“The rising continent”. Il continente emergente. Anche il Giappone, come molte potenze occidentali, crede che l’Africa sia il continente del futuro, dove, nel 2050, vivranno 2,5 miliardi di esseri umani. Riservato e sommesso fino ad oggi, Tokyo ha deciso di accelerare il passo per trovare una adeguata collocazione in Africa. Per raggiungere questo obbiettivo ha scelto di intraprendere la strada dell’economia e della sicurezza. Nella corsa lo precedono L’India, la Cina, gli Stati Uniti, la Francia, il Brasile, la Russia, gli Emirati Arabi, l’Arabia Saudita… Per questo motivo, alla V Conferenza internazionale di Tokyo per lo Sviluppo dell’Africa (TICAD), che si è tenuta a Yokohama lo scorso weekend, il Primo Ministro Shinzo Abe, ha annunciato che il suo Paese avrebbe stanziato una somma pari a 2,5 miliardi di euro (l’anno, per 5 anni) per sostenere la crescita economica dei Paesi africani. L’Impero del Sol Levante sta rialzando la testa.

 Sul continente nero, la cooperazione giapponese affronta soprattutto la concorrenza spietata dei Paesi emergenti attirati dalle risorse e di mercati africani. Sebbene sia un precursore in fatto di aiuti allo sviluppo e presente a questo titolo in Africa da tantissimo tempo, il Giappone si è visto carpire il primato in questo campo dai Paesi emergenti ,sia sul piano economico che su quello dei media. In un contesto di assalto generale al continente nero per via delle sue risorse naturali, ma anche per il suo vasto potenziale mercato, con una crescita media del 5% nel corso dell’ultimo decennio, Tokyo ha deciso di rendere più saldi i suoi antichi legami con l’Africa. E’ questo il messaggio che Shinzo Abe  ha lanciato, in tono martellante, alla quarantina di Capi di Stato e di Governo africani riuniti a Yokohama per la TICAD. Nata venti anni fa, questa riunione quinquennale, la cui data è rimasta invariata malgrado le gravissime catastrofi naturali e industriali che ha conosciuto il Giappone due anni fa, testimonia quanto strategicamente importante sia l’Africa per la classe dirigente giapponese. “Siamo determinati a lavorare insieme per accelerare la crescita, lo sviluppo durevole e la riduzione della povertà”, si afferma nella “Dichiarazione di Yokohama”, bilancio di queste tre giornate di tavole rotonde incentrate sui progressi fatti, sulle sfide future e sui mea culpa e che avevano come fine di ottimizzare la cooperazione nippo-africana. L’effetto ottenuto, quantificato in una media annuale di più di due miliardi di euro, rappresenta un aumento sostanziale dell’ammontare dell’aiuto pubblico per lo sviluppo che il Giappone destina all’Africa. Una parte del totale di euro destinati agli aiuti, pari a 5 miliardi, saranno utilizzati per lo sviluppo delle infrastrutture delle quali i Paesi africani in pieno boom economico hanno assolutamente bisogno, soprattutto nel campo dell’energia, dei trasporti e dell’approvvigionamento di acqua, per poter continuare a diversificare le loro economie.

Questo vasto piano di assistenza ha come proposito formale di “sostenere la crescita africana”, ma anche di recuperare il ritardo degli investimenti giapponesi in Africa sui Cinesi e sui nuovi arrivati sul continente. Se la TICAD, nata all’inizio degli anni ’90, alla fine della Guerra Fredda, in un contesto di marginalizzazione del continente africano, rimane un modello nei vari panel sullo sviluppo in Africa, la Cina ha saputo giocare al rialzo a suon di miliardi, e rendersi così imprescindibile. Durante il suo recente viaggio in Africa, effettuato solo dopo una settimana dalla sua intronizzazione, il Presidente cinese ha reiterato l’impegno preso dal suo Paese di erogare, nei prossimi due anni, prestiti che raggiungono i 20 miliardi di dollari. La Cina ha anche pagato di tasca sua i 200 milioni di dollari la costruzione, da parte di architetti cinesi, del quartier generale dell’Unione Africana a Addis Abeba. Oggi, il giro d’affari degli scambi cino-africani è cinque volte superiore del commercio tra Tokyo e i Paesi africani, e per quanto riguarda gli investimenti giapponesi in Africa, sono otto volte inferiori agli investimenti stranieri diretti che provengono dalla Cina. Come recuperare questo ritardo? Già con una cifra che supera leggermente i due miliardi d’euro l’anno, l’APS promesso dal Giappone per il periodo che va dal 2013 al 2017 dovrà necessariamente superare quello della Cina, che concede meno dell’1,5% l’anno. Secondo i dirigenti africani, l’altro punto debole della cooperazione giapponese sarebbero gli investimenti privati. Molto attive nel Sudest Asiatico, le aziende private si sono mostrate molto reticenti nel cooperare con l’Africa. Per via dell’instabilità politica, dell’insicurezza, ma anche per paura della nazionalizzazione delle loro società. Nella “Dichiarazione di Yokohama” si è quindi tenuto conto anche del miglioramento “delle condizioni per gli investitori, soprattutto in campo legale”. Il Giappone ha imparato molto dall’attacco sanguinario d’In Amenas, avvenuto lo scorso Gennaio nel sudest dell’Algeria (il gasdotto di Tinguentourine preso d’assalto da terroristi islamici), dove sono morti molti suoi espatriati. Fuori questione per i Giapponesi di lasciare libero il campo agli altri Paesi. Da qui l’interesse per la zona sub-sahariana e alla sua stabilizzazione. Tokyo investirà anche 750 milioni di euro per sostenere gli Stati di questa Regione scossa dalla presenza di gruppi armati di origini diverse e dall’identità spesso molto sospette e far si che consolidino la loro preparazione nella lotta contro il terrorismo e rendano meno permeabili le loro frontiere. La mutazione degli jihadisti nel sahel rende il quadro ancora più complesso. Una volta reclutati tra gli ex combattenti della guerra civile algerina, i membri di Aqmi e di tutti i suoi movimenti satellite oggi provengono da tutta la Regione e mischia jihadisti arabi, popolazioni subsahariane e africani. E’ di questi giorni la notizia che il sud della Libia ha preso il posto del Nord del Mali come “terra rifugio”, vasta e incontrollata, degli jihadisti. In questo campo, il Giappone, che si sbarazza gradualmente del complesso del grande perdente, andrà sicuramente  a pestare i piedi agli Stati Uniti e alla Francia. Il Giappone ha anche creato una piccola base militare a Gibuti per prevenire gli atti di pirateria nel Mar Rosso e nell’Oceano Indiano.

Ma gli obbiettivi del Giappone, fortemente dipendente dalle materie prime, sono ben diversi da quelli di Parigi o Washington. Il rapporto con l’Africa è meno complesso che quello che possono avere Francia e Gran Bretagna, ex colonie che ancora oggi usano un linguaggio che sa di colonialismo. La Storia è a favore del Giappone, così come lo è per l’India e la Cina. L’Asia che vede ormai nell’Africa l’alleato ideale per mantenere un certo livello di crescita economica e sviluppo industriale. E visto che il Giappone è altamente operativo in questo momento, soprattutto in campo internazionale (a Singapore, durante la Conferenza annuale per la Sicurezza del sudest asiatico non è passato inosservato il discorso del Ministro della Difesa giapponese Onodera, che ha offuscato per un attimo la star del summit, il neoeletto capo del Pentagono Chuck Hagel), Shinzo Abe ha chiesto esplicitamente ai leader africani di sostenere la candidatura giapponese ai Giochi Olimpici del 2020 ed implicitamente di votare a favore del suo posto di membro permanente in seno al Consiglio di sicurezza in occasione dei 70 anni dalla nascita delle NU nel 2015. Chiaro segnale di uno Stato che sa dove vuole andare.

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