Le disgustose manifestazioni di volgare razzismo nei confronti della Ministra Cécile Kyenge fanno emergere una preoccupante radice lontana, tuttora presente in una certa subcultura italiana, che si rivelò nelle vergognose leggi razziali fasciste del 1938, e che non è per nulla sopita.

Fino a quel giorno era, sia pure con difficoltà, sostenibile che il fascismo fosse altra e più umana cosa rispetto al nazismo. In realtà quella svolta ha      dimostrato che in una parte del popolo italiano, per fortuna minoritaria e principalmente collocata nel Nord del Paese, esiste un filone xenofobo, che la caduta del fascismo e sessant’anni di democrazia, non sono riuscite ancora ad estirpare definitivamente.                                                                

Un razzismo che non si limita a coloro che vengono da altri Paesi ed hanno culture, religioni, abitudini od un colore diverso della pelle, ma si manifesta anche verso i concittadini meridionali.

Una nazione avanzata non soltanto deve fermamente respingere le provocazioni nei confronti di un Ministro della Repubblica di colore, (che per altro va ringraziato per la straordinaria misura e compostezza dimostrate) ma deve trarre dai clamorosi episodi di intolleranza di cui è stato fatto oggetto, l’amara conclusione che il complessivo grado di civiltà dell’Italia non è adeguato al ruolo che essa dovrebbe rivestire tra i Paesi più avanzati del mondo.

Un antifascismo soltanto di maniera, praticato per diversi decenni, non ha estirpato le radici più profonde dei sentimenti attorno a cui si è ritrovata ed ha riscosso grande successo popolare quella dittatura. Sicuramente è stato errato limitarsi ad alcuni rituali celebrativi della resistenza, senza insistere sui valori di libertà che hanno determinato quel grande sussulto rivoluzionario e posto le basi dello Stato democratico.

Paradossalmente, sottolineando la lezione di pacata compostezza del Ministro Kyenge, non possiamo non esserle grati per aver, forse inconsapevolmente, fatto emergere un problema, che la società civile, se è veramente tale, deve porre in primo piano, come ha fatto con semplicità, ma con un gesto di un significato simbolico straordinario, Papa Francesco con la sua visita a Lampedusa. Il dolore che ha saputo esprimere per tutte quelle vittime innocenti, che hanno dovuto soccombere di fronte alla impari  lotta tra il proprio desiderio di libertà ed eguaglianza e le difficoltà di un destino cinico, esasperato dall’egoismo e dall’indifferenza, ha segnato una svolta.

Avendo il privilegio di essere nati in Meridione, dove il sentimento dell’accoglienza è stato sempre forte e radicato nel DNA della nostra gente, vorremmo, capire prima, e cercare di rimuovere dopo, le radici neofasciste di una pericolosa xenofobia, diffusa prevalentemente in molte aree del Nord del Paese.

La nostra è stata terra di emigrazione e conosciamo bene il dolore di dover lasciare il proprio habitat, come l’umiliazione di andare a cercare lavoro da clandestini, poi per fortuna quasi sempre affermandosi e facendosi apprezzare.

Questa ferita, di cui portiamo la cicatrice, come hanno dimostrato gli abitanti di Lampedusa, spesso determina una capacità di comprensione e di disponibilità all’accoglienza, che non si riscontra  forse in alcuna altra  parte d’Italia.

Come liberali sosteniamo che il diritto di cittadinanza non può essere legato alla casualità di un luogo di nascita. Piuttosto dipende da un complesso rapporto con un territorio, che può offrire condizioni di vita e di lavoro dignitose e di cui si condividono e rispettano le leggi.

Non ci è mai piaciuta la teoria secondo cui la terra di un determinato Paese debba essere di coloro che vi sono nati e che ne hanno la nazionalità. Il mondo è di tutti e ciascuno avrebbe il diritto di stabilirsi dove vuole, ovviamente accettandone il sistema giuridico ed istituzionale. La multietnicità, come dimostrano tante Nazioni, (basterebbe citare gli USA , il Brasile o l’Argentina) è una grande ricchezza e la disponibilità all’accoglienza è la più bella prova di civiltà e di amore per il prossimo, perché è costruita sul principio che gli esseri umani sono tutti uguali e la Ministra Kyenge è esattamente come gli altri suoi colleghi, con, in più, il difficile compito di rappresentare un simbolo, che dovrebbe essere inteso, come un valore sacro. Senza rispetto per l’eguaglianza eguaglianza, non vi può essere civiltà. La violazione di tali valori assoluti, rappresenta un Vulnus alla libertà.

I liberali, pertanto, pensano che piuttosto che dover dare la loro solidarietà alla Ministra, devono esserle grati per aver fatto emergere, a costo di grandi umiliazioni,  un problema, forse sconosciuto o comunque sottovalutato, di cui lo Stato nel suo complesso e la scuola in particolare devono farsi carico, per liberarci definitivamente da drammatiche scorie di un sentimento fascista, che è stato forse rimosso, come fenomeno politico, ma non superato nei suoi aspetti più drammatici di incultura e vera e propria disumanità.

© Rivoluzione Liberale

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1 COMMENTO

  1. caro Stefano, caro Segretario, hai anche l’elogio di Donata!!
    Grazie Giancarlo Colombo

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