Dal Royal Institute of International Affairs di Londra il premier in carica si dichiara “ottimista” sulla tenuta del suo governo e afferma che – anche alla luce dello struggente caso Ablyazov – è certo che “l’Italia farà le riforme”. Letta ribadisce inoltre che l’Italia è un Paese “che si merita fiducia” ed “è un Paese affidabile sul quale si può investire”. Ciononostante l’Italia è un Paese afflitto da una profonda crisi non solo economica ma anche morale.

Quasi un grido di speranza quello esplicato dal presidente del Consiglio, che nei giorni scorsi – rivolgendosi in primo luogo ai leader di partito e riferendosi al continuo ‘vociare’ – aveva ammonito: “Dobbiamo stare un po’ più tranquilli tutti”. “Se la maggioranza va in crisi il quadro economico non può che risentirne”. Un appello alla responsabilità, quindi, che Letta ha voluto condividere, in primo luogo, con Alfano ed Epifani. Riguardo ai rapporti con l’Ue, inoltre, a Londra il premier non ha nascosto un certo senso di risentimento nei confronti dell’Euro e delle esigenti richieste dell’Unione. “A mio avviso – ha affermato Letta a proposito di crisi – nessuno, nemmeno la Germania, ha la forza politica o economica per uscirne da solo”.

La crisi economica è accompagnata da una deludente crisi morale, o meglio da “un imbarbarimento della vita civile” – come sostiene il nostro Capo dello Stato – che acuisce il disagio legato ad un degrado ormai consolidato: la variazione del Pil in Italia nel primo trimestre 2013 è pari al -2,4% rispetto allo stesso periodo del 2012; il livello del debito pubblico italiano ha raggiunto quota 2.041 miliardi di euro nel mese di aprile: nell’arco di quattro mesi l’incremento è stato di circa 53 miliardi di euro, a fine 2012 era pari al 1.988 miliardi; l’agenzia di rating americana Standard & Poor’s stima per la fine del 2013 un rapporto debito/Pil pari al 129%. Ed infine, aumenta il numero degli indigenti, un sesto della popolazione italiana, nello specifico 8 milioni di poveri relativi e 3 milioni di poveri assoluti.

Gli eventi degli ultimi giorni, anche se gravi, – in particolare il caso Kyenge e il giallo Kazako – sembrano aver sotterrato, almeno per un po’, la pesante crisi economica che attanaglia il Paese come in una morsa metallica. La necessità di tagliare la spesa pubblica, la questione Imu – per la cui abolizione servirebbero circa 4 miliardi – e l’aumento dell’Iva (rinviato al primo ottobre) – per evitare il quale servirebbe invece un miliardo di euro – in pratica i problemi contingenti del Paese sono, ancora una volta, celati dietro un manto di accuse contro gli avversari, oppure offuscati dalle mosse maldestre dei vari personaggi politici, alcuni dei quali intenti ad affermare di ‘non sapere’ cosa stia realmente accadendo.

L’atteggiamento del ‘non sapere’ evidenzia, ancor di più, le crepe del nostro sistema Paese e le giustificazioni proposte sono molto labili. È un’Italia offesa da certe parole e dalle troppe parole; un’Italia insicura e sofferente costretta ad assistere ad un caos inconsueto – ormai insopportabile – che paventa, in ogni modo e da più parti, un’eventuale crisi di governo. All’interno dei Palazzi ci si preoccupa di abbassare i toni, di cambiare linguaggio, si tagliano diverse teste, si rimandano in continuazione le decisioni importanti, mentre fuori la gente attende delle risposte concrete ai problemi contingenti.

È un Paese indignato non solo a causa degli ultimi episodi di minima tolleranza ma anche perché la politica tende a nascondere le questioni scottanti con estemporanei scoop giornalistici, che riempiendo le prime pagine dei giornali fanno slittare i problemi più gravi nelle pagine retrostanti. Così il debito pubblico, le imprese in difficoltà, il dramma della disoccupazione, il macigno Imu e la questione Iva rimangono nella ‘cabina di regia’ di Palazzo Chigi dove le coperture rappresentano il principale nodo da sciogliere. Nel contempo le sparate razziste non aiutano di certo il Bel Paese a risollevarsi.

Occorre comunque procedere a risolvere tutte le varie questioni, tra le quali non manca il caso Kazakistan offuscato, anch’esso, dal polverone mediatico Calderoli-Kyenge; fatti che, in pratica, vanno ben oltre la rincorsa alla provocazione, alla trivialità e al bullismo parlamentare; atteggiamenti incresciosi ai quali gli italiani sono ormai abituati ma che, di certo, non possono essere sottovalutati. L’eccesso di ‘bagarre’ politica – per il quale anche all’estero ormai non ci sopportano più – deturpa l’ambiente sociale e acuisce il sentimento di sfiducia nutrito dai cittadini nei confronti delle istituzioni e degli uomini politici. Siamo ben lontani dalla realizzazione di una ‘società aperta’ fondata sull’esercizio critico della ragione umana e sulle istituzioni democratiche che – come sostiene Popper – consentono di realizzare il massimo grado di giustizia all’interno della libertà. Una ‘società aperta’ è quella che non solo tollera ma incoraggia, all’interno e attraverso le istituzioni democratiche, la libertà dei singoli e dei gruppi, favorendo nel contempo la soluzione dei problemi sociali e la realizzazione di riforme che rispettino la dignità di ogni individuo. Le istituzioni democratiche dovrebbero essere difese e perfezionate costantemente, a favore della libertà e dei diritti dell’uomo. L’uguaglianza di fronte alla legge, ad esempio, non è semplicemente un fatto ma deve essere un’istanza politica che riposa su una scelta morale. “La fede nella ragione – afferma Karl Popper – anche nella ragione degli altri, implica l’idea di imparzialità, di tolleranza, di rifiuto di ogni pretesa autoritaria”. Il liberale ama, nello stesso tempo, la tolleranza e la libertà ma “la tolleranza, al pari della libertà, non può essere illimitata, altrimenti si autodistrugge. Infatti la tolleranza illimitata porta alla scomparsa della tolleranza. Se estendiamo l’illimitata tolleranza anche a coloro che sono intolleranti, se non siamo disposti a difendere una società tollerante contro l’attacco degli intolleranti, allora i tolleranti saranno distrutti e la tolleranza con essi”. L’amore per la tolleranza è, in fondo, la necessaria conseguenza della convinzione di essere uomini fallibili ma tutto ciò comporta ingenti dosi di progresso etico e morale, coscienti del fatto che il “il progresso non è una legge naturale”, tantoché “tutto ciò che è stato acquisito da una generazione può essere di nuovo perduto da quella successiva”. In quest’ottica l’imbarbarimento della vita civile – lamentato anche dal Capo dello Stato – è il frutto di un profondo regresso etico e morale che colpisce, in primo luogo, coloro che con la loro attività politica (e quindi di servizio pubblico) dovrebbero guidare il Paese verso sempre crescenti livelli di giustizia e di libertà, in vari campi della società civile ed umana.

© Rivoluzione Liberale

CONDIVIDI