La giornata Mondiale dell’acqua 2013 ha avuto per tema la cooperazione. Secondo l’ONU, l’istaurazione di un dialogo tra Paesi eviterebbe molte “guerre dell’acqua”, silenziose ma insidiose. Senza essere la causa principale dei contrasti, la condivisione delle fonti di approvvigionamento in acqua è parte importante dell’inasprimento delle crisi. I territori limitrofi si contendono questo oro blu che diventa sempre più raro per via della crescita demografica e dei cambiamenti climatici.

La causa scatenanti delle “guerre dell’acqua” non va cercata  nel cambiamento climatico, che può essere forse un valore aggiunto nell’inasprimento dei contrasti, ma non il motivo scatenante. Nella maggior parte delle Regioni che conoscono conflitti acuti, non ci sono solo divergenze sulle modalità della condivisione. Siamo spesso in presenza di situazioni dove l’acqua è relativamente poca e dove le divergenze sulla gestione si sovrappongono a conflitti preesistenti di altra natura: politici, territoriali, ideologici, frontalieri. Per esempio, nel conflitto tra Israele e i suoi vicini arabi, c’è un contenzioso sull’utilizzo delle acque del Giordano e sulla spartizione delle falde acquifere sotterranee, ma ovviamente non è il solo punto di lite. C’è tutta la messa in discussione dell’esistenza stessa di Israele, i territori occupati, lo Statuto di Gerusalemme, i rifugiati, le frontiere. L’acqua non è che uno degli elementi che formano la nebulosa dei conflitti tra Israele e i suoi vicini. La stessa cosa  accade in Medio Oriente tra la Turchia, la Siria e l’Irak, dove la condivisione delle acque dell’Eufrate e del Tigri è una causa di conflitto. Anche qui l’acqua si fonde con altre rivalità, altri fattori di scontro tra i tre Paesi: la rivolta dei Curdi strumentalizzati  dalla Siria nel tentativo di indebolire la Turchia per via di una questione frontaliera, l’attrito tra Siria e Irak sulla divisione delle acque dell’Eufrate è frutto di una antica rivalità sul dominio del Mondo arabo. Ogni volta l’acqua non fa che accentuare questa dinamica conflittuale. In cambio, la dinamica conflittuale rende l’ottenimento di una soluzione nella ripartizione dell’acqua molto più difficile.

Nel Mondo di oggi ci sono diversi tipi di conflitti dovuti all’acqua. In alcune Regioni del Mondo i problemi nascono all’interno delle varie comunità, come è accaduto in Tanzania e in Kenya che hanno visto l’accrescersi delle rivalità intercomunitarie per l’accesso ai pozzi. Non sono conflitti tra Stati ma all’interno degli Stati. La cosa è altrettanto preoccupante anche se non ci sono necessariamente molti morti. E’ la ricorrenza e l’aumento della frequenza di questi scontri che è grave.  Negli esempi di conflitti molto accesi, l’acqua non è che una delle dimensioni della conflittualità. Se la diffidenza reciproca tra l’Egitto e l’Etiopia, che va in dietro parecchio nei secoli, non fosse così radicata, sarebbe così difficile trovare un accordo della divisione delle acque del Nilo? Di “guerre dell’acqua”, solo per l’acqua, oggi ce ne sono molto poche. Ci sono moltissime dispute su scala inter-statale, nelle quali la gente litiga per l’acqua ma rimangono di bassa intensità all’interno dello Stato. Nei casi di conflitti non armati o dispute nelle quali l’intervento armato è latente, la preoccupazione dei protagonisti è spesso dovuta al voler impedire gli altri di portare a termine i loro progetti che si percepiscono come minacce, più che al desiderio di sfilargli i suoi approvvigionamenti di acqua. Nel caso di Israele e dei Palestinesi, i due attori non hanno reciprocamente apprezzato i progetti unilaterali di mobilizzazione delle risorse. Quando gli israeliani hanno cominciato a costruire nel 1959 l’acquedotto che pompa le acque del Giordano per distribuirle nell’intero territorio israeliano, i vicini arabi non sono stati proprio contenti. Ed è per rappresaglia che questi ultimi decidono nel 1964 di costruire un acquedotto di deviazione delle acque dell’altro Giordano per privare Israele della sua acqua, cosa che scatena a sua volta la risposta armata di Israele che bombarda a più riprese il cantiere. Ogni volta si vuol impedire all’avversario di portare a buon fine i propri progetti, non tanto per l’acqua in se stessa, ma per creare disturbo. Stessa cosa per Irak, Siria e Turchia. Ogni volta che sono arrivati al limite del conflitto o che hanno fatto prova di una forte retorica belligerante, è stato per impedire all’avversario di costruire le sue riserve e di mobilizzare le risorse perché questo uso viene visto come un pericolo. Lo stesso vale per  l’Egitto e l’Etiopia. L’Egitto non vuole prendere l’acqua dal Nilo Blu in Etiopia. L’acqua corre naturalmente fino in Etiopia sul suo territorio. Quello che vuole l’Egitto è impedire all’Etiopia di costruire le sue dighe sul suo territorio per mero interesse economico, acqua ce n’è ancora tanta.

 Una governance mondiale potrebbe essere una soluzione possibile per mettere fine almeno a queste di tensioni? In realtà una governance mondiale che supporrebbe un organismo sovranazionale è stata più volte evocata. Già la Convenzione di New York delle Nazioni Unite sulle acque di superficie dà un inquadramento giuridico per siglare degli accordi di condivisione per i bacini di drenaggio. Dal 1997 è stata firmata ma non è mai entrata in vigore perché non ha ricevuto sufficienti ratifiche. Gli Stati sono reticenti nel ratificare questa Convenzione, che non è neanche tanto complessa, perché rimette in causa la sovranità sulle acque che scorrono sul loro territorio. Con questa Convenzione, si riconosce che non si può fare ciò che si vuole con l’acqua che è sul proprio territorio, va divisa con i vicini. Questo per molti Stati è difficile da accettare. A maggior ragione, troppi pochi Stati accetterebbero la creazione di una Polizia internazionale dell’acqua. E’ sicuramente per questo motivo che la Convenzione di New York non prevede la creazione di tale organo che gli Stati hanno accettato invece a larga maggioranza nel contesto dell’IMO (International Maritime Organization) per quanto riguarda il trasporto marittimo. Una governance internazionale dell’acqua è difficilmente applicabile perché gli Stati mal digeriscono l’idea di ingerenza nella loro sovranità. Durante la Giornata Mondiale dell’Acqua si è parlato di cooperazione tra Stati. Certamente facilitare la cooperazione attraverso la mediazione, sottolineando l’interesse che c’è nel tentare di risolvere tali problemi sarebbe una grande cosa. Si possono incoraggiare gli Stati a negoziare, ma nessuno può obbligarli ad accettare di cooperare se non lo vogliono. Nel momento in cui gl stati sono fermi sulle rispettive posizioni, ci si può sforzare come si vuole, ma non funzionerà. Tra l’Egitto e l’Etiopia, nulla si muove da 14 anni, pur essendoci in corso discussioni, negoziati, accordi di cooperazione. Anzi, la situazione sta nuovamente precipitando verso una fase acuta di conflittualità. Appena vengono toccati i punti “caldi” della questione, ossia la divisione delle  acque, tutto salta. Ci sono dei casi dove la cooperazione, grazie alla mediazione, funziona. Il Trattato per le acque dell’Indo (1960), tra India e Pakistan – malgrado le ben note relazioni esacerbate tra i due Paesi – è stato siglato in un clima di guerra larvata. Il Trattato funziona relativamente ben  ed ha resistito alle due guerre successive. Ovviamente ci sono alti e bassi, ma non c’è una reale volontà dei due Paesi di rescindere l’accordo perché implicherebbe dei rischi troppo grossi per i due Paesi, sia politicamente che economicamente.

Cooperazione- non solo per la gestione dell’acqua – una bellissima parola, anche se la moltitudine di accordi, Trattati e Convenzioni  non ratificate o non applicate dimostra quanto sia difficile usarla. 

 © Rivoluzione Liberale

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