Il decreto del fare conquista la fiducia ma si arena in Parlamento. Il mancato accordo con i partiti e le manovre ostruzionistiche dei Cinque stelle pongono i provvedimenti governativi in cattiva luce di fronte al Paese. L’esecutivo sembra però pronto ad andare avanti senza farsi intimorire, in primo luogo da chi continua a rivendicare l’abolizione in toto del finanziamento pubblico ai partiti. “Abbiamo presentato una buona riforma sul finanziamento. Perché bloccarla?”, afferma il premier Letta in un tweet. L’obiettivo, molto probabilmente, non è esclusivamente quello di scardinare il sistema esistente fatto di pesanti partiti novecenteschi affiancati da una burocrazia elefantiaca e sprechi congeniti, occorre nel contempo evitare di affidare i partiti al totale finanziamento dei privati, poteri forti più o meno legittimi che potrebbero condizionare l’apparato democratico-istituzionale nel nostro Paese, dove l’azione delle lobby non assume una rilevanza costruttiva finalizzata alla anglosassone armonizzazione degli interessi, bensì all’italico prevalere di alcuni di essi (le leggi ‘ad personam’ rappresentano un triste epilogo che offende, ad esempio, il liberal-democratico ‘imperio della legge’). Il ddl sul finanziamento pubblico ai partiti rischia in sostanza di arenarsi anch’esso in Parlamento, ma l’esecutivo auspica di portare a termine l’operazione prima della pausa estiva, entro l’8-9 agosto.

Sono ardue le questioni da sbrigare prima della vacanze e il governo ricorda a chi si oppone che occorre sciogliere i nodi perché i cittadini attendono, ormai da troppo tempo, delle risposte concrete ai problemi che hanno messo in ginocchio l’Italia. Non a caso l’imperativo è il decreto del ‘fare’.

Nella cabina di regia di Palazzo Chigi, comunque, giacciono ancora Imu, Iva e il dramma dell’occupazione che di certo non scomparirà con le assunzioni dell’Expò 2015. Ben venga il “modello nazionale”, come lo ha definito il premier in carica, ma non si può pensare di risollevare l’economia italiana esclusivamente con l’evento di Milano, tantomeno si può vivere in funzione dell’Expò per altri due anni. L’Italia ha bisogno di provvedimenti più che mai immediati, efficienti, funzionali, risolutivi e congrui ad un governo di ‘larghe intese’ perché l’agenda urgente delle cose da ‘fare’ – con un debito pubblico che ormai è pari al 130% del Pil – è l’unica vera giustificazione della coesistenza di forze tanto diverse all’interno dell’attuale ed anomala configurazione dell’esecutivo.

In un momento di profonda crisi come quello attuale la coerenza politica sembra essere il dato meno interessante o, tanto più, preoccupante anche se spaventa l’inconcludenza di certi atteggiamenti da campagna elettorale (permanente) – sia a destra sia a sinistra – che demistificano l’azione politica come servizio pubblico, e quindi al servizio del Paese. La politica non andrebbe abolita, o tanto più demonizzata, bensì potenziata per garantire ai cittadini maggiori diritti e una più ampia libertà. La pesante crisi economico-finanziaria va a braccetto con una ingombrante crisi di rappresentanza, il Paese è sospeso e la politica non è vista più come uno strumento-guida, bensì un fardello del quale sbarazzarsi insieme a tutti i partiti. Questa visione apocalittica rischia però di trasformare il nostro apparato politico-istituzionale in un inconcludente regno del caos, dove non si intravedono di certo ‘terze vie’ ma occorrerebbe, almeno, tentare di evitare il tracollo della democrazia e l’affondo della libertà.

I partiti non riescono ad intercettare gli elettori anche perché sono molto distanti dai cittadini. Al di là di poche e labili promesse da campagna elettorale (permanente) – l’abolizione o la riduzione dell’Imu, l’aumento dell’Iva – i partiti non sono palestre di discussione ma palestre di leadership, dove non si studia più per fare il politico bensì si prepara il look del politico da presentare come premier alle elezioni. A destra come a sinistra si invoca la stabilità dell’attuale governo per scongiurare il caos: il Popolo della libertà aspetta il 30 luglio e la sinistra prepara a rilento l’evento congressuale da tenersi in autunno, un evento tanto atteso anche per la nomina del nuovo segretario al quale spetterebbe l’arduo compito di risanare le sorti del partito, prima di pensare ad un eventuale leadership di governo.

L’attuale alleanza governativa sembra essere l’unica possibile anche se si bisticcia su tutto. L’importante è proseguire a colpi di decreti legge e la stabilità è un dovere, un valore non negoziabile. Non si tratta comunque di una reale alleanza tra blocchi contrapposti, ciò che in maniera liberale genererebbe un dialogo costruttivo basato sulla responsabilità e il buon senso dei governanti, bensì si tratta di uno ‘stato di necessità’ perché il Paese è sul lastrico della crisi economica e tutte le altre questioni da campagna elettorale devono aspettare.

La “dannosa patologia italiana del ‘voto anticipato’  – come l’ha definita il Capo dello Stato – va evitata. Il governo, quindi, non va né ‘blindato’ né ‘congelato’ anche se “il Parlamento è libero, in ogni momento, di votare la sfiducia al governo Letta. Ma il Presidente – ammonisce Napolitano – ha il dovere di mettere in guardia il Paese e le forze politiche rispetto ai rischi e ai contraccolpi assai gravi, in primo luogo sotto il profilo economico e sociale, che un’ulteriore destabilizzazione e incertezza del quadro politico-istituzionale comporterebbe per l’Italia”. Di certo l’instabilità va scongiurata ma l’azione governativa va rilanciata anche in vista dei vari provvedimenti da attuare prima delle ferie estive, e ancor di più in autunno alla luce della legge di Stabilità. Sul tavolo della cabina di regia di Palazzo Chigi ci sono anche il ddl di riforma costituzionale, la legge sull’omofobia e il suddetto testo sul finanziamento pubblico ai partiti. Il grande assente è la riforma della legge elettorale che sembra essere precipitata nel dimenticatoio, eppure di fondamentale importanza per restaurare le basi liberal-democratiche della nostra politica soffocata dalle liste dei nominati. Affinché il sistema riacquisti autonomia e libertà è necessaria l’abolizione del Porcellum altrimenti l’Italia sarà condannata alla continua ed estenuante instabilità generata dalle maggioranze delle ‘larghe intese’, in un Paese, quello attuale, in cui il dialogo tra blocchi contrapposti non produce realmente le riforme liberali delle quali c’è urgente bisogno. Superare gli egoismi di partito non è di certo cosa facile ma per il bene dell’Italia occorrerebbe almeno provarci, anche perché di ‘azzardi alla democrazia’  – come li ha definiti il Capo dello Stato – (e occorrerebbe aggiungere alla libertà) l’Italia ne ha vissuti fin troppi.

© Rivoluzione Liberale

 

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