Dopo il fallimento della presa di Reggio Calabria da parte di Carlo I, il 12 settembre Ruggero di Lauria, dopo un’altra fortunata serie di incursioni sulle coste nemiche, e la presa dell’isola di Gerba di fronte alla Tunisia, dichiarò concluse le operazioni navali per l’anno del Signore 1284.

Il 7 gennaio del 1285 Carlo I d’Angiò terminò, a Foggia, la sua esperienza terrena e rese la sua anima a Dio. Egli morì senza avere minimamente avuto la possibilità di riprendersi i domini che, nonostante fossero stati estorti ai legittimi proprietari, erano stati conquistati sul campo: a Benevento prima ed a Tagliacozzo poi. Carlo d’Angiò lasciava un Regno sull’orlo della crisi; infatti essendo il principe ereditario Carlo “lo Zoppo” prigioniero dei Siciliani e con mezza Calabria occupata, la posizione angioina era veramente divenuta precaria.

A risolvere tutto ci pensò, come sempre, il papato che nella persona del successore di Martino IV, Onorio IV, ribadì il suo astio contro la Sicilia ghibellina prendendo personalmente possesso del Regno di Carlo nel nome del prigioniero Carlo “lo Zoppo” (che ora era Carlo II). Nel frattempo, nell’estate del 1285, Ruggero di Lauria conquistò l’importantissimo porto di Taranto. La guerra era ormai quasi sul punto di finire, molte città pugliesi e campane tradivano e tornavano, dopo quasi vent’anni, sotto il dominio di Palermo. Ma a questo punto l’effimero regno di Carlo II venne salvato dal suo più famoso e potente parente, il Re di Francia Filippo “l’Ardito” che aveva deciso di invadere l’Aragona per alleggerire la pressione su Napoli.

Ora la flotta siciliana dovette lasciare perdere le coste dell’Italia meridionale per andare in soccorso di Re Pietro, che contro il poderoso esercito francese poco poteva se non istituire azioni di guerriglia e disturbare la flotta. In questo frangente Pietro I ordinò a sua moglie Costanza ed a suo figlio Giacomo di mandare in Aragona il prigioniero Carlo II che, forse, sarebbe tornato utile in eventuali trattative di pace. Il teatro principale della guerra si spostò così nella penisola iberica ed anche in quei tratti di mare Ruggero di Lauria seppe umiliare le navi francesi quanto bastava per contribuire con decisione alla vittoria del suo sovrano.

La campagna militare sui Pirenei ed il lungo e sfiancante assedio di Gerona, uniti alla guerriglia strisciante dei catalani, avevano decimato il forte esercito francese e Re Filippo ordinò la ritirata nel settembre del 1285. Il 6 ottobre egli morì, pieno di ferite riportate in battaglia, a Perpignano sulla strada di ritorno a Parigi. Ma Pietro I non potè godersi appieno la sua vittoria perché l’11 novembre anche lui cessò le sue terrene tribolazioni. Con la morte dei tre re, avvenuta nel 1285, si aprirono le successioni nei regni e si può definire conclusa la prima parte della Guerra del Vespro.

Pietro III d’Aragona (e I di Sicilia) aveva lasciato un testamento molto chiaro: il suo primogenito Alfonso sarebbe diventato Re d’Aragona, mentre il secondogenito, Giacomo, avrebbe cinto la corona di Sicilia. Questa disposizione testamentaria era il mantenimento di un solenne impegno preso dal Re nei confronti dei Siciliani durante un Parlamento svoltosi a Messina nel 1283. In quell’occasione Pietro III giurò che, alla sua morte, la Sicilia avrebbe avuto un suo Re, autonomo e distinto dal Re d’Aragona. Tale fu il rispetto di Pietro per l’impegno preso che, pochi giorni prima di morire, il 2 novembre 1285 fece firmare al figlio Alfonso un atto di pubblica rinuncia ai diritti sul trono di Sicilia.

Il 2 febbraio del 1286 Giacomo fu incoronato a Palermo, come da tradizione, e prese il nome di Giacomo II, sebbene non fosse mai esistito, come Re di Sicilia, un Giacomo I. Dopo tre giorni il novello sovrano emano alcune leggi “illuminate”: i cosiddetti “Capitoli di Giacomo”; in essi si ribadivano gli impegni di Pietro III per tornare alla saggia legislazione di Guglielmo II d’Altavilla e si aggiungevano delle garanzie per i cittadini come il divieto, per i funzionari regi, di imporre mutui forzati ai cittadini. Fu stipulata, il 12 febbraio 1286, un’alleanza tra Alfonso III d’Aragona ed il fratello Giacomo II di Sicilia anche se essa era molto più favorevole per il regno spagnolo che non per quello isolano. Infatti mentre l’Aragona si impegnava a difendere la Sicilia, la Sicilia si impegnava a fare lo stesso e a fornire aiuto anche in caso di guerre di conquista del regno iberico. Giacomo II capì subito che se voleva dare la spallata finale agli Angiò e riprendersi i domini continentali del Regno doveva farsi amico il Papa ed a tal uopo inviò una missione diplomatica a Roma giurando devozione, fedeltà ed obbedienza. Ma il successore di Pietro, che nell’occasione era Onorio IV, rispose scomunicando Giacomo, la Regina madre Costanza e persino i vescovi che avevano partecipato all’incoronazione a Palermo. Era evidente che il papato non gradiva assolutamente un Regno di Sicilia autonomo e forte come ai tempi degli Altavilla e degli Hoenstaufen.

Nel frattempo Carlo II “lo Zoppo” era ancora prigioniero degli Aragonesi ma di Alfonso e non di Giacomo (infatti Pietro III aveva obbligato il figlio a mandargli il prezioso ostaggio in Aragona poco prima di morire); il giovane Angiò tentò di intavolare trattative con Alfonso III il quale, per parte sua, era stufo di avere ostile il papato e mezza Europa solo perché Siciliani mal sopportavano il dominio francese e, dunque, propose alla madre ed al fratello di ridare la Sicilia ed i territori continentali a Carlo II dietro concessione di favolose prebende e privilegi.

La risposta di Costanza e Giacomo II fu forte e netta: che non se ne discutesse neppure e se Alfonso avesse insistito su questa linea avrebbe fatto bene a non mandare altri ambasciatori a Palermo. Giacomo II era ormai il Re di Sicilia e come tale si comportava anche se, nel futuro prossimo, avrebbe dato una mortale delusione ai Siciliani che tanto lo amarono e lo servirono.

La guerra si trascinò, senza grossi eventi, fino al marzo del 1287 e nel frattempo i Siciliani riconquistavano città e castelli in Calabria, Campania e Puglia. Si era ormai al quinto anno di guerra e le parti erano stanche e così Giacomo II tentò una proposta di pace. Egli propose a Carlo II (sempre prigioniero presso il fratello) di sposare una sua figlia e di darne un’altra in sposa al fratello minore Federico. Grazie a questi matrimoni Carlo II sarebbe stato liberato e Giacomo avrebbe rinunciato alla riconquista dei domini continentali del Regno di Sicilia, pretendendo però il riconoscimento di Re di Sicilia con tutte le isole annesse ed il tributo della città di Tunisi.

Carlo II disse di no. Anzi per tutta risposta il consiglio di reggenza che stava a Napoli mandò una spedizione navale ad assaltare Augusta. Il portò inizialmente fu preso ma le navi di Ruggero di Lauria lo riconquistarono immediatamente; a quel punto Giacomo II diede ordine al suo prode ammiraglio di imprimere una sonora lezione al nemico e così fu.

Il 23 giugno del 1287, 40 galee siciliane devastarono la flotta angioina (84 navi) nel golfo di Napoli catturando 44 navi e oltre cinquemila prigionieri. Per la seconda volta la flotta siciliana, inferiore per numero ma non certo per valore, aveva umiliato la poderosa flotta francese fin sotto casa. Ma la guerra dissanguava sempre più l’Aragona ed i sudditi di Alfonso III erano stufi di sopportare sacrifici per una guerra che non era la loro ma che portava tributi e guai al regno intero. Il sovrano, che da tempo voleva sganciarsi dalle cose siciliane, fece un accordo con Carlo II.

Il 27 ottobre 1288 fu stipulato il trattato di Campfranc che prevedeva le seguenti clausole: Carlo II veniva liberato ma doveva lasciare tre figli nelle mani di Alfonso III; dovevano essere pagati trentamila marchi di riscatto e, per finire, il sovrano di Napoli sarebbe dovuto tornare prigioniero di Alfonso III se entro un anno non avesse ottenuto la pace per l’Aragona sia dal Papa che dal Regno di Francia. Era un tradimento bello e buono; Alfonso III si assicurava la pace in Aragona e mollava il fratello e la Sicilia al loro destino. Dopo diversi anni di prigionia Carlo II potè tornare nei “suoi” domini.

Giusto per ribadire da che parte stava, il nuovo pontefice Niccolò IV incoronò personalmente Carlo II a Rieti, il 19 giugno del 1289. 

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