Dopo la destituzione di Morsi, il Qatar, che per molto tempo ha sovvenzionato i Fratelli Musulmani egiziani, si trova molto indebolito. Appena salito sul trono, il nuovo Emiro avrà come difficile compito la revisione di tutta la politica d’influenza regionale della sua petromonarchia.

“Egitto: il Qatar si muove con prudenza” si legge su alcuni giornali. E l’Emirato non la pensa diversamente. La preoccupazione ora è di salvare il salvabile e i dirigenti del Qatar sono pronti a discutere con chiunque. La parola d’ordine per il momento è: non muoversi.  Che la ruota avesse “girato” si era percepito agli inizi della ribellione del 30 Giugno. La copertura degli ultimi eventi in Egitto da parte di Al Jazeera ne è la prova. Quattro giornalisti egiziani di base a Doha e 22 giornalisti della sede egiziana della rete televisiva hanno dato le loro dimissioni denunciando una “informazione falsata”. Un presentatore televisivo ha anche criticato le “istruzioni di Doha che chiedeva loro di presentare i Fratelli Musulmani con luce favorevole”. Questo perché l’Emirato aveva puntato grosso sui Fratelli Musulmani, ed è la supremazia sul Medioriente che Doha si gioca oggi: una supremazia politica e finanziaria pazientemente e sapientemente costruita a suon di petrodollari. Secondo il Financial Times, il sostegno finanziario del Qatar è costato quasi 8 miliardi di dollari, ostentandosi come primo finanziatore del Governo Morsi. “Il Qatar ha preso degli abbagli in Libia, in Siria e ora rischia di perdere miliardi di investimenti in Egitto. Tutto questo denaro era destinato a comprare dei vantaggi politici. Il Qatar ha puntato sul cavallo sbagliato”, ironizza qualcuno. Gli altri Paesi del Golfo Persico come gli Emirati Arabi, il Kuwait o l’Arabia Saudita non hanno apprezzato molto la presa di potere dei Fratelli Musulmani per impulso del Qatar. I rivali regionali dell’Emirato non si sono quindi fatti pregare due volte per tirar fuori il portafoglio e occupare lo spazio rimasto vuoto. L’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi e il Kuwait hanno promesso 12 miliardi in sostegno al nuovo potere egiziano. Paesi che si erano astenuti a versare qualsiasi tipo di aiuto durante la Presidenza Morsi. Se il Qatar adotta ormai un comportamento distaccato nei confronti dell’Egitto, gli internauti egiziani non hanno dimenticato che finanziavano il regime islamista e condividono sui social network documenti che attestano le “sovvenzioni” dell’Emiro ai Fratelli Musulmani. Dalla caduta di Mubarak, il Qatar non ha smesso di oliare gli ingranaggi del Partito Libertà e Giustizia, soprattutto dei suoi Leader e degli uomini di punta del Movimento al quale appartiene: i Fratelli Musulmani. E’ tutta la politica del Qatar di sostegno alla Primavera Araba che sembra aver fallito. Secondo alcuni analisti il Qatar ha tentato di prendere la leadership della Regione, ma è scivolata sponsorizzando troppo apertamente i Fratelli Musulmani in Egitto, in Siria e in altri Paesi che hanno vissuto la loro Primavera. E la guerra d’influenza tra il Qatar e l’Arabia Saudita, che sostengono due approcci diversi di Islam politico non sta che (ri)cominciando. Le due monarchie competono nei Paesi del Maghreb, in Siria, in Libano, nello Yemen, in Palestina. In breve, si contendono tutto il territorio del grande Medioriente. Il Qatar, che accoglie sul suo territorio la più grande base militare americana della Regione (dettaglio da non sottovalutare), aveva portato un sostegno economico e diplomatico ai Fratelli Musulmani egiziani, sostenendo anche le forze islamiste in Libia, Siria, Tunisia e anche l’Hamas  palestinese, irritando non poco i sauditi. L’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi, la cui diplomazia del libretto d’assegni è meno cacofonica di quella del Qatar, ma non per questo meno incisiva, hanno sempre supportato maggiormente il mantenimento o il ritorno ad un ordine autoritario, temendo di vedere i loro propri Paesi destabilizzati. Soprattutto l’Arabia Saudita non intende lasciare correre il piccolo Emirato dalle ambizioni di grande potenza e togliergli così il suo statuto di “leader regionale”. L’onda d’urto della caduta dei Fratelli Musulmani avrà ripercussioni sul lungo periodo.

La maggior parte dei Paesi del Golfo, sunniti, non hanno avuto nessuna difficoltà a sostenere la ribellione contro Gheddafi  ieri e Bachar al-Assad oggi. Per l’Arabia Saudita è meno problematico interagire con l’esercito egiziano, che ai tempi di Mubarak aveva tessuto legami stretti con i Paesi del Golfo, che con i Fratelli Musulmani. Il Capo di Stato Maggiore egiziano, l’uomo di punta del momento, il Generale al-Sissi, ha occupato il posto di attaché militare a Riyad. “Il Problema con i Fratelli è che la loro ideologia è senza confini”, ha dichiarato Abdullah al-Askar, Presidente della Commissione per gli Affari Esteri del Consiglio della Shura, organo designato dal Re Abdallah per consigliare il Governo saudita. Come i Fratelli Musulmani, la maggior parte dei Paesi del Golfo sono per l’interpretazione rigorista dei principi dell’Islam. La differenza sta nel coinvolgimento politico della confraternita, motivo per il quale i religiosi del Golfo sostengono generalmente i regimi in vigore e sono ostili a qualsiasi cambiamento radicale. Che l’Arabia Saudita non scherzi è dimostrato dalla scoperta di una terza base missilistica a 200 km da Riyad. I suoi missili sembrano essere puntati su Israele e Iran. Come interpretare questa notizia rivelata dalla britannica IHS Jane’s (un’agenzia che si occupa di informazioni militari e strategiche)? I missili orientati verso l’Iran si giustificano nelle tensioni permanenti tra i due Paesi. I sauditi temono più che altro un attacco nucleare. I missili orientati su Israele possono sorprendere maggiormente: anche se i due Paesi non hanno relazioni diplomatiche ufficiali, hanno sempre comunicato “dietro le quinte”, soprattutto per difendersi dal nemico comune, l’Iran. Ma i più ritengono che sia solo un’operazione “strategica”, affinché Teheran non sia designato come unico nemico della Regione e confermare al resto del Mondo Arabo che Israele rimane una “minaccia”. Se il Qatar è in difficoltà per quanto sta accadendo in Egitto, Paese che per dimensioni e potenzialità da non sottovalutare, non è da meno la Turchia di Erdogan. Con la caduta di Morsi, il Governo islamo-conservatore turco ha perso un altro alleato privilegiato nella Regione. Dopo aver messo fine all’”amicizia” con Siria e Irak (ha votato le spalle ad Assad e rifiutato l’estradizione del vice-Presidente iracheno el-Hasemi), oggi è il suo legame con il Cairo ad essere messo in discussione. La politica espansionistica di Erdogan in Medioriente è in stallo, come peraltro lo sono le “simpatie” a casa sua.

L’Arabia Saudita ha vinto questo “round”. L’Egitto, attraverso il nuovo Governo provvisorio, sembra appoggiare pienamente la politica estera di Riyad, come possiamo leggere tra le righe della denuncia di “ingerenza inaccettabile” dell’Iran che ha duramente criticato la destituzione del Presidente Morsi e la richiesta di visto per i profughi siriani a causa delle infiltrazioni di islamisti che arrivavano dalla Siria per dar man forte ai Fratelli Musulmani.  Ma la Storia è appena cominciata, e i colpi di scena non mancheranno.

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