L’instabilità politica e i gravi problemi legati alla sicurezza che persistono in Libia, suscitano ormai serie preoccupazioni in seno alla Comunità Internazionale. Due anni dopo la caduta del Regime di Gheddafi, l’ex Jamahiriya, si trova in effetti, di fronte ad una delle peggiori crisi politiche. Il nuovo potere trova enormi difficoltà ad imporre la sua autorità in un Paese dove circola un numero incredibile di armi e dove le milizie armate, nate con la Rivoluzione, dettano legge. Oggi i libici sono confrontati a numerose incertezze e devono  far fronte a numerose sfide prima di riuscire a far uscire il Paese da questo vespaio.

 Il Congresso generale Nazionale Libico (CGN) ha adottato il 5 Maggio scorso una legge che elimina dalla vita politica chiunque abbia occupato posti di responsabilità durante l’era Gheddafi. Le prime vittime di questa legge sono stati Mohamed Al Magaryef, il Presidente stesso del CGN, e il Ministro dell’Interno, Achour Chwayel. Ci si chiede se sia stato opportuno e utile per la Libia votare una legge così restrittiva. L’adozione di tale legge sembra iscriversi nella volontà imprescindibile della maggioranza dei libici di allontanare i partigiani e i sostenitori del vecchio Regime e quelli che hanno combattuto la Rivoluzione del 17 Febbraio e chiedere loro così il conto, senza dimenticare gli “opportunisti” e i rivoluzionari “dell’ultima ora”. Si è cercato di impedire a queste persone di occupare posti di responsabilità nelle diverse amministrazioni del Paese o di presentarsi a delle elezioni. Per quanto riguarda questo ultimo punto, nel 2012 i criteri di integrità e di patriottismo applicati alla scelta dei candidati sono stati un assaggio di quello che sarebbe stato concretizzato poco dopo. Tale scelta prefigurava la legge sull’esclusione politica scartando 150 candidati dalle elezioni del 7 Luglio 2012. Se questa volontà di scartare i responsabili della Jamahiriya, soprattutto quelli coinvolti in crimini politici ed economici, ha un senso nel quadro di cambio di Regime, l’applicazione estensiva di una legge come questa – così come sembra disegnarsi – rischia di causare danni considerevoli in un Paese già in preda al caos. In effetti, dove possiamo porre il limite di  “di collaborazionismo” con il Regime passato? Dopo 42 anni di regno di Gheddafi, questa legge lancia sospetti su tutto il personale politico libico, quali che siano state le cariche. Il caso di Al Megaryef, del Ministro dell’Interno o del Capo di Stato Maggiore sono casi sintomatici. Questa legge è problematica nei suoi aspetti di massima, perché priva la Libia delle sue competenze. Infine, una  lettura radicale della legge rischia di dare una brutta piega al processo di giustizia e riconciliazione necessario a rilanciare il Paese. Molti osservatori arrivano a sostenere che la legge sul bando dalla vita politica sia una manovra degli islamisti libici, destinata a neutralizzare i loro avversari politici. In effetti sembrerebbe che gli islamisti siano – con alcune milizie come sostegno esterno – all’opera. Prevalendosi dello status di navigati oppositori al Regime, questa legge potrebbe permettergli di bilanciare i risultati delle elezioni legislative che li aveva visti passare in secondo piano dietro alla coalizione di Mahmud Jabril. In questo modo però, questa legge potrebbe essere per loro un’arma a doppio taglio, essendo un certo numero d’Islamisti sceso a compromessi con il passato Regime e  con Seif Al Islam, cosa che aveva permesso di scarcerare un certo numero di loro seguaci. Infine, personaggi come Sheik Ak Sadiq, già responsabile del Consiglio Supremo delle Fatwa con Gheddafi, potrebbe essere un’altra vittima illustre di tale interpretazione estensiva della legge.

Sempre più testimonianze presentano la Libia come nuovo Eldorado dell’Islamismo radicale e particolarmente dei membri di Al Qaeda. Questo potrebbe essere un grosso ostacolo alla lunga marcia dei libici verso la Democrazia. Se ci si rifà alle elezioni del Luglio 2012 e ai seggi riservati ai Partiti, gli islamisti rappresentano la seconda forza del Paese. Il loro peso va certamente oltre i 17 Seggi vinti dal Partito della Giustizia e della Costruzione, emanazione dei Fratelli  Musulmani. Le maglie dell’ingranaggio si trovano soprattutto tra i 120 “indipendenti”  le cui radici politiche e convinzioni partigiane sono alquanto nebulose e fluttuanti. Il peso degli islamisti può misurarsi uscendo dalla Camera, attraverso le milizie delle quali un certo numero à all’attivo una grande propensione verso l’islamismo e non lo nasconde minimamente. L’esempio di Ansar Charia (gruppo salafista jihadista tunisino) testimonia l’esistenza di una frangia jihadista il cui interesse va oltre le frontiere libiche e che iscrive la sua lotta nel registro classico di Al Qaeda. Quella che va messa in evidenza è la controreplica della Rivoluzione Libica. Per controreplica intendiamo le conseguenze per la Libia della crisi del Mali, crisi anch’essa provocata in parte per la caduta della Jamahiriya. La fuga di elementi di AQMi verso la Libia, a seguito dell’intervento francese e africano in Mali, è in effetti preoccupante. Gli jihadisti hanno approfittato della porosità delle frontiere a sud-est del Paese. Una porosità che esiste da moltissimo tempo, accentuata dalle difficoltà che affronta la Libia oggi e l’assenza di un esercito nazionale che contribuisca a sorvegliare le frontiere. La frontiera che separa la Libia e il Niger è stata ribattezzata “morso di serpente”. Questo soprannome è diventato realtà. Il 23 maggio scorso un doppio attentato suicida ha causato la morte di 35 persone nel comando di Agadez e del sito di Arlit. I colpevoli? Jihadisti provenienti dalla Libia. Cosa che accade sempre più spesso da due anni a questa parte, da quando il Sud della Libia è diventato un santuario jihadista e che l’arsenale di Gheddafi attraversa allegramente le frontiere del Sahel, aperte ai quattro venti. Il Governo nigerino, sorpreso da questi  visitatori “esplosivi”, ha fatto più volte appello alla comunità internazionale affinché aiuti la Libia a stabilizzarsi.  E’ un segnale di angoscia che il Regime di Issoufou ha lanciato agli alleati occidentali che hanno sicuramente piegato la “Guida” libica, ma hanno anche permesso di risorgere dalle ceneri la costellazione di islamisti jihadisti. Nessuna certezza che Washington, Londra, Parigi o Doha possano dare seguito alle richieste del Presidente nigerino. Il suo appello rischia di perdersi nelle volatili sabbie del Sahel. Anche il Presidente del Ciad, Idriss Deby, ha dichiarato, in una preoccupata intervista a Le Figaro, “la Libia rischia di scoppiarci in faccia (…) sta per esplodere, non ho da presentare nessuna soluzione, ma non possiamo rimanere a guardare e lasciare questa situazione evolvere”. Chi ascolterà anche le sue di richieste di aiuto? Una Comunità Internazionale che agisce a geometria variabile a secondo degli interessi in gioco?

Che la Libia del dopo Gheddafi sia in mano a milizie armate e/o islamiche è un indizio che il caos sia “organizzato”. Sedotta  abbandonata la Libia sembra essere stata lasciata alla sua triste sorte. Gli alleati, così come sono arrivati, se ne sono andati. E gli jihadisti che sono serviti da “ribelli” contro Gheddafi, senza pensarci due volte hanno scambiato il loro elmetto da soldato con la chechias dei radicali islamici. Peggio ancora, con in mano un arsenale da guerra che gli permette di erigersi in paladini della “giustizia” e arrogarsi la reggenza di Paesi senza istituzioni. Questa nebulosa islamo-terrorista sta agendo in tutta la Regione del Sahel da Tiguentourine a Niamey passando per il Ciad e la frontiera tunisina, la mano degli jihadisti libici, o armati con armi libiche, sono in piena attività. La NATO e la Comunità Europea non sembrano agire abbastanza velocemente e fornire alla Libia una loro missione di civili che aiuti i libici ad organizzarsi, soprattutto nel campo della sicurezza. Il Governo di Ali Zeidan  (molto precario) fa fatica ad assicurare la sua stessa sicurezza. La Libia deve pentirsi di aver combattuto Gheddafi che aveva previsto l’alimentarsi della fiamma del terrorismo e del caos amministrativo nella Regione?

© Rivoluzione Liberale

CONDIVIDI