi perché la Sicilia era troppo indebolita da mesi di guerra per finanziare una spedizione oltre lo Stretto di Messina e, oltretutto, l’inverno si avvicinava a passo rapido.

Forse questa sua decisione compromise seriamente e per sempre la possibilità del Regno di Sicilia di riappropiarsi dei suoi domini continentali, che non torneranno mai più ad essere governati da Palermo. Tuttavia va considerato che le circostanze del momento, anche se favorevoli dal punto di vista militare, non lo erano dal punto di vista finanziario e della stabilità del paese e Pietro III, saggiamente, soprassedette.

Come già detto la fine del 1282 servì al sovrano aragonese per riportare in ordine la vita ed i conti dell’isola. Il 5 gennaio del 1283 venne diramato l’ordine ai giustizieri di tutte le città siciliane di prepararsi ad una chiamata alla armi. Il 17 gennaio, truppe mercenarie venute dall’Aragona (gli almogaveri), occuparono il porto calabrese di Catona con uno sbarco a sorpresa nella notte. Il 26 gennaio l’esercito siculo-aragonese ebbe ordine di convergere su Messina e tenersi pronto per la prossima invasione della Calabria. Alla fine del gennaio 1283, Carlo I lasciò la Calabria nominando governatore del Regno suo figlio Carlo, all’epoca principe di Salerno (conosciuto dalla Storia come Carlo “lo Zoppo”) ed andandosene a passare un periodo di riposo presso suo nipote, il Re di Francia Filippo III (detto “l’Ardito”).

Il giovane Carlo capì subito che a Reggio Calabria l’aria non era salubre per i francesi e si affrettò, armi e bagagli, a lasciare la città: cosa che avvenne l’8 febbraio del 1283. La città era rimasta sola e con l’esercito siciliano che stava per piombarle addosso. I maggiorenti ed i nobili non ebbero altra scelta che mandare degli ambasciatori in Sicilia per giurare obbedienza e fedeltà a Pietro I, che sbarcò in Calabria dopo sei giorni. Il tipo di guerra che il sovrano aragonese, novello Re di Sicilia, intendeva portare al nemico francese era una guerra di logoramento fatta di incursioni ed imboscate notturne che, oltre a snervare il nemico, avevano il merito di avere allontanato la guerra dalla Sicilia e di averla portata sul suolo calabrese.

Questo però deve fare riflettere, perché così facendo il Re dimostrava di non avere un grandissimo interesse a riconquistare tutti i territori del Regno di Sicilia così quali erano nel 1266; piuttosto egli mirava a consolidare il dominio in Sicilia. Questo atteggiamento era dovuto al fatto che il sovrano capiva che impiegare risorse militari per risalire i domini degli Angiò fino a Napoli, ed anche oltre, dovendo sempre combattere alla lunga avrebbe sfiancato le finanze del Regno di Sicilia e di quello di Aragona ed inoltre la Sicilia era già un’enorme conquista di per se. Da non trascurare era anche la circostanza che il Regno di Aragona era da sempre in lotta con la Francia di Filippo l’Ardito (nipote di Carlo d’Angiò) e quindi non era prudente tenere un fronte così esteso in tutta Europa.

Nell’aprile del 1283 la regina Costanza con i figli Giacomo, Federico e Iolanda arrivò in Sicilia, mentre il figlio maggiore, Alfonso, era rimasto in Aragona a vegliare sul regno come reggente. Pietro I doveva tornare nel suo regno e lasciò sua moglie come reggente della corona di Sicilia. Questa circostanza non fu solo un atto d’amore. Pietro III voleva rimarcare come la corona fosse un’eredità di Costanza. Il giovane principe Giacomo venne nominato vicario generale del Regno, mentre al comando della flotta venne posto Ruggero di Lauria che riempirà gloriose pagine nella storia militare della marina siciliana e catalana.

Giustiziere a vita del Regno fu eletto Alaimo da Lentini. Prima di partire per l’Aragona, dalla quale avrebbe dovuto trasferirsi in Provenza per sfidare a duello Carlo d’Angiò, egli convocò un Parlamento a Messina per dettare il da farsi nel caso in cui fosse morto durante il duello. Per cominciare egli dichiarò solennemente di lasciare la moglie ed i figli nell’isola come garanzia del fatto che la sua famiglia non avrebbe governato la Sicilia come una colonia. In secondo luogo che alla corona di Sicilia, avrebbe dovuto succedergli il suo secondogenito Giacomo. Pietro I di Sicilia lasciò l’isola, dal porto di Trapani, l’11 maggio del 1283 e non vi sarebbe mai più tornato.

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