Successivamente all’incoronazione di Pietro I ed alla scacciata degli Angioini, tutta la restante parte del 1283 in Sicilia trascorse in una situazione di sostanziale stallo anche se i Siciliani riconquistarono l’isola di Malta ed, in Calabria, avanzarono fino a Scalea con continue incursioni fino all’attuale Basilicata.

In particolare va narrata la riconquista di Malta. Sin dal 1282 il castello dell’isola era in mano angioina ed era assediato da Manfredi Lancia per conto dei Siciliani. Carlo I mandò una spedizione navale per rifornire l’isola e, saputolo, Ruggero di Lauria non perse tempo ad organizzare una flotta per intercettare il nemico. Ventidue navi siciliane (quelle aragonesi erano tornate in patria al seguito del Re) inseguirono ventisette legni francesi da Messina fino a Malta e li, dopo ore di epico duello, le sconfissero sonoramente l’8 luglio del 1283.

I Francesi persero 800 uomini, l’ammiraglio capo e ventidue navi. Di fronte a tale disastro il castello di Malta si arrese ai Siciliani. Galvanizzato dalla vittoria, Ruggero di Lauria non rientrò in Sicilia ma risalì verso nord andando a devastare le coste nemiche in Calabria ed in Campania e conquistò persino le isole di Ischia e di Capri che andarono sotto il controllo siciliano.

Ma, già nel 1284, Papa Martino IV non solo fece avere ingenti sovvenzioni monetarie a Carlo I per sconfiggere i siculo-aragonesi, ma istigò il Re di Francia a muovere guerra a Pietro I anche in Aragona promettendo la corona di quel regno iberico a Carlo di Valois, figlio del sovrano francese. Nel frattempo Carlo lo “Zoppo”, reggente della parte angioina del Regno di Sicilia, cercò di ridare un po’ di lustro alla corona avviando un’azione amministrativa più moderata rispetto alla rapace ferocia del padre.

Promise addirittura di riportare in vigore le antiche leggi del buon Re Gugliemo II d’Altavilla (la cui unica e legittima discendente era però la regina Costanza, moglie di Pietro I). La grande contro-offensiva angioina, superbamente finanziata dal Papa, doveva mettersi in moto, dunque, nell’estate del 1284. Carlo I fece concentrare due grandi flotte: una a Napoli (trenta galee) ed una a Brindisi (quaranta galee). Inoltre Carlo I aveva ordinato al figlio di non prendere iniziative fino al suo arrivo a Napoli. Di fronte a tanto spiegamento di forza la Sicilia doveva da sola provvedere alla sua difesa, in quanto dall’Aragona non potevano arrivare consistenti aiuti militari in vista dell’invasione da parte del Regno di Francia che il regno iberico si preparava a subire.

Saputo dunque dei preparativi francesi, i Siciliani dovevano per forza giocare sul fattore tempo altrimenti sarebbero stati perduti vista la preponderanza numerica del nemico. La strategia di Ruggero di Lauria era molto semplice (e sarebbe stata ripresa, secoli più tardi, da Napoleone Bonaparte): se la flotta nemica era divisa in due tronconi bisognava impedire che si riunissero ed affrontarli singolarmente, battendo prima l’uno e poi l’altro. Pertanto egli uscì da Messina con quarantuno galee dirette verso Napoli, pronte per sfidare la flotta angioina alla fonda nel porto partenopeo.

Arrivate le navi siciliane di fronte al Vesuvio, tutta la città era terrorizzata dalla fama piratesca dei Siciliani e pressava perché il giovane Principe di Salerno affrontasse direttamente la minaccia. Tuttavia, Carlo “lo Zoppo” aveva ricevuto dal padre l’ordine perentorio di non prendere iniziative militari se non prima egli fosse giunto a Napoli. Ma il giovanotto, per quanto mite, aveva voglia di mostrare di che pasta fosse fatto ed era stufo di scappare di fronte ai Siciliani come l’anno precedente a Reggio Calabria. Allora egli non solo decise di attaccare le navi siciliane ma pensò bene di guidare personalmente la battaglia.

Fu un tragico errore di gioventù nel quale Ruggero di Lauria lo aveva indotto. Il 5 giugno 1284, nelle acque di Napoli, fu condotta dai Siciliani una battaglia navale della cui grandezza oggi si parla veramente poco. Inizialmente, quando le navi angioine uscirono dal porto, le navi siciliane fecero finta di scappare; quando poi si era lontani dal porto, le galee di Trinacria invertirono rapidamente la rotta ed al grido di “Aragona e Sicilia” investirono i malcapitati legni francesi. Diciotto navi angioine scapparono prima di iniziare lo scontro e Carlo “lo Zoppo” rimase solo con dodici navi contro quaranta siciliane ed un certo Ruggero di Lauria, leggenda del Mediterraneo.

Il disastro angioino fu totale. Persino la nave di Carlo venne colata a picco ed egli dovette offrirsi prigioniero dei Siciliani pur di avere salva la vita. Due navi Siciliane arrivarono nel porto di Napoli con una richiesta ben precisa. Doveva essere immediatamente liberata e consegnata ai Siciliani la principessa Beatrice, figlia di Re Manfredi e sorella della Regina Costanza, che da diciotto anni marciva in una galera napoletana, “ospite” di Carlo I. Per essere più convincenti i Siciliani dissero chiaro e tondo alla moglie di Carlo “lo Zoppo” che, se non avesse immediatamente eseguito la consegna, il giovane principe sarebbe stato decapitato senza indugio così come il suo cristianissimo padre aveva fatto con Corradino di Svevia e di Sicilia sedici anni prima.

La sventurata Beatrice fu subito liberata. Intanto, nella città, scoppiavano tumulti anti-francesi. Nel frattempo Carlo I, con la sua flotta proveniente dalla Francia, era appena giunto al confine settentrionale del Regno (a Gaeta) quando seppe della disfatta del figlio e dichiarò, amorevole padre, che il figlio sarebbe dovuto morire per avergli disubbidito e fatto perdere la flotta. Quando arrivò a Napoli voleva far bruciare l’intera città per punire la ribellione, ma poi, con estrema magnanimità, si limitò soltanto a fare impiccare 150 persone, come esempio per il futuro.

Quando la flotta siciliana giunse a Messina il tripudio fu immenso, anche per il ritorno della principessa Beatrice. Tutta la città voleva subito trucidare Carlo “lo Zoppo” per vendetta nei confronti di quello che era stato fatto a Corradino ed anche in ricordo delle terribili devastazioni che Carlo I aveva fatto in città.

Ma la Regina Costanza, avversata dal Papa e da tutti i cattolici, mostrò vera pietà cristiana nei confronti del figlio di colui che aveva distrutto la sua famiglia con crudeltà e cattiveria (anche se la sua stessa famiglia non aveva esitato, meno di cento anni prima, a trucidare e fare accecare il giovane Re Guglielmo III ultimo degli Altavilla). Carlo “lo Zoppo” fu custodito con il massimo riguardo e rispetto per tutta la sua lunga prigionia. Nel frattempo Carlo I aveva deciso di farla finita con la Sicilia che già troppi danni gli aveva creato.

Adesso allestì un esercito veramente poderoso composto da: diecimila cavalieri, quarantamila fanti e duecento navi che furono mandate a bloccare Reggio Calabria mentre il Re scendeva con l’esercito via terra. Quella che doveva essere solo una formalità, visto che Reggio non aveva mura molto poderose e la sua guarnigione siciliana non era numerosa, si trasformò in un vero e proprio calvario per l’imponente schieramento angioino. Ad un certo punto la conquista di Reggio Calabria divenne l’obbiettivo principale per il grande esercito (con tanto di flotta a supporto) che non riusciva a prenderla. Ma esso si sciolse come neve al sole e Carlo I dovette ordinarne la ritirata. Ancora una volta il valore militare dei siculo-aragonesi aveva piegato un esercito infinite volte più potente. A questa ritirata francese seguì l’occupazione siciliana di molti castelli calabresi.

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