“C’è molto cinismo, scetticismo, pessimismo, ma c’è anche speranza”. E’ la Ministra israeliana della Giustizia, Tzipi Livni, incaricata dei negoziati con i Palestinesi, a fare quest’dolce-amara constatazione, appena poche ore prima di volare verso Washington, dove è cominciato lunedì scorso il nuovo ciclo di negoziati israelo-palestinesi, organizzati, non senza fatica, dal Segretario di Stato americano John Kerry. Il altri termini, nessuno vieta, dopo tre anni di congelamento di qualsiasi tipo di colloquio, di sognare il successo, ma la realtà del rapporto di forza, sul terreno, chiama non solo alla prudenza, ma anche alla grande pazienza. Le due delegazioni, per il momento, avrebbero raggiunto un accordo con Kerry affinché questa fase di discussioni abbia una durata di nove mesi, senza una vera e propria data finale.

Lunedì sera, John Kerry riuniva intorno a lui a Washington, il negoziatore palestinese Saeb Erakat e Tzipi Livni. Questo incontro diretto, iniziato intorno ad una tavola imbandita, allo scoccare dell’Iftar (fine del digiuno durante il Ramadan), è già un evento in se, visto che Palestinesi ed Israeliani non si erano più incontrati, insieme, ad un  tavolo di negoziato da più di tre anni. Tre lunghi anni durante i quali il conflitto, che dura da 65 anni, è proseguito aggravando le relazioni tra le parti. Se questi due giorni diventano una pietra miliare in questo lungo cammino, gli attori non si sono – ancora – sbilanciati sulle questioni di fondo. Si sono limitati a preparare il terreno dei colloqui futuri. Israeliani, Palestinesi e Americani lo sanno: è una congiuntura di “obblighi” diversi più che una convergenza di scelte deliberate quella che ha condotto ad una ripresa del dialogo. Questa concessione al realismo politico può essere un’opportunità favorevole per i negoziatori, eliminando punte di ingenuità spesso rimproverata ai fautori degli accordi di Oslo. Potrebbe però anche impantanare il dibattito iscrivendolo, giorno dopo giorno, in una sorta di negoziato per il negoziato, attività diplomatica di bassa intensità, che si trasformerebbe poco a poco in statu quo. Se John Kerry ha preso l’iniziativa di tentare di rilanciare il processo di Pace, è innanzitutto perché la situazione in Medioriente, molto instabile dall’esplosione delle Rivoluzioni Arabe, è oggi giudicata pericolosa, visti la crisi egiziana, il caos libico, la carneficina siriana e gli effetti collaterali regionali dovuti ai flussi di rifugiati e alle tensioni tra sunniti e sciiti. Appena usciti dalla polveriera irachena dove li aveva gettati l’avveturismo strategico di George Bush, i dirigenti americani sembrano essere convinti che la fine del conflitto israelo-palestinese sconvolgerebbe le variabili regionali e contribuirebbe attivamente a migliorare l’immagine degli Stati Uniti nel Mondo arabo-musulmano. L’offensiva diplomatica americana va salutata per il grande rischio politico che rappresenta, ma  oggi Obama è al suo secondo mandato, ha le mani più libere e un certo margine di manovra visto che non deve “preoccuparsi” di un’eventuale rielezione. A questo proposito, qualcuno evoca una certa coincidenza nelle agende: l’offensiva di Kerry arriva poco dopo la volontà manifestata dagli Stati Uniti di riprendere il dialogo con l’Iran. Se Washington intende stabilire un legame tra i due processi, si tratterebbe di una tattica politica ben rodata – chiamata “linkaggio” – ma a doppia lama. Se permette un margine di manovra, espone anche a rischi significativi: veto, condizioni… La ripresa del dialogo è sicuramente positiva, ma i parametri sono complessi. Inoltre, sempre più voci si fanno sentire dal Pentagono per ricordare quanto Israele debba, in termini di sicurezza, a Washington e a quale punto il fardello strategico americano sarebbe alleggerito, se Israele accettasse la nascita di uno Stato Palestinese. Nelle motivazioni che hanno condotto Israele ad accettare la ripresa dei negoziati – fino ad arrivare a liberare 104 prigionieri palestinesi –  vanno cercate motivazioni che vanno oltre alla ricerca della Pace con i Palestinesi, preoccupazione secondaria da qualche anno a questa parte. L’ossessione del pericolo esistenziale rappresentato dai progetti nucleari iraniani, che vive nel Primo Ministro e in buona parte del suo entourage, malgrado i pareri divergenti di parte dei militari e dei servizi segreti, incita Netanyahu a preservare i legami privilegiati che uniscono Israele e Stati Uniti in materia di sicurezza. D’altra parte la recente pubblicazione da parte dell’Unione Europea di nuove “linee direttrici” che escludono i territori occupati – e cioè le colonie israeliane – dagli aiuti concessi da Bruxelles a Israele, è stata interpretata dalla diplomazia israeliana come una risposta degli Europei al rifiuto israeliano di tornare ad un tavolo di negoziati. E Washington non ha fatto a meno di far notare che questa misura avrebbe reso più grave l’isolamento di Israele e rendeva più che mai necessaria una ripresa – almeno simbolica – dei colloqui. Quanto ai Palestinesi, sono stati indubbiamente confortati dalla scelta difficile degli europei. Le loro speranze riposte nell’efficacia della loro strategia di ricorso alle NU era ormai pura illusione. Le garanzie offerte da Kerry, in caso di ripresa dei negoziati, ma anche la promessa di un piano di aiuti internazionali di 4 miliardi di dollari, e la liberazione, accettata da Israele, di 104 prigionieri detenuti da più di 20 anni, hanno finito per convincere che il ritorno ad un tavolo di negoziati poteva essere tentato. Cosa rimarrà di questa convergenza pragmatica quando saranno aperti i grandi dossier del conflitto? L’esperienza dei colloqui precedenti ha mostrato che la questione del “dopo 1967” (frontiere, colonie, sicurezza, sovranità) erano meno difficili da affrontare che le questioni del “prima 1967” (destino dei rifugiati del 1948, statuto dei luoghi Sacri di Gerusalemme). Sicuramente non si tornerà ad un negoziato con accordi ad interim. Oslo insegna. Sembra che dai discorsi preliminari si sia arrivati ad un consenso sul metodo. Non ci sarà accordo se non ci sarà un accordo globale e senza che l’accordo concluso definisca la fine del conflitto, mettendo un termine alle rivendicazioni delle due parti. La discussione sulle frontiere, che permetterà di precisare alcuni dei punti di riferimento del negoziato, dovrebbe essere una delle prime ad aprirsi. Darà delle indicazioni decisive sul destino dei negoziati. Ricordiamo che i Palestinesi vogliono costruire il loro Stato sulle frontiere del 1967, ma sono pronti a negoziare degli scambi minori e alla pari dei territori. Gli Israeliani da parte loro escludono un ritorno alla linea del 1967 e intendono annettere i principali blocchi di colonie. Una delle difficoltà maggiori di questo primo dossier è la presenza in Cisgiordania e a Gerusalemme-Est – dove i Palestinesi vogliono fare la loro capitale – di più di 560 mila coloni israeliani. Coloni ormai solidamente rappresentati in seno alla coalizione parlamentare e nel Governo di Benjamin Netanyahu. Ecco perché l’esito di questo primo punto la dirà lunga sul destino dei “negoziati Kerry”.

Sempre che Hamas, messo fuori gioco dai negoziati ufficiali perché considerato come organizzazione terrorista, non contribuisca “indirettamente” ad indebolire degli interlocutori già in equilibrio precario. Ma la politica e la diplomazia giocano con l’ambiguità e la complessità del linguaggio per superare gli scogli più grossi. Rimangono a volte in una sorta di nebulosa impregnata di incertezza che permette alle parti di fare concessioni senza perdere la faccia.  

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