Fiducia, impegno nazionale e unitario, stabilità politica e istituzionale: sono questi gli ingredienti necessari alla ripresa. “Non ci pieghiamo” alle difficoltà ha ammonito il presidente Napolitano di fronte alla platea dell’Expò, un evento che nel 2015 dovrà essere la migliore vetrina per rilanciare l’Italia dimostrando che ce l’abbiamo fatta. Eppure, nonostante gli innumerevoli sforzi per neutralizzare gli effetti della crisi, e per evitare la solita retorica del declino, della quale la crisi si alimenta, il Paese è “vigilato speciale”, ha affermato il premier Letta commentando i dati allarmanti proposti dall’agenzia di rating americana Standard & Poor’s. Gli scenari prefigurati sono molto negativi per l’Italia: il Pil in contrazione – all’1,9% nel 2013 – “ al di sotto dei livelli del 2007” – e un debito ipotizzato al 129%, alla fine di quest’anno, che non diminuirà “a meno che il surplus di bilancio, con l’esclusione delle spese per interesse, non si avvicinerà al 5% del Pil”.

Per l’agenzia di rating americana il Bel Paese è a un passo dal gradino definito ‘junk’, ossia per essere un Paese ‘spazzatura’. L’outlook negativo sarebbe “l’effetto di un ulteriore indebolimento della crescita sulla struttura e la resistenza dell’economia italiana” e, nel contempo, rifletterebbe “la mancata trasmissione sull’economia reale della politica monetaria espansiva della Bce con i tassi dei prestiti alle imprese che rimangono ben sopra i livelli pre-crisi”. Definire L’Italia un paese ‘junk’ equivale, in sostanza, al consiglio di non investire nei suoi titoli di debito.

Il downgrade dell’Italia sarebbe da addebitare alla scarsa tenuta dei conti pubblici e in particolare, sostengono gli americani, “nel 2013 gli obiettivi di bilancio in Italia sono potenzialmente a rischio per il differente approccio nella coalizione di governo”: il clima di ‘fibrillazione politica’ che caratterizza il Bel Paese non incoraggia, in pratica, l’uscita dal tunnel.

Così dopo gli elogi della settimana scorsa – in cui l’Unione Europea ha annoverato l’Italia tra i Paesi virtuosi, ossia con i conti in ordine – ora l’Italia e il suo governo sono tenuti a fare un passo indietro. Il premier Letta – appresa la notizia del downgrade prefigurato da S&P – ha sottolineato come “l’Italia resti vigilato speciale, perché la situazione resta complessa, chi non lo ha capito si sbaglia di grosso”.

Nel mirino – tra governo, parlamento e società civile – c’è la politica di austerity (imposta in particolare dalla tecnocratica Europa e a lungo contestata) oltreché la rimodulazione dell’imposta municipale sulla prima casa e l’aumento dell’imposta sui consumi che anche l’agenzia di rating americana considera dei provvedimenti necessari. La riforma completa della tassa sugli immobili, in particolare, dovrebbe essere varata entro il 31 agosto e interesserà non solo la prima casa degli italiani ma anche capannoni, negozi, terreni, ossia “la prima casa di voi imprenditori”, ha affermato il ministro Zanonato. Esclusa l’abolizione completa della tassa sui beni industriali – che secondo il ministero dello Sviluppo economico costerebbe allo Stato ben 9 miliardi di euro – la riforma dovrebbe prevedere, nello specifico, la possibilità della detrazione offrendo ai liberi imprenditori l’occasione per alleggerire i costi del lavoro che gravano come un macigno sulla vita delle libere imprese. Per risollevare il Paese il vero banco di prova è, in effetti, l’abbattimento del cuneo fiscale – che secondo l’Ocse è arrivato al 47,6% per un sigle senza figli – ma tutto è rinviato all’autunno e alla legge di stabilità anche se “sarà uno sforzo enorme” – come ha sottolineato il sottosegretario al Lavoro Carlo Dell’Aringa – dato che la manovra costerà almeno dieci miliardi. “Ancora prima di Imu e Iva – ha ammonito il presidente Squinzi – ci sono altri due interventi più urgenti da fare che sono il pagamento dei debiti della pubblica amministrazione e il cuneo fiscale del lavoro”. Per non finire sotto la lente di ingrandimento delle agenzie di rating – che forniscono ai vari Paesi le pagelle in merito alla loro affidabilità creditizia per ripagare agli investitori i titoli di debito – occorre inoltre risolvere il problema delle ‘coperture’.

L’Italia dovrebbe dimostrare che è un Paese che non si piega – come auspicato dal presidente Napolitano – ma risorgere dalle proprie ceneri non è di certo una cosa semplice. Occorrono capacità di reazione, volontà individuale e collettiva, proprio come è accaduto in altri momenti di grave crisi, ad esempio il Dopoguerra quando l’Italia ha stupito il mondo con il miracolo economico. È chiaro che un Paese depresso, nauseato e castigato com’ è l’Italia di oggi fatica a farsi coraggio e, più che sperare in un nuovo miracolo economico, considera la mera uscita dal tunnel della crisi un vero e proprio miracolo.

È necessario “uno sforzo straordinario di mobilitazione operosa e di coesione sociale” – ha ammonito Napolitano – azioni concrete attraverso le quali promuovere un diffuso sentimento di fiducia che rivitalizzi la società civile rinsaldando, nel contempo, il rapporto di quest’ultima con il mondo della politica. Il Paese ha un gran bisogno di ‘real Politik’, di pragmatismo politico, di stabilità governativa e di un parlamento rappresentativo che lavori, ininterrottamente, per fare l’interesse generale, escludendo dal proprio raggio d’azione qualsivoglia interesse particolare. Il Parlamento italiano, invece, si arena di fronte al caso Mediaset e si permette il lusso di interrompere i lavori per un giorno per le solite questioni.

Agli uomini politici è richiesto infine un alto senso di responsabilità e la seria volontà di procedere scavalcando le divisioni interne ed esterne ai partiti, il cui leaderismo patologico molto spesso condiziona, gravemente, il buon funzionamento della democrazia liberale. I partiti – come ha ammonito il Capo dello Stato – dovrebbero evitare, “convulsi e meschini calcoli di convenienza di qualsiasi specie”, perché “ne va della credibilità del nostro Paese”.

I tempi della ripresa sono “imposti dalla crisi che ci morde”, ha sottolineato Dell’Aringa che, riferendosi in particolare ad un eventuale alleggerimento dei costi del lavoro (Irap ed Irpef in primo luogo), ha aggiunto: “non possiamo continuare a finanziare l’inattività, dobbiamo finanziare il lavoro”.

Il disavanzo dei conti pubblici, infine, non dovrebbe essere colmato con un aumento dell’imposta sulla casa che è una proprietà inalienabile – come del resto lo sono i capitali, frutto del lavoro onesto di cittadini onesti – ma ‘raccattando’ il denaro necessario tra spending review, lotta all’evasione, liberalizzazioni e vendita del patrimonio pubblico: manovre liberali che rimetterebbero in sesto il Paese incrementando la qualità della vita dello Stato (minimo) e dei suoi cittadini (individui liberi).

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