Il Partito Liberale ha conquistato il Giappone. Ben 74 dei 121 seggi della Camera Alta, dopo la votazione del 21 luglio, appartengono ora alla coalizione del Premier Shinzo Abe (Liberaldemocratici e New Komeito). Il Parlamento non è più diviso: la principale forza di opposizione, quella dei Democratici, ha perso ben 30 seggi.

Quella di Abe è stata una campagna elettorale giocata soprattutto su numeri e percentuali. Dal suo cognome, infatti, deriva quella che per molti nipponici è ormai diventata una minaccia: l’”Abenomics”. Un mix di politiche macroeconomiche che mirano a risollevare il Paese dalla crisi decennale che lo attanaglia. Due gli ingredienti usati sapientemente dal liberaldemocratico: il deprezzamento dello Yen che mira ad aumentare le esportazioni  e l’iniezione di liquidità per far salire l’inflazione.  Il programma del Premier non tralascia lo spinoso tema dell’energia nucleare: è già stato dichiarato che, per non far impennare i prezzi dell’energia, le centrali riprenderanno a funzionare. L’economia giapponese non si ferma neanche di fronte al ricordo del disastro di Fukushima.

A prima vista discutibili e criticabili, le due decisioni di politica fiscale hanno subito dato i loro frutti, almeno nel breve periodo: nei primi quattro mesi del 2013 il tasso di crescita del Giappone ha sfiorato i 4 punti percentuali; per non parlare del mercato della borsa, cresciuto del 55%. Cosa significa per un cittadino vivere in un Paese il cui Pil cresce ad un ritmo del 3% annuo? Sicuramente, dati i risultati, maggiore benessere, ma c’è già chi si lamenta dei salari troppo bassi rispetto all’inflazione che non smette di crescere.

Il sistema bicamerale giapponese è stato più volte additato come il responsabile dell’instabilità politica. La Camera Alta, infatti, detiene più potere di quella bassa. Ha potere di veto sulle leggi che l’Esecutivo adotta. Dopo gli ultimi risultati, però, si può ben dire che le due Camere saranno facilitate nelle decisioni, dato il colore politico che le contraddistingue. E già si propone una legge per rendere meno farraginosa la modifica della Costituzione.

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