Il finanziamento pubblico ai partiti in Italia nasce nel 1974 con la cosiddetta “Legge Piccoli” adducendo a pretesto la tutela e l’indipendenza della politica per ridurne la corruttibilità. Sappiamo tutti, invece, come è andata…

Tale Legge è stata approvata con un iter rapidissimo grazie al consenso di tutti i partiti ad eccezione del Partito Liberale Italiano dell’allora Segretario on. Agostino Bignardi che ne vedeva, in prospettiva, tutti i limiti che tale sistema ha effettivamente dimostrato negli anni.

È stato approvato dal Governo, in questi giorni, un disegno di Legge che abolisce il finanziamento pubblico ai partiti, così come lo abbiamo finora vissuto, in sostituzione del quale viene previsto un sistema che, al di là della demagogia politica di chi lo ha promosso, potremmo definire misto e che vede, tra l’altro, una incentivazione fiscale per favorire contributi da parte dei privati.

Il sistema dovrebbe (condizionale d’obbligo visto il tema) entrare in vigore progressivamente fino ad un’attuazione completa nel 2017 e si basa su tre canali di finanziamento per i partiti: agevolazioni fiscali per le donazione volontarie da parte di privati, due per mille, agevolazioni generali per i partiti.

Partiamo dal fondo, con questa nuova norma i partiti usufruiranno di numerosi servizi gratuiti o scontati. Se da un lato, quindi, non esisterà più il finanziamento pubblico (così come lo abbiamo finora vissuto), dall’altro verrebbe da chiedersi chi si troverà (se non lo Stato ed i contribuenti), in ultima analisi, a pagare sedi, bollette, materiale di consumo, spazi tv… dei quali i partiti, in base al disegno di Legge, beneficeranno.

Un bel regalo alla classe politica, insomma, la quale, semplicemente, non riceverà direttamente i soldi dallo Stato, ma vedrà nello Stato il servitore addetto al pagamento dei conti. Con i cittadini nella parte dei “cornuti e mazziati”: la riforma, presentata come un passaggio epocale nell’interesse della comunità, già solo dalla valutazione di questo primo aspetto, si dimostra una riforma di facciata.

Altro canale di finanziamento sono le tasse. I contribuenti, a partire dalla dichiarazione dei redditi della primavera 2015, potranno destinare il 2 per mille delle loro imposte ad uno tra i partiti politici che “abbiano conseguito nell’ultima consultazione elettorale almeno un rappresentante eletto alla Camera o al Senato” oppure allo Stato che, però, li destinerà ad un calderone unico dal quale i partiti, proporzionalmente ai voti ottenuti, otterranno il finanziamento.

A prima analisi non ci troviamo di fronte a nulla di rivoluzionario. Una libertà di scelta individuale della quale ognuno valuterà se avvalersi, e della quale, personalmente, chi vi scrive non si avvarrà preferendo destinare tali risorse ad enti e realtà più meritevoli della attuale classe politica italiana.

Ultimo aspetto, da far storcere meno il naso rispetto ai precedenti, ma forse più delicato, sono le erogazioni volontarie ai partiti. È prevista una detrazione del 52% per i contributi tra 50 e 5 mila euro; del 26% per cifre superiori fino a un massimo di 20 mila euro.

A questo proposito un richiamo agli Stati Uniti è d’obbligo perchè con questa parte della riforma la politica italiana cerca, sfacciatamente, di paragonarsi agli USA, ma, anche in questo caso, pare si tratti maggiormente di un’operazione di facciata rispetto alla sostanza delle procedure e logiche americane.

Innanzi tutto perchè i politici statunitensi possono scegliere (nel caso delle Presidenziali) se essere finanziati dallo Stato o dai soggetti privati, e non “un po’ ed un po’ “. Da uno o dagli altri perchè il finanziamento pubblico non può coesistere, per Legge, con quello privato. La tendenza generale è per il contributo privato per l’entità dello stesso sempre ben più ingente di quanto offra lo Stato.

Il controllo, negli states, è, di fatto, incrociato: sui partiti che ricevono e sul privato (cittadino o realtà economica) che contribuisce rendendo così pubblici e riconoscibili, quindi controllabili, i flussi di donazione e di spesa: il processo è reso così sufficientemente trasparente da impedire (o perlomeno rendere molto difficile) l’appropriazione indebita dei contributi, da parte dei politici stessi, per fini differenti da quelli elettorali.

Altro aspetto positivo del sistema USA deriva dalla circostanza per la quale tale sistema rende evidenti, a tutti ed in maniera innegabile, le varie lobbies e le strutture economiche collegate ai partiti. Se un partito riceve soldi da tal gruppo o settore economico (tabacchi, armi, petrolio, costruttori, settori alimentari, ecc..) avviene alla luce del sole e così ogni elettore potrà scegliere, al momento del voto, se condivide tale abbinata e se la considera coerente con i programmi dichiarati dai vari politici di riferimento.

Non vi è nulla di scandaloso in tale processo; i collegamenti diverrebbero trasparenti e dichiarati rendendo semplicemente espliciti ed evidenti rapporti che, ad oggi nel sistema Italia, restano, per lo più, nell’ombra ed affidati ad emissari.

Senza addentrarci troppo nei dettagli, diverrebbe molto più trasparente l’operato dei partiti che verrebbero obbligati a dimostrazioni di maggiore coerenza (se prendi soldi, per fare un esempio generico, da chi è pitturato di blu e sostieni iniziative e leggi che portano beneficio a chi è pitturato di blu, hai poco da dichiarare o promettere una politica verde o gialla…).

La polemica, invece, riguardo alla tracciabilità del contributo e la possibilità di riconoscere come “tale persona” dona a “tale partito” (rendendo riconoscibile l’orientamento politico del donante) non può che essere riconosciuta come strumentale. È vero che, costituzionalmente parlando, “il voto è personale ed eguale, libero e segreto”, però, parlando di soldi, la tracciabilità di chi finanzia la politica è un requisito di trasparenza necessario. In fondo, poi, nel tuo partito o ci credi o non ci credi. La volontà di tutelare l’anonimato in un finanziamento reso così occulto… puzza; sarebbe uno degli strumenti migliori per favorire le infiltrazioni di, tanto per fare un esempio, associazioni criminali nelle strutture di partito.

Veramente innovativo e di valore, quindi, è solo questo ultimo aspetto del disegno di Legge; a condizione, però, venga attuato con le modalità e le logiche con le quali viene attuato negli Stati Uniti. Diversamente sarebbe il solito pasticcio all’italiana.

Il finanziamento pubblico (così come lo abbiamo finora vissuto) cesserà progressivamente e la nuova normativa sarà pienamente in vigore dal 2017; le nuove norme, però, saranno già in vigore, ad esempio, dal 730 che verrà compilato nella primavera 2015.

Un bel periodo di sovrapposizione, seppur parziale, per una nuova grande abbuffata. Tale cavillo fa pensare (e come diceva il Divo al riguardo della politica: “a pensar male si fa peccato, ma il più delle volte ci si azzecca”) ad un periodo di prova a seguito del quale, con acque un po’ più calme, aggiustare la normativa qualora le entrate non fossero adeguate.

In conclusione un’ultima provocazione, aggiuntiva ai ragionamenti fin qui fatti.

Ma scusate, per chi, privato cittadino, vuole dare un contributo alla politica… perchè mai avere delle detrazioni? Se volessi dare un contributo economico ad un partito dovrei premiarne il merito, non il tornaconto fiscale o di “amicizia” che ne potrei ricavare.

© Rivoluzione Liberale

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