Il 31 agosto del 1302, con la pace di Caltabellotta, il Regno di Sicilia riuscì a garantire la propria sopravvivenza nel contesto geo-politico europeo del XIV secolo dopo un’incredibile serie di peripezie. Dopo l’agosto del 1302 Federico III continuò a definirsi Re di Sicilia, ed avrebbe dovuto dire di Trinacria, ed addirittura Duca di Puglia e Principe di Capua (titoli che spettavano al Re di Sicilia “vecchia versione”). Bonifacio VIII, che di Federico III e della Sicilia era uno dei più fieri avversari, fece buon viso a cattivo gioco perché i suoi rapporti con i francesi, ed in specie con l’arrogante Re Filippo “il Bello”, stavano precipitando di giorno in giorno e non era troppo prudente avere troppi nemici. Nel maggio del 1303 si celebrò, a Messina, il matrimonio tra Federico III di Sicilia ed Eleonora d’Angiò che si annunciava foriero di una nuova era di pace e prosperità.

Ma non vi furono né l’una, né l’altra; la pace di Caltabellotta si reggeva su un equilibrio troppo fragile per potere essere duratura e, sulla base degli sviluppi che si ebbero in seguito, essa fu più una tregua che una pace vera. Tuttavia, smobilitati i soldati e riprese le quotidiane attività, Federico cercò di portare in Sicilia un minimo di ripresa economica e di rinascita culturale. In un primo momento vi riuscì bene tanto che nel giro di un paio di anni l’Isola tornò ad esportare merce verso l’estero ed essere il grande crocevia commerciale che era sempre stata sin dall’avvento degli Arabi. L’espansione economica e sociale fu assolutamente favorita da una fiscalità bassissima e dalle illuminate leggi e consuetudini di cui, unici insieme agli Inglesi in tutta Europa, godevano i Siciliani. Il matrimonio di Federico ed Eleonora portò presto i suoi frutti. Nel 1304 nacque Costanza, nel 1305 Pietro (che sarà il successore di Federico) e poi, via via, Manfredi, Guglielmo, Giovanni e Ruggero più altre figlie. I rapporti con il papato e con i successori di Bonifacio VIII, Benedetto XI e Clemente V, furono caratterizzati da alti e bassi ma non furono mai eccessivamente a rischio.

Anche i rapporti con il fratello Giacomo II, re d’Aragona, erano condizionati dallo scontro fratricida a cui quest’ultimo era voluto arrivare per eccessiva smania di potere. I due fratelli, memori dei bei tempi in cui andavano “d’amore e d’accordo”, cercavano di riconciliarsi ed arrivare ad un’alleanza, ma anche in questo caso la questione procedeva a strappi e non arrivava mai ad un punto risolutivo. Ovviamente la situazione non era migliore se si vuole guardare il rapporto con il vicino Regno di Napoli e gli Angiò. Seppure legati a doppio filo da vincoli di parentela matrimoniale (Iolanda d’Aragona, sorella di Federico, era sposata a Roberto d’Angiò erede al trono di Napoli, mentre Eleonora d’Angiò, sorella di Roberto e figlia di Carlo II, era sposata con Federico) tra Palermo e Napoli i sospetti, le ripicche e le accuse reciproche erano all’ordine del giorno. Il 3 maggio del 1309 Carlo II d’Angiò morì lasciando il figlio Roberto successore del Regno di Napoli; fu in quell’anno che Giacomo II d’Aragona tentò una mediazione risolutiva tra la Sicilia e Napoli proponendo a Federico il titolo di Re di Gerusalemme mentre Roberto d’Angiò avrebbe dovuto finanziare la spedizione per la guerra santa ed il trono da assegnare al cognato.

Ovviamente non se ne fece nulla. Nel 1311 Federico III di Sicilia conquistò Atene senza combattere. Questo evento fu possibile grazie ad una compagnia di mercenari che lo aveva servito durante la guerra contro gli Angiò e che dopo la pace di Caltabellotta se ne era andata in oriente a combattere; questa compagnia era conosciuta come la temibile Compagnia Catalana. Essa sconfisse in battaglia il Duca di Atene Gualtiero V di Brienne e fece dono del grande ed importante feudo a Federico a condizione che nominasse Duca un suo figlio. Questa carica fu ricoperta prima da Manfredi e, alla sua prematura morte, da Guglielmo che espanse il dominio fino all’attuale Patrasso e facendolo divenire Ducato di Atene e Neopatria; nello stesso anno furono riconquistate le importantissime isole tunisine di Gerba e Kerkenah.

La pace di Caltabellotta subì un colpo durissimo con la discesa in Italia dell’imperatore Enrico VII che, venuto per portare la pace tra Guelfi e Ghibellini, finì con lo scatenare la guerra. Nemmeno a dirlo Federico III si schierò immediatamente con l’Impero e con i Ghibellini, mentre Roberto d’Angiò divenne il capo dei Guelfi in Italia e si pensi che ai tempi di Federico III la parola guelfo in Sicilia era sinonimo di grave offesa personale. Il 4 luglio del 1312, a quasi dieci anni dalla pace di Caltabellotta, Enrico VII e Federico III firmarono un trattato di alleanza difensiva ed offensiva contro il Regno di Napoli del quale un terzo sarebbe toccato a Federico III ed al Regno di Sicilia, mentre Pietro, l’erede di Federico avrebbe sposato Beatrice, la figlia dell’imperatore. Il 23 aprile del 1313 un tribunale imperiale decretò che Roberto d’Angiò si era reso colpevole di lesa maestà per avere ostacolato l’incoronazione imperiale a Roma e, di conseguenza, egli veniva privato del titolo regale, messo al bando dell’Impero e condannato a morte. Questa sentenza ebbe come corollario che tutti gli impegni da lui presi erano nulli ab origine, pertanto tra essi rientrava anche la pace di Caltabellotta. Un messo imperiale venne a consegnare la sentenza a Federico III, il quale convocò un Parlamento ad Enna che ratificò il sostegno militare ad Enrico VII. Nel giugno del 1313 sia Federico III che Enrico VII furono, ovviamente, scomunicati dal papa Clemente V.

Ad agosto si passò dalle parole ai fatti ed il primo del mese Federico III, senza nemmeno comunicare la dichiarazione di guerra al cognato Roberto d’Angiò, invase la Calabria occupando diversi centri; ma a quel punto le operazioni militari furono bloccate perché Federico III doveva allestire una flotta per congiungersi ad Enrico VII a Gaeta, flotta che partì il 30 agosto da Milazzo. Durante la navigazione, all’altezza di Stromboli, la flotta siciliana, rafforzata da navi pisane, ricevette la notizia che l’Imperatore era improvvisamente morto il 24 agosto a Buonconvento, oggi in provincia di Siena.

Per qualche istante non si seppe che fare, poi si prese la decisione di procedere comunque visto che nel messaggio si diceva anche che il figlio di Enrico VII, Giovanni di Boemia, stava comunque allestendo un esercito per scendere in Italia. Lo scalo, però, venne spostato a Pisa, città ghibellina amica, e non più a Gaeta. Federico III venne accolto in Toscana con grande festa e giubilo ma si accorse presto di essere rimasto solo contro tutti i Guelfi italiani. Infatti di Giovanni di Boemia non vi era traccia ed il maresciallo imperiale Enrico di Fiandra era scappato da Pisa lasciando le poche truppe imperiali nel pieno della confusione e dello sbandamento. Tutti i Ghibellini italiani chiedevano aiuto al Re di Sicilia ma non potevano offrirne. Federico, da uomo intelligente quale era, capì che la Sicilia era rimasta di nuovo sola contro tutti e che a stento poteva difendere se stessa e quindi, fece un bel discorso ai Pisani e se tornò nella sua isola.

Dante Alighieri così stigmatizzò, non senza ingiustizia, il comportamento di Federico nel canto XIX del Paradiso della Divina Commedia: “Vedrassi l’avarizia e la viltate/ di quei che guarda l’isola del foco”.

 © Rivoluzione Liberale

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