Imu, Iva, legge elettorale, riforme costituzionali, restyling del centrosinistra e del centrodestra, sono questi tutti i compiti rimandati a settembre del sistema Italia. La pausa estiva sarà anche una pausa di riflessione in attesa dell’autunno che si prospetta piuttosto caldo.

I partiti sembrano essere ripiombati nella ‘bagarre’ di sempre: destra, sinistra, primarie, campagna elettorale, prossime elezioni (che per ora sembrano lontane); l’unica certezza sembra essere la stabilità governativa, finalizzata a mantenere un semplice ‘stato di necessità’.

Il premier Letta, a sua volta, cerca di mantenere la calma e rimanda le decisioni importanti a settembre, tra cui anche le privatizzazioni per le quali è previsto “un piano ampio che presenteremo in autunno”, afferma il premier, anche se “è ancora presto per dire come sarà pure per evitare speculazioni”. Si dice di tagliare il debito parlando di “valorizzazione del patrimonio immobiliare” e di cessione di “partecipazioni pubbliche nazionali e degli enti locali” ma per ora “non sono in grado di dire che cosa e quanto”, ha annunciato Letta durante il summit di Atene. “Ci lavoreremo tra agosto e settembre” e “ne discuteremo con tutti, ne ho già cominciato a parlare con le parti sociali”, ha assicurato il premier. Sul tavolo sembra ci sia un progetto da 100 miliardi di euro per abbattere il debito pubblico ma le ipotesi sono ancora tante e non del tutto esplicitate: da un mini intervento sulle ex municipalizzate, alla cessione delle quote nelle società partecipate sulla quale però permangono molti dubbi dato il dividendo ceduto allo Stato. Altra ipotesi il conferimento delle stesse quote in un fondo che emetterebbe obbligazioni, eventualmente con alcuni immobili a fare da garanzia.

Da Atene il premier scongiura inoltre l’avverarsi di una seconda Grecia: “Non ho dubbi, sulla Grecia l’Europa ha compiuto in passato forti errori”, afferma il presidente del Consiglio italiano alla fine dell’incontro con il premier greco Antonis Samaras. “Sono stati scelti tempi e strumenti sbagliati, e questo ha fatto sì che la crisi si avvitasse. Non ci si può nascondere dietro alle formule tecniche, dietro ai numeri ci sono le persone”, sottolinea il premier italiano che addita il 2014 come l’anno della svolta per l’Italia e per l’intera Europa. L’imperativo è ‘dal rigore alla crescita’, un passaggio molto semplice a parole ma di ardua attualizzazione. L’anno prossimo si voterà anche per il Parlamento di Bruxelles e in un clima di totale sfiducia verso le fonti istituzionali e governative come quello attuale “c’è il rischio di avere prima un forte astensionismo e poi il Parlamento più antieuropeo di sempre”, ammonisce Letta. Per quanto riguarda la riforma elettorale italiana, inoltre, “si tratta di una priorità” ma è il “Parlamento l’alveo naturale dove trovare rapidamente una soluzione”, ammonisce Letta.

L’ennesimo problema rimandato a settembre è il rapporto tra Governo e Parlamento che, dato l’ingorgo dei decreti legge – una patologia strutturale del nostro sistema – e le polemiche degli ultimi giorni, dovrà essere necessariamente messo a punto.

Occorrerebbe inoltre mettere a punto una cultura e quindi un’azione politica orientata al bene comune che indirizzi e guidi i fenomeni economici e sociali non solo a parole ma soprattutto nei fatti; una politica fondata sulla centralità dell’individuo, sulla promozione dell’uomo e del benessere comunitario: bene comune e rispetto della dignità della persona umana sono inscindibili.

Il liberalismo contemporaneo tende a promuovere una cultura politica finalizzata alla diffusione del bene comune come bene relazionale che richiede, per la sua realizzazione, la cooperazione tra gli attori. Molto spesso, però, nella realtà della vita quotidiana – e tanto più nella realtà della vita politica – tale cooperazione, seppur presente tra le buone intenzioni dei singoli partecipanti, viene offuscata da fisiologici interessi di parte in virtù dei quali ognuno tende a conservare se stesso. È il caso di dire che, in quest’ottica, il governo di “larghe intese” dovrà fare un vero e proprio sforzo liberale per sopravvivere qualora il Cavaliere restasse senza cavallo: lo strappo tra i due partiti di maggioranza potrebbe essere troppo forte. Nonostante tutto l’asse Letta-Alfano sembra però destinato a resistere: “niente colpi di testa”, “vietati gesti clamorosi”, “ogni reazione dovrà essere composta”, ha garantito Alfano che dall’interno del Pdl si è impegnato a disinnescare eventuali “reazioni scomposte” scongiurate anche dal Capo dello Stato. Al massimo qualche protesta in piazza che non crei troppi problemi. Il Pd, a sua volta, sembra voler mantenere la calma perché destabilizzare il governo significherebbe offrire su un piatto d’argento a Renzi & C. il destro per tentare di abbattere l’esecutivo. La riunione della Direzione in casa democrat è stata inoltre rinviata alla prossima settimana anche per osservare le mosse del Cavaliere e del suo partito.

Il bene comune, in quanto bene relazionale, richiede comunque alti livelli di cooperazione e di solidarietà. In pratica, il bene comune dovrebbe rispecchiare un adeguato spirito di collaborazione e di ‘fiducia sociale’, capacità ampiamente diffuse in società civili avanzate. È questo lo sforzo che si richiede al Bel Paese, in particolar modo in questo momento storico. In sostanza, per far sì che il bene comune non compaia esclusivamente nei ripetuti moniti del Capo dello Stato ma sia una pratica diffusa in grado di colmare tutti gli interstizi della nostra politica occorrerebbe superare lo schema destra-sinistra (di nuovo in auge) che deteriora la nostra politica ed enfatizza lo schema del duello ‘fisso’ fine a se stesso. Un tale modo di procedere, da campagna elettorale permanente, non è forse la maniera più produttiva per attuare tutte le riforme necessarie di cui il Paese ha bisogno. In pratica a nulla valgono i tentativi di costruire ‘strane maggioranze’ di “larghe intese” se non vi è poi la ferma convinzione di marciare tutti verso la stessa meta per il bene comune.

L’abitudine a collaborare reciprocamente, afferma Novak, “costituisce una parte importante nell’ecologia della libertà”. Si tratta però di un’attitudine che rappresenta “una grande conquista culturale, nata dal rispetto reciproco e da una lunga verifica della forza intrinseca del lavoro di squadra”.

In una società liberale, infine, lo Stato non è l’unico creatore del bene comune; al contrario, esso dovrebbe fornire soltanto il quadro di riferimento essenziale per una crescita spontanea della libera iniziativa individuale, non solo in campo economico bensì in ogni campo dell’esistenza. Lo Stato liberale non si prende cura di tutti i bisogni che, come afferma Hayek, “possono essere soddisfatti solo dallo sforzo concentrato di molti”.

L’attuale tendenza dei governi a portare tutti gli interessi comuni di vasti gruppi sotto il proprio controllo tende a distruggere il vero spirito pubblico. Come risultato, un numero sempre crescente di uomini e di donne si sta allontanando dalla vita pubblica, a cui in passato avrebbe dedicato molte energie”, ammonisce Hayek.

 © Rivoluzione Liberale

 

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