Oslo, la città che ha visto crescere Edvard Munch (1863-1944), dedica al suo amato figlio la più completa rassegna finora realizzata. Una doppia esposizione e itinerari cittadini fanno giustizia al maestro accolto dalla critica anche durante la vita, ma mai davvero compreso.

L’intera vita di Munch attraverso le sue opere d’arte, che egli stesso soprannominava «i miei diari» parallelamente a quelli veri e propri da lui tenuti, conduce secondo un percorso scandito con rigore cronologico il visitatore dalla Galleria Nazionale al Museo Munch. Nel primo polo sono esposti i lavori del periodo 1882-1903 con quindi il significativo Fregio della vita straordinariamente riunito, nel secondo quelli eseguiti tra il 1904 e il 1944 con il Fregio Reinhardt.

Prestiti internazionali concessi da collezioni pubbliche e private hanno permesso l’ottima riuscita della mostra che rimarrà aperta fino al 13 ottobre; sono infatti presenti le opere fondamentali assieme a quelle meno conosciute tra dipinti, acqueforti, litografie, xilografie, incisioni e fotografie. Questa varietà permette di evidenziare la sua natura di sperimentatore e innovatore.

Le tematiche principali di Munch, ovvero l’amore, l’angoscia e la morte, non possono essere slegate dall’indole dell’artista la cui esistenza è irrimediabilmente segnata dai lutti familiari. Esse vedono la propria esplicazione al massimo grado nel Fregio della vita (1893-1902) che influenza tutte le composizioni e stritola tra le proprie spire Edvard Munch come una vittima, anche dopo il suo più profondo crollo psichico.

La forza del colore esplode in atmosfere estremamente cupe e tragiche come nella Madonna, il Vampiro, Il Grido, Cenere, La donna in 3 fasi della vita e La danza della vita. Con particolare tensione drammatica l’artista tra amore, morte e sessualità si proclama escluso dalla danza che invece vede gli altri protagonisti. L’angoscia esistenziale, il carattere pessimistico e solitario, la tendenza alla depressione e alla non comunicabilità dei sentimenti diventano elementi e personaggi che li rappresentano in modalità simbolica.

Il Fregio Reinhardt prende il nome dal committente del ciclo ideato per la Kammerspielbaus, la foyer, del Deutsches Theater Reinhardt. Il ciclo si articola in 12 dipinti in cui è impiegata per la prima volta la tecnica che prevede l’applicazione della tempera sulla tela priva del colore di preparazione per il fondo, così da creare un alone opaco che renda l’effetto della luce notturna diffusa di mezza estate.

I quadri adornano tutte le 4 pareti dell’ambiente e hanno come soggetto gli uomini e le donne durante una notte estiva davanti all’abitazione estiva dell’artista a Asgarstrand. Proprio il paesaggio caratterizzato da volumi fortemente geometrici ed esemplificati fa da correlativo tra i personaggi e le loro tensioni psichiche. I motivi iconografici sono del resto gli stessi del fregio precedente con qualche variante e la medesima tensione erotica.

La pittorica di Edvard Munch è alimentata prettamente dal ricordo, come quella di Degas, ed entra in contatto e assorbe da die Brücke, dal Postimpressionismo e dalla Secessione viennese. La sua vita è stata dilaniata dai lutti familiari e non gli ha permesso di salvarsi se non da sopravvissuto mutilato. L’amore che tiene assieme la vita, la morte e il ricordo non è vissuto da lui con naturalità, ma è motivo di estrema sofferenza covata e interiorizzata quasi per autolesionismo.

Dunque Munch si presenta come il più abile artista a rendere esistenziale e assoluto il proprio messaggio, pur mantenendo la condizione del più morboso dei pazienti e dell’essere più incapace di entrare in contatto con gli altri. La sua solitudine orgogliosa e avversa al perbenismo borghese coevo diventano il cubicolo di opere eterne.

© Rivoluzione Liberale

476
CONDIVIDI