L’uomo liberale è consapevole della propria e dell’altrui fallibilità e si applica, costantemente, per migliorare il proprio e l’altrui ‘status’ di ‘individuo libero’. L’uomo liberale sa che “il potere corrompe e il potere assoluto corrompe assolutamente” – è l’insegnamento dell’illustre Montesquieu (1689-1755) – non si chiede chi deve comandare piuttosto si pone il problema di “come controllare chi comanda”. Opponendosi allo statalismo e ad un’economia governata dall’alto, l’uomo liberale si batte per far sì che la libera iniziativa individuale, e quindi il merito, la volontà e la capacità di ‘fare’ si affermino nella società. “Volere e agire sono precisamente la stessa cosa che essere libero”, sosteneva l’insigne Voltaire (1694-1778), ciò che uno Stato etico, che impone dei modelli di comportamento dall’alto, rinnega.

L’uomo liberale non difende semplicemente la libertà di mercato ma è consapevole che senza economia di mercato, senza concorrenza, senza libera iniziativa, senza progresso (anche economico), senza libertà dal bisogno non può esistere nessuno Stato di diritto, e tutti gli altri diritti fondamentali risultano minacciati.

Uno Stato di diritto (e quindi uno Stato liberale) si fonda inoltre sulla netta separazione dei poteri: un parlamento dialettico, un esecutivo stabile, una magistratura indipendente. L’idea che la separazione del potere sovrano tra più soggetti sia una maniera efficace per impedire abusi affonda le sue radici nella tradizione filosofica della Grecia classica, tantoché Platone ne “La Repubblica” sostiene l’autonomia del giudice dal potere politico.

Le istituzioni italiane, in particolare, sono sull’orlo di una crisi di nervi; istituzioni malate in maniera quasi degenerativa; istituzioni che non sono consapevoli di essere tali; istituzioni che si definiscono democratiche (ma che per certi versi sono oligarchiche) e che aspirano ad essere liberali (nonostante abbiano paura di cambiare o di rinnovarsi). Istituzioni instabili ma immobili. Istituzioni etiche – dato che vorrebbero imporre comportamenti e stili di vita – ma altamente immorali con addosso il macigno del debito pubblico in aumento: ad aprile 6,5 miliardi in più rispetto al mese precedente.

Sullo sfondo ci sono le istituzioni europee. Il prossimo varco è il Consiglio europeo di fine giugno in cui saranno corretti i compiti a casa – tra cui il ‘pacchetto lavoro’ da 1,5 miliardi che promette 200mila nuove assunzioni – e in cui l’Italia porterà la sua tesina che il premier in carica ha già accuratamente esposto in Parlamento. Letta, inoltre, mette le mani avanti e afferma: “Con franchezza dobbiamo dire che se l’Europa non riprende un cammino di crescita, nessuna decisione porterà ad una vera svolta”. Come dire, i guai in casa italiana li conosciamo tutti ma l’Europa deve fare la sua parte. Da qui il palese intento d’impegnarsi in una strategia di crescita a livello europeo in cui il nocciolo della questione è l’aumento di capitale: “La politica di investimenti della Bei (Banca europea per gli investimenti) è uno degli snodi del Consiglio”, ha affermato Enrico Letta. Il “Patto per la crescita”, di matrice europea, deve dare i suoi frutti. “A un anno di distanza il bilancio è di luci e ombre: sul mercato unico ci sono stati progressi importanti” ma “molto resta da fare”. Il premier ha sottolineato che al vertice porrà l’accento, ancora una volta, “sul dramma del lavoro che non c’è, sugli oltre 15 milioni di ragazzi senza lavoro e prospettiva” e, soprattutto, “su un’Europa che o dà risposte concrete ai problemi o lentamente muore”.

Si stigmatizza la morte dell’Europa per smitizzare, forse, quella del proprio Paese, coscienti della necessità di cambiare ma rinviando ad altri la responsabilità di farlo. Il senso di responsabilità è invece un principio liberale.

La palla passa all’improvviso all’Europa: “Il tempo stringe, va contrastata l’inerzia, la difesa di impostazioni rigide, di prerogative nazionali”, afferma Letta. L’Italia devastata dal Ruby gate oltre che dalla crisi economica – secondo il centro studi di Confindustria dall’inizio della crisi (2007) sono stati persi ben 700mila posti di lavoro che potrebbero salire a 817mila l’anno prossimo – si consola, infine, annoverando i guai in casa d’altri: “Sono bastate negli ultimi giorni le notizie arrivate dal Kalshrue, sede della Corte Costituzionale tedesca, e da Atene con la decisione del governo greco di chiudere la tv pubblica, per dare il segno che la crisi non è ancora finita e riportare immediatamente la tensione sui mercati, facendo risalire i tassi di interesse sul nostro debito e su quello degli altri paesi europei”, ricorda il premier italiano in carica.

Non un’Italia quindi ma un’Unione Europea “che stenta a uscire dalla recessione, dove sono calati gli investimenti, dove si sono chiusi drammaticamente i rubinetti del credito in alcune Paesi, dove le ombre sulla moneta unica non sono ancora fugate del tutto”, aggiunge il nostro presidente del Consiglio. Perciò “è una ottima notizia il fatto che dopo molto tempo le parti sociali si riuniscano a Bruxelles prima del Consiglio europeo per fornire il loro apporto sui temi del lavoro e della crescita e che il presidente del Consiglio europeo faccia partecipare alla prima fase dei lavori del Consiglio i rappresentanti delle parti sociali”. Per costruire un’Europa più forte sarà però necessario “rifuggire da ogni soluzione al ribasso” ha ammonito Letta, che conclude ricordando come “il semestre di presidenza italiana nella seconda metà del 2014 potrà rappresentare, l’opportunità per porre le questioni istituzionali e la dimensione politica al centro dell’azione della Comunità e degli Stati membri”. “Un’occasione unica per dare il via, proprio dall’Italia, alla costruzione degli Stati uniti d’Europa”.

Un ennesimo messaggio di fiducia e di speranza, di dovere nei riguardi delle istituzioni nazionali ma soprattutto di quelle europee: “Chiediamo all’Europa che non abbandoni a se stessi gli Stati membri ma li supporti con misure visibili, effettive e concrete”.

A questo punto occorre chiedersi se l’appello all’Europa sia sufficiente a far ripartire il Paese Italia. Un’Italia dove si registra “il record di fibrillazione politica” – come ha rilevato il presidente Napolitano intervenendo al Premio nazionale dell’Innovazione promosso dal Cnr – in cui le istituzioni dovrebbero avere “la capacità di autorinnovarsi” e, nel contempo, dimostrare una certa “continuità”. “Il rispetto e la cura delle istituzioni – ha ammonito Napolitano – sono capisaldi della vita e dello sviluppo di uno Stato democratico e di una società civile degna di questo nome. Le istituzioni, in particolare, “richiedono un continuo sforzo di verifica e rinnovamento” e ‘continuità’ non significa “conservatorismo o immobilismo”, bensì stabilità nell’azione di governo e quindi messa in sicurezza del Paese. La buona qualità di una società civile avanzata è direttamente proporzionale alla buona qualità dei propri governanti, cittadini come tutti gli altri e, in quanto tali, portatori di diritti ma anche di doveri civici.

A proposito di fondi strutturali, dall’Europa “arriveranno circa 55 miliardi all’Italia nei prossimi sette anni”, ha rassicurato il premier Letta. L’erogazione delle risorse non è però di per sé sufficiente, essa deve essere accompagnata da una buona gestione delle stesse: mercato e dissipazione delle risorse non sono coniugabili, come non sono coniugabili mercato e corruzione. Si avverte quindi l’esigenza di una rivoluzione liberale per ripristinare nella società civile quell’adeguato margine di solidarietà in grado di restituire ai cittadini la loro dignità di individui liberi e, nel contempo, occorre ravvivare ‘le magnifiche sorti e progressive’ (e liberali) delle istituzioni. Le istituzioni e i loro uomini (e donne) devono recuperare, in particolare, il rapporto tra etica e politica, fondamenta di una sana società liberale in cui, come afferma John Stuart Mill (1806-1832), non esiste etica che non abbia “effetti vitali sul carattere e la condotta umana” e in cui la politica corrisponde, prima di tutto, ad una corretta amministrazione della ‘res publica’ al servizio del Paese.

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