Dopo l’assassinio del membro dell’opposizione Mohamed Brahmi, migliaia di manifestanti sono scesi nelle strade. La tensione sale in Tunisia. Venerdì 26 Luglio, la principale e potente sigla sindacale tunisina (UGTT) ha chiesto uno sciopero generale come reazione all’assassinio del deputato ed ha definito in un comunicato questo crimine come “odioso”. Il Ministro degli Interni, Lofti Ben Jeddou, ha accusato un salafista di essere implicato in questo assassinio, così come in quello, avvenuto sei mesi fa, di un altro membro dell’opposizione, Chokri Belaid. Ci si chiede se gli eventi degli ultimi giorni non siano il preludio di un ritorno di fiamma della  Rivoluzione dei Gelsomini, riuscita, sembrerebbe, solo per metà.

Brahmi era un militante della vecchia sinistra degli anni ’60-’70. Da noi lo definiremmo di estrema sinistra. Pensava che la rivoluzione non fosse finita e che fosse necessario continuare la lotta. Non aveva, secondo gli analisti, un grande peso dal punto di vista elettorale, ma, per la sua provenienza da una Regione e da un ambiente popolare, aveva un gran peso simbolico. Come Chokri Belaid, beneficiava di un’aura importante perché parlava la lingua del popolo. In un caso, come nell’altro, non si tratta di élite politica, ma il loro assassinio provoca vere tensioni. Il Ministro dell’Interno ha tirato in ballo i salafisti, è una possibilità. Incolparli oggi torna utile a molti, ma l’identità degli autori non è, in questo caso, primordiale. Anche se fossero stati gli autori materiali del crimine, non sarebbero che pesci piccoli, perché per i salafisti gli uomini uccisi non rappresentano una vera minaccia, non hanno insultato in alcun modo il Corano e forse non sono neanche conosciuti in quegli ambienti. Altri, secondo gli esperti, hanno interesse a seminare il disordine in Tunisia, a generare la radicalizzazione seminando il panico interrompendo ogni dialogo. Vogliono creare una situazione di stallo che renderà necessario il ricorso ad una gestione autoritaria della situazione. Spesso, quando si vedono concretizzare gli impegni di stabilità, quando ci si avvicina alla redazione di una Costituzione, quando una data per le elezioni si profila, si uccide qualcuno per rimettere tutto in discussione. Difficile sapere chi si nasconde dietro a queste azioni, in tanti cominciano a sentirsi “minacciati”. Chi? I salafisti, che non vogliono la Democrazia in Tunisia? Delle persone collegate al vecchio apparato? Ad altri Paesi? Quello che sembra essere certo, è che l’esperienza tunisina, pioniera che ha resistito nel tempo, disturba, soprattutto nel mondo arabo. Senza cadere nella teoria del complotto che vi vedrebbe solo una mano straniera, siamo ad un punto dove si incrociano gli interessi dei salafisti e di un’agenda internazionale dove Egitto, Siria, regimi teocratici possono sentirsi disturbati dall’esempio tunisino, malgrado tutti i suoi “difetti”. La famiglia di Brahmi “accusa” Ennahada, il Partito islamista al potere, ma quale interesse avrebbe ad agire in questo modo? Il tergiversare nella ricerca della verità dopo la morte di Belaid e la sua “impreparazione” nel gestire la transizione del suo Pase verso un avvenire migliore non ne può fare il mandatario di tale efferatezza: è al potere, avrebbe da perdere ciò che ha già ipotecato. Ancora una volta, le due vittime non rappresentavano una minaccia diretta per Ennahada. Sono outsider importanti ma non figure chiave dell’alternanza politica. Anche se non si conosce il disegno preciso che sta dietro a questi eventi, si pensa che questo crimine non sia l’ultimo. La prossima vittima potrebbe essere una donna, sempre membro dell’opposizione.

 Colpevoli e motivazioni a parte, dopo l’assassinio di Brahmi, una parte dell’opposizione tunisina spera lanciare una dinamica di movimenti contestatari per far piegare Ennahada. Da sabato scorso la mobilitazione si organizza. Una cinquantina di deputati ha congelato i lavori dell’Assemblea Nazionale Costituente (ANC), che sta per implodere. Da due giorni migliaia di manifestanti si riunisce di notte, dopo la fine del digiuno (ricordiamo che siamo in periodo di Ramadan), in diverse città tunisine. A Tunisi si radunano di fronte alla sede della ANC della quale chiedono lo scioglimento, così come chiedono un Governo di Salute pubblica. Per questi manifestanti, che non vedono soluzioni “difficili” del caso, né intrichi, né complotti, questo secondo assassinio marca la fine della legittimità e la sconfitta di questa istituzione (l’ANC) molto in ritardo nella redazione della Costituzione e di questo Governo a maggioranza islamista. Molti vedono Ennahada come unico indiziato e sognano uno scenario all’egiziana. Per il momento la mobilizzazione sembra essere però meno forte che quella messa in atto dopo la morte di Belaid, nello scorso Febbraio. All’epoca, Ennahada, che oggi ancora riflette su come muoversi per uscire dalla brutta situazione nella quale si è infilata, aveva accettato di sciogliere il suo Governo e dare in mano a personalità apolitiche tutti i Ministeri di sua competenza. A differenza che in Egitto, dove un vero movimento popolare ha realizzato una coalizione con l’esercito, l’esercito tunisino è democratico e non abbastanza forte per prendere il potere. C’è, malgrado la violenza e le critiche, una profonda conoscenza reciproca tra opposizione e islamisti. Si dialoga ancora, malgrado la moralizzazione in corso sia infiltrata dalla logica terrorista che si ha tanta difficoltà ad esplicitare e che chiarirebbe invece tante situazioni.

Nel Mondo Arabo le notizie sembrano essere cattive da ovunque provengano. L’Egitto è dilaniato in una sanguinaria disputa di legittimità, la Libia si affossa nella sua tormentata instabilità,  la Siria somiglia sempre più ad una ferita infetta che non riesce a guarire. In Tunisia però, malgrado dolorosi sussulti, la speranza è ancora concessa. Certamente la situazione è delicata: i gruppi armati che attraversano impunemente la vicinissima Libia, potrebbero unirsi agli islamisti estremi tunisini. Allora lo Stato tunisino non avrebbe i mezzi per combattere. E’ anche vero che in Libia, voci sempre più forti gridano le loro accuse contro i Fratelli Musulmani, giudicati tra i maggiori responsabili dell’instabilità del Paese. Certo è che la parola stabilità è lontano dall’essere parte del vocabolario della Regione. Ma la “piccola Tunisia”, che non ha che un torto, l’aver mostrato la via verso la Democrazia al Mondo Arabo, non deve darsi per vinta. Non deve darla vinta soprattutto ai “partigiani” dell’autoritarismo.

© Rivoluzione Liberale

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