L’Egitto non ha probabilmente mai conosciuto tanti sconvolgimenti in così poco tempo. Dobbiamo tornare indietro nella sua Storia di sessant’anni per ritrovare un cambiamento di così vasta portata. All’epoca, l’esercito, rappresentato dal movimento dei “Liberi Ufficiali”, rovescia nel Luglio del 1952 la Monarchia, istaurando la Repubblica ed organizzando progressivamente un socialismo statale, completamente all’opposto del sistema capitalistico basato sul feudalesimo dei grandi proprietari terrieri intriso di corruzione e malversazioni frutto dell’avidità e incapacità del giovane re Faruk. Il comitato dei “Liberi Ufficiali” è nata come organizzazione clandestina in seno all’esercito egiziano, a partire dal 1945, per volontà di Gamal Abdel Nasser e Abd al-Hakrim Amer .

L’esercito mette fine al lungo regno della famiglia di Mohamad Ali, fondatore dell’Egitto moderno, che aveva conquistato il potere nel 1805. Sebbene il colpo di Stato militare del “Liberi Ufficiali” sia stato trasformato con il tempo in una vera e propria rivoluzione – nel senso che ha completamente cambiato il volto dell’Egitto – fu all’inizio, come è spesso accaduto nella Storia del Mondo, un movimento che veniva dall’”alto”, seguito successivamente dal popolo. Forse è l’unica differenza che c’è con la Primavera che ha colpito in seguito molti Paesi arabi, il cui vento ha cominciato a soffiare dal “basso”, per volontà della popolazione stessa. Dobbiamo risalire al 1919 per ritrovare, tenendo conto delle debite proporzioni, una sommossa paragonabile. All’epoca, gli egiziani si erano rivoltati contro l’occupazione della Gran Bretagna che, rinnegando le sue promesse, si rifiutava di concedere l’indipendenza all’Egitto. Il ruolo dell’esercito egiziano è stato essenziale per decenni nel consolidamento del potere, non solo perché i due ultimi dittatori, Anour Sadat e Hosni Mubarak, provenivano dai suoi ranghi, ma perché il suo potere economico è diventato considerevole. Arrivato al potere dopo la caduta di Nasser che si era fatto troppo “coinvolgere” dall’amicizia con l’URSS, Sadat aveva portato l’Egitto su una via aperta all’Occidente, imponendo l’alleanza con gli Stati Uniti e una politica economica liberale. Ma solo una piccola parte dell’élite del Paese, tra i quali gli ufficiali dell’esercito, ha tratto beneficio da questa politica, provocando così una frattura nella società, poi sapientemente sfruttata dai Fratelli Musulmani. Alcuni militari di alto rango hanno ampiamente fatto man bassa delle risorse del Paese, così come degli aiuti occidentali, soprattutto americani. Malgrado l’arrivo ufficiale al potere dei Fratelli Musulmani, la rivoluzione egiziana rimane una rivoluzione di Palazzo. L’esercito, filo-americano, non ha mai lasciato le redini del potere. Sicuramente alcune teste sono cadute ai vertici, ma la struttura persiste. Una casta di ufficiali superiori ha in mano larghi settori dell’economia, acquisiti grazie agli aiuti internazionali che il Presidente Mubarak distribuiva generosamente in cambio della loro fedeltà. Oggi dopo la rivoluzione, questa casta è ancora viva e la sua influenza è tale che finirà per vincere nel confronto tra i generali e i dirigenti politici. E’ per salvaguardare i suoi interessi economici che l’esercito ha pattuito con i ribelli del 25 Gennaio 2011. In imboscata, i militari aspettano oggi il momento propizio per prendere il potere ai Fratelli Musulmani quando la situazione politica ed economica si sarà degenerata a sufficienza affinché rimangano la sola risorsa. I militari si serviranno del controllo che detengono nelle enclaves economiche e burocratiche per impedire al qualsiasi Presidente di esercitare un potere reale. Potranno anche opporsi ad un Governo che non gradiranno. Mai in Egitto, l’esercito lascerà che venga esercitato un controllo da parte dei civili sulla difesa e sugli affari militari anche se, per la prima volta le finanze dell’Esercito sono entrate nel bilancio dello Stato.

Le manifestazioni in Turchia, che non possono per ora essere paragonate ad una Rivoluzione, mostrano ancora una volta il ruolo determinante dell’esercito nei Paesi che hanno vissuto, da due anni a questa parte, delle sommosse, delle rivoluzioni e delle guerre civili. L’esercito rimane l’elemento chiave delle rivoluzioni arabe. Le rivoluzioni, che sono nate contro le dittature nate da colpi di Stato militari, si sono appoggiate paradossalmente all’esercito per rovesciare i regimi e permettere un’apertura democratica. L’atteggiamento dei militari, soprattutto negli altri gradi, la loro lealtà nei confronti dei regimi o della popolazione civile, sono determinanti sia nel caso della Siria da due anni a questa parte, che in Turchia. Il fondatore della Repubblica turca, Mustafa Kemal Ataturk, aveva trasformato il suo Paese in una Democrazia laica moderna. Aveva affidato all’esercito il ruolo di garante della via tracciata. E’ a questo titolo che diversi colpi di Stato hanno modificato le istituzioni del Paese a più riprese. Il Primo Ministro Tayyip Erdogan, che voleva rompere questo legame di dipendenza nei confronti dell’esercito, non ha mai smesso di destabilizzarlo destituendo e imprigionando i generali più influenti, con la motivazione di complotto contro lo Stato. L’esercito è stato così decapitato e disorganizzato, cosa che gli ha causato diversi problemi di efficacia di fronte ai ribelli Curdi del PKK. Le difficoltà per la Turchia nel pesare militarmente sul conflitto siriano e la passività attuale dei militari di fronte agli scontri potrebbe spiegarsi come una sorta di vendetta nei confronti del potere islamista. L’esercito turco sembra aspettare che la situazione marcisca politicamente, economicamente e internazionalmente per intervenire come salvatori della Patria, ma solo se una parte importante della Nazione facesse loro appello. Cosa appena avvenuta in Egitto.

Malgrado la reticenza dell’esercito di assumere ruoli apertamente politici, l’agire dietro le quinte è la sua massima aspirazione. Nel 1952 Nasser ha rovesciato la Monarchia, nel 2011 l’esercito ha permesso la destituzione di Mubarak senza spargimento di sangue, oggi l’esercito si muove nuovamente per “salvare” il Paese, acclamato da quella stessa piazza Tahrir che aveva tanto combattuto solo due anni fa. Non è certo un modo usuale di reagire ad un colpo di Stato militare. L’esercito non vuole veramente il potere, o meglio, non vuole il potere da esercitare direttamente. Nonostante ciò avrà un ruolo di primo piano nei prossimi giorni, se non altro per quello che riguarda la sicurezza interna. Il suo ruolo lo eserciterà con discrezione, dietro quelle quinte che tanto ama e come lo ha sempre fatto.

© Rivoluzione Liberale

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