Gli epiteti sono sempre molto interessanti – l’ultimo è il “decreto del fare” – ma i contenuti sono sempre poco soddisfacenti o, comunque, sempre in attesa di risposte definitive o meglio risolutive. Così mentre l’economia del Paese è in ginocchio la politica e i nostri politicanti ( più che politici) si occupano di vecchie ritorsioni tra destra e sinistra e utilizzano le misure da prendere – Imu ed Iva in primo piano – per lanciarsi le solite ‘frecciatine’, invece di operare per il bene comune. Di fronte ad una situazione sociale sempre più rinnegata ed annegata le parole assumono toni sempre più stonati. “Abbiamo approvato tante misure che servono a rilanciare l’economia del nostro Paese” – rassicura dall’alto dell’esecutivo il premier Letta – perché gli italiani che vogliono fare possano rilanciare l’economia”. Il nocciolo della questione è proprio questo: “gli italiani che vogliono fare”, come sottolinea il primo ministro ma, sotto gli occhi di tutti, il nostro non sembra essere un Paese per gli individui che “vogliono fare”; non sembra essere omologato per premiare il merito di coloro che vogliono e possono contribuire a risollevare la nostra Italia. I provvedimenti adottati tendono, molto spesso, ad abbattere in maniera devastante le risorse umane ed economiche di migliaia di imprenditori che sul territorio faticano a mantenere in piedi le loro imprese, il frutto di tanti anni di lavoro. Queste ‘persone’ che continuano tenacemente a lavorare tutti i giorni – nonostante i mille impedimenti provocati dalla politica e dai nostri politicanti – che cercano di resistere – anche se molti decedono perché non ce la fanno – non vogliono di certo sentire le nauseanti e belle parole che ci si racconta nei vertici nazionali ed internazionali. Le persone che lavorano vorrebbero invece che alle parole seguisse la realizzazione di fatti concreti e nonostante lo sconforto, condito a volte con una buona dose di scetticismo, attendono comunque un risveglio della buona politica. In fondo il progresso politico va di pari passo con quello economico, come sottolineava un padre ‘storico’ del liberalismo italiano, Camillo Benso conte di Cavour.

La politica (e l’economia) del nostro Paese assomiglia ad un suolo desertificato, ad un campo di guerra sempre più disastrato dove le vecchie contrapposizioni destra/sinistra non sono affatto morte bensì riaffiorano, di volta in volta, ignare del vuoto registrato nelle urne. “La moralità della politica è far seguire alle decisioni i fatti, altrimenti le urne rischiano di farsi sempre più vuote”, ha sottolineato il leader dei commercianti, Carlo Sangalli, durante la fischiata assemblea di Confcommercio della scorsa settimana. Sullo sfondo dell’assemblea  lo spauracchio dell’aumento dell’Iva, “benzina sul fuoco ardente della crisi” come ha ammonito Sangalli, il quale ha aggiunto: “Le nostre imprese per quel che valgono in termini di Pil, occupazione, riferimento economico e sociale, meritano rispetto, siamo stanchi dell’elogio di circostanza”.

Le cose da fare sono ormai note e i dati dei diversi istituti di ricerca parlano chiaro. Secondo il Cer (Centro studi e ricerche), ad esempio, dal 2008 i lavoratori perduti – tra dipendenti e imprenditori – sono ben 950 mila e il crollo del potere d’acquisto per ogni famiglia è arrivato a superare la non sostenibile quota di 3.400 euro. La manovra che sposta la tassazione dalle persone alle cose – meno Irpef e più Iva – comporterebbe inoltre ulteriori perdite da 200 a 50 euro per ogni nucleo familiare. Si tratta di una situazione ormai insostenibile che fa registrare alti livelli di povertà anche nel nostro Bel Paese che pur partecipa all’incontro dei grandi del G8. Proprio dal G8 il premier Letta racconta del sostegno del presidente Obama e lo ritiene un incoraggiamento per il suo governo ma occorre ribadire che le parole sono ormai sature e il Paese ha bisogno di vedere attuate delle misure concrete che, nella situazione attuale, non servono più ad evitare la crisi bensì il tracollo. Non vengono sbarrate solo le imprese ma chiudono bar e negozi, la crisi desertifica le città e riduce al minimo indispensabile (in certi casi nemmeno questo) i consumi. Se il trend di chiusure delle imprese del commercio (e delle imprese in generale) registrato nei primi quattro mesi dell’anno dovesse continuare allo stesso ritmo, al primo gennaio 2014 gli esercizi commerciali potrebbero essere decimati dalle chiusure. La desertificazione colpisce soprattutto il Sud – un territorio pur ricco di risorse umane e territoriali – dove bar e ristoranti registrerebbero un saldo negativo combinato di 17.088 imprese, arrivando a perdere il 5% del totale di aziende registrate a dicembre 2012. Dati allarmanti che combinati con quelli relativi alla disoccupazione, in particolare giovanile – secondo l’Istat nel Mezzogiorno ben il 51,2% dei giovani tra i15 ei 24 anni è senza lavoro, il 42,8% al Centro e il 33,7 al Nord – rendono al Paese una pessima radiografia dell’economia italiana colpita da una grave patologia che se non sanata, nel più breve tempo possibile, rischierà di rivelarsi degenerativa. Dall’alto del vertice europeo, che ha riunito le “quattro più importanti economie dell’eurozona” (Italia, Germania, Francia e Spagna) Letta ha ripetuto, ancora una volta, che esiste la chiara volontà di “lavorare uniti per fermare l’emorragia occupazionale”. Altre parole che si aggiungono alle innumerevoli pronunciate nel corso del tempo: occorre ricordare che lo stesso governo-Letta è in carica ormai da quasi due mesi. Entro luglio questo governo conta di riuscire a sbloccare (quindi non li ha ancora sbloccati) cinque miliardi di euro dal residuo dei fondi europei 2007-2013 per metterli a disposizione dell’obiettivo occupazione. Un budget di risorse che dovrebbe servire a far partire, fin da subito, un pacchetto lavoro che prevede incentivi alle assunzioni a tempo indeterminato; aiuti alle imprese costituite da giovani; agevolazioni per stage e tirocini destinati ai cosiddetti Neet, ossia i giovani che non lavorano e non studiano. Infine, semplificazione burocratica: banditi i certificati inutili per chi fa impresa, un sovraccarico di costi burocratici di 30 miliardi, come stimato dal precedente governo.

In particolare, il governo Letta dice di voler stanziare, fin da subito, 500 milioni di euro a favore dei contratti a tempo indeterminato, comprese le trasformazioni di rapporti a termine e le stabilizzazioni degli apprendisti. L’incentivo reso alle imprese sottoforma di decontribuzione prevede due ipotesi: la prima, zero contributi per i primi due anni; la seconda, decontribuzione parziale (con una scalettatura) nei primi tre anni. Obiettivo: 50.000 nuove assunzioni. Altri 100 milioni di fondi dovrebbero servire per sostenere l’autoimprenditorialità giovanile e 25 milioni finanzierebbero le nuove cooperative di giovani nel campo culturale e dei servizi alla persone. Per ora si tratta solo di tante belle parole e di numeri esorbitanti che attendono di trasformarsi in cifre concrete. Come ha ricordato lo stesso premier Letta citando le parole di un noto economista, Federico Caffé – al quale tra l’altro è stata dedicata anche la facoltà di economia di una delle sedi universitarie della Capitale – “sciaguratamente al posto degli uomini abbiamo sostituito numeri e alla compassione nei confronti delle sofferenze umane abbiamo sostituito l’assillo dei libri contabili”. Parole “di una attualità drammatica” ha ammonito Letta che, occorre aggiungere, si concretizzano in fatti drammatici. Tali fatti drammatici che talvolta sfiorano l’impossibile e, nella disperazione più assoluta, spingono alcuni individui addirittura fino all’autonegazione del diritto alla vita, non possono rappresentare la normalità dei nostri giorni, durante i quali gli individui devono combattere per vedere affermati i diritti più elementari, tra cui il diritto alla vita, alla proprietà e quindi al lavoro.

Quella attuale è una società alquanto illiberale in cui non occorre soltanto recuperare il rapporto tra politica e società civile, cercando di colmare il vuoto di sfiducia acuito dalle magre presenze all’interno delle urne, ma è necessario recuperare una sana e liberale cultura dell’individuo se vi è davvero la chiara, e si spera sincera, volontà di salvare il Paese. “Il corso della storia è determinato dalle azioni degli individui e dagli effetti di queste azioni”, afferma il padre della Scuola Austrica, Ludwig von Mises.

Grandi esponenti del liberalismo tra cui Mises, Röpke, Sturzo, Popper, Hayek, Rothbard, Einaudi sottolineano che il liberalismo non è una teoria dogmatica o un credo ideologico fisso, rigido e inamovibile ma, al contrario, un atteggiamento mentale dinamico, che deve tradursi costantemente in azione, più che riempire le bocche di politicanti neofiti, come dei più datati. La cultura liberale, in sostanza, dovrebbe riempire tutti gli interstizi della vita politica, sociale ed economica con l’applicazione di norme e principi che, tenendo conto della centralità dell’individuo, nascono dall’intenzione concreta di perseguire il perfezionamento del benessere umano e quindi l’innalzamento della qualità della vita di ogni individuo.

“A che serve la libertà politica a chi dipende da altri per soddisfare i bisogni elementari della vita?  – ammoniva Luigi Einaudi – Fa d’uopo dare all’uomo la sicurezza della vita materiale, dargli la libertà dal bisogno, perché egli sia veramente libero nella vita civile e politica”. La libertà economica è quindi la condizione necessaria della libertà politica. In particolare, la libertà politica senza la libertà dal bisogno economico perde la sua importanza agli occhi dei cittadini.

© Rivoluzione Liberale

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