Nessuno sa che cosa si veda da quel periscopio sulla vita che è l’occhio del barbone. Certamente un film fantasioso e fantastico – seppure per noi triste e irreale – dato che ne è lui stesso regista. Noi, corrotti dalla civiltà dei consumi e dal benessere, obnubilati dalle regole che la società ci impone, sempre alla ricerca di denaro e successo, potere e visibilità più che di sensazioni, non del tutto coscienti della rara e meravigliosa emozione che è già in se stessa la vita, dell’errabondo cogliamo superficialmente solo gli aspetti per noi negativi e lo consideriamo pazzo, esaltato o, comunque, anormale. Perché non comunica con nessuno.

Lo compiangiamo, ma senza disperarci per la sua condizione, né riflettere sul perché della scelta. È lui, infatti, ad avere deciso di dormire per la strada, vivere di stenti, soffrire il freddo, non avere dimora né famiglia, non arrivare a invecchiare e, per di più, essere solo al mondo. Lo giudichiamo, cioè, in base ai nostri parametri di valutazione per il godimento ideale della vita, che sono assolutamente diversi dai suoi. Ma non ci accorgiamo che, in realtà, il più delle volte a non comunicare siamo proprio noi, non il barbone, che diventa tale proprio per un bisogno di dialogo che non riusciva a stabilire con i suoi simili quando viveva come tutti gli altri.

Noi normali, infatti, senza mai cercare di immaginare che cosa possa esserci di esaltante in un’altra scelta di vita, valutiamo tutto e tutti col misurino borghese o intellettuale, aristocratico o proletario cui siamo abituati. Invece, dovremmo pensarci. Non necessariamente per emularla o cercare di percorrerla, ma per trovarvi suggerimenti che correggano eventualmente la nostra, sempre più deludente per tutti, tranne che per i pazzi, per i diversi, per chi riesce a crearsi – proprio come fa il barbone – un suo spazio, senza il condizionamento delle convenzioni sociali e dell’educazione che sono spesso in contrasto con le regole naturali e, comunque, del vivere felici.

Sarebbe utile, infatti, proprio come esperimento, osservare una condizione diversa in cui sentirci liberi e poter vivere a modo proprio, non secondo regole imposte dalle convenzioni sociali. Perché, in fondo, l’istinto dell’uomo – che la civiltà tende sempre più a modificare – è proteso, come quello degli animali, alla ricerca della libertà e della sopravvivenza, attraverso la comunicazione. Ma, mentre gli animali continuano a perseguire naturalmente questi valori, gli uomini, più intelligenti ma stolti, ci hanno rinunciato.

Il barbone e gli altri diversi – come, per esempio, gli anarchici – scelgono, invece, il loro modo migliore di vivere tentando di moltiplicare le emozioni, che le convenzioni ci limitano. Noi, invece, riduciamo sempre più il nostro raggio di azione comprimendo le sensazioni. Da bambini cerchiamo di immaginare che cosa ci sia al di là del girello e del box, dove per ragioni di sicurezza ci costringono a vivere. Non vediamo l’ora di crescere per avere un orizzonte più vasto e scoprire le novità dello spazio più lontano, sempre più affascinante e misterioso, come tutto ciò che non conosciamo e cerchiamo di immaginare. Da adulti, invece, rimpiangiamo quella dimensione limitata e ne cerchiamo addirittura una più ridotta. Sappiamo che più lontano c’è la libertà, cioè la vita. Ma ci rinunciamo perché è come se non sapessimo che farcene dopo averla provata.

Così, torniamo nel box dal quale sognavamo di evadere da bambini e nel quale ora, da grandi, non troviamo neppure i fantasiosi giocattoli che vi avevamo lasciato, ma solo un televisore, un cellulare, un’auto e, qualcuno, dell’inutile denaro. Non ci sono più le sensazioni che cercavamo di immaginare e che avevamo voglia di scoprire, che credevamo sublimi e non vedevamo l’ora di provare. Infatti, non sapendo comunicare, è come se fossimo rimasti infanti. È perché, senza che ce ne accorgessimo, ci hanno impoveriti, defraudandoci della fantasia: un bene che si coltiva da bambini e che, crescendo, diventa un capitale prezioso. Le sensazioni ci sarebbero e sono sublimi, ma noi non sappiamo conseguirle e, quindi, le rifiutiamo. Ecco perché, ora, in questo tipo di società non c’è più amore, né sensibilità, gusto, solidarietà e amicizia. Spesso nemmeno dignità. L’unica evasione per qualcuno è la lettura, i cui cultori sono una sorta di barboni del pensiero, che non osano estraniarsi del tutto dalla società e dagli affetti: si isolano leggendo storie vissute da altri. Tutto intorno, purtroppo, c’è solo sesso, vanità, ingordigia, possesso, piaceri materiali e, quindi, effimeri. E soprattutto tanta solitudine: caratteristica dell’assenza di comunicazione. E poi, la frenesia di arrivare. È spesso la fretta a farci inciampare, perché, con i ritmi che ci siamo imposti, è difficile non andare a sbattere. Con l’aggravante – rispetto al barbone – di essere più longevi e, quindi, di dover subire più a lungo la noia in cui abbiamo trasformato la vita.

Alla libertà abbiamo rinunciato perché ci responsabilizzava troppo. È come se volessimo non essere mai cresciuti. Seguiamo la moda, il corso degli eventi, la corrente della folla come tante pecore dirette all’ovile, come l’acqua piovana che ha fretta di incanalarsi nel tombino. Il barbone, invece, no. A lui è rimasta la voglia di vivere e tenta di comunicarcelo, ma nessuno lo prende in considerazione perché lo ritiene anormale. Cerca, allora, un punto di osservazione più elevato e di partecipazione più umana. Forse non è quella la dimensione giusta. Ma non lo è certamente neppure quella da cui è fuggito.

Quando studiamo il comportamento dei ratti o di altri animali, non è certo per diventare topi, ma per capire attraverso la conoscenza della loro struttura fisica e mentale, meno complessa della nostra, quale miglioramento poter ricavare per la salute dell’uomo. Provate a osservare – possibilmente non visti – l’atteggiamento del barbone. Vi rendereste conto di quanto avremmo da imparare da lui, anziché compiangerlo. È diverso dal mendicante, che per avere l’obolo cerca – come, del resto, un po’ tutti noi – di immiserirsi ancora di più per impietosire l’eventuale benefattore. Nel barbone non c’è traccia di disagio per la vita che ha intrapreso né di rimpianto per quella che ha lasciato. Del resto, non si ritiene un emarginato perché non è stata la società a respingerlo. È lui a essersene allontanato, deluso, per raggiungere l’altra dimensione, quella che noi non conosciamo e non ci incuriosisce nemmeno.

Il barbone è sempre dignitoso, molto più di noi che ci prostriamo al potere per denaro o solo per il piacere di servire e, così, essere guidati. Anzi, inspiegabilmente austero, talvolta persino elegante nella sua trasandatezza, il barbone non accetta compromessi: a differenza di noi normali, non si vende, perché la sua coscienza non ha un prezzo. Sa che non sono le briciole di potere né il denaro i mezzi per conseguire la felicità, né per comunicare con gli altri. E, siccome non gli è consentito da normale, cerca di comunicare con chi gli rassomiglia e fa le sue stesse scelte. Discreto e riservato, mai remissivo né servile, non cerca la comprensione né la solidarietà degli altri, non chiede l’elemosina, non ha l’espressione triste o sofferente. Non è ossequioso con i ricchi e i potenti né spavaldo con i poveracci perché dall’altezza del suo punto di osservazione chiunque gli appare minuscolo e uguale al vicino. È come se a chi di noi stesse osservando una fila di formiche si chiedesse di individuare le più belle o robuste o autorevoli. Ci sembrano – anzi sono – tutte uguali.

Lo sguardo, sempre vivo e indagatore, non incrocia mai quello del passante con cui non ha più alcun contatto da quando scelse di vivere in una dimensione diversa. Non ci guarda perché non potrebbe neppure mandarci messaggi con gli occhi. Essendo su un’altra lunghezza d’onda ha un linguaggio diverso dal nostro. Quindi, non c’è contatto, neppure visivo, tra noi e il barbone, che è felice così, dato che non chiede mai assistenza, non è tentato di ricredersi, né cerca di recuperare la famiglia o formarsene un’altra. Noi lo riteniamo ubriacone o fannullone o disadattato. È, invece, un filosofo le cui teorie non sono neppure prese in considerazione da chi ritiene stupidamente che il vero piacere debba essere fisico e immediato.

È vero che questi uomini erranti non sono longevi, ma si ammalano raramente. Sono sani e forti, pur non essendo la loro alimentazione equilibrata, nonostante i disagi continui cui sono sottoposti, dall’afa estiva alle intemperie e al freddo invernali. Quindi, godono di una ricchezza che noi spesso sottovalutiamo finché non ci viene a mancare: la salute di ferro. Sono sani grazie a difese immunitarie che gli provengono da un cervello stranamente equilibrato. Nessuno ha il morbo di Parkinson, né la polmonite o la cirrosi, seppure non siano astemi. Muoiono tutti per arresto cardiaco, deperimento organico, assideramento o denutrizione, mai per malattia, meno ancora di cancro.

È come se fossero immortali e, a un certo punto, si lasciassero morire quando non hanno più voglia di vivere, quando hanno esaurito tutte le curiosità della vita. Noi, invece, ci ammaliamo alla prima infreddatura stagionale. Anche per questo sarebbe utile osservare il loro comportamento anziché giudicarli esseri anormali. Gli studiosi potrebbero forse dedurre che le patologie nascono dalla mente quando amarezza e delusione superano un certo limite di tolleranza delle nostre difese psicologiche e ci rendiamo conto di avere sprecato la vita inseguendo fantasmi di piacere e successo anziché vivere. Anche chi si crede Napoleone è un uomo libero e appagato, e non si ammala né muore di cancro. Ma noi ci ostiniamo a non essere interessati allo studio delle loro scelte che potrebbero rivelare elementi molto utili a noi normali.

 © Rivoluzione Liberale

Il brano è tratto dal libro di Roberto Tumbarello SI SALVI CHI PUÒ, un saggio divulgativo sulla Comunicazione. Secondo l’autore, comunicare è un’arte, ma anche un’esigenza di vita di cui chiunque dovrebbe avere qualche nozione per difendersi dalle insidie della società.

Per contenere il prezzo a soli 12 euro (spese postali comprese) il libro non si trova nelle librerie. Si può ordinare inviando un’email a info@edizioniradici.net, telefonando allo 0773 280474 o visitando il blog www.sisalvichipuo.net

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