Dal momento più basso si può raggiungere l’obiettivo più alto: ora Silvio Berlusconi si metta a fare la Rivoluzione Liberale cancellando anni di attese, freni, traverse sui binari, accomodamenti sempre troppo moderati. Lo guardavo ieri sera sul palco e pensavo quel che pensavano tutti, anche tutti quelli di sinistra: «Quest’uomo è un leader perché ha un’idea in testa e sa parlare col cuore».

Poi, tutto il travaglismo-leninismo può sfoderare i suoi effetti speciali e abituali, ma il fatto è che quello lì non molla, non molla la sua gente e dunque si può, proprio ora nel momento peggiore, guardare dove non si è mai arrivati a guardare. Il fisico Amaldi tormentava gli studenti più bravi con domande difficilissime e spiegava: «Biada alta per i cavalli di razza». I purosangue devono allargare il torace fino a scoppiare se vogliono mangiare. Così l’idea della Rivoluzione Liberale che è il cavallo di razza delle grandi idee, che è stata chiamata ed evocata per due decenni, ma di cui non si è visto ancora nulla. Voglio dire anche che le parole di Silvio Berlusconi che non molla il governo, non molla gli impegni, non molla la responsabilità verso il Paese, ma che non molla neanche la sua posizione politica perché non appartiene a lui come un oggetto, ma appartiene a milioni di italiani come aspirazione, mi spinge a dire di più: basta, basta dirsi «moderati». Si deve essere responsabili, si deve essere intelligenti, si deve essere onesti, si deve respingere le follie degli estremisti, ma la moderazione in sé non è una virtù se serve soltanto ad azzoppare gli ideali. Volere una Rivoluzione Liberale significa prima di tutto immaginare una Costituzione che garantisca al primo punto il rispetto totale per la dignità singola del singolo cittadino e della sua libertà. Attenzione: questa non è un’idea «moderata». Questa è un’idea rivoluzionaria. Due grandi Paesi nati da una Rivoluzione, gli Stati Uniti e la Francia, hanno Liberty e Liberté come primo o secondo diritto, dopo la vita, insieme all’eguaglianza di fronte ai diritti e ai doveri.
È ora di riscrivere la Costituzione. Non si farà in un anno o due, ma bisogna farlo senza la pudica dizione secondo cui soltanto alcuni tecnicismi della seconda parte della Carta vanno ritoccati. Quel che accade nel nostro Paese non da oggi, ma fin dalla nascita della Repubblica dopo una guerra civile devastante che ha seguito una guerra sanguinosa, criminale e demenziale, deve essere dichiarato concluso, archiviato e si deve passare al dopo. Ma attenzione: si chiudano pure il libro del passato, ma soltanto dopo averne letto ogni pagina.
Berlusconi ieri era avvolgente e suscitava l’intero ventaglio delle consuete reazioni sia in chi lo ama sia in chi lo detesta. I denigratori diranno come sempre che mentiva e barava, quel bel tomo del Financial Times seguiterà a chiamarlo buffone, seguito da tutti i direttori di giornali stranieri che non hanno capito mai un accidente della storia italiana negli ultimi cento anni, ma il fatto politico è che Berlusconi sa fare di un discorso emotivo e sentimentale un discorso politico. I dittatori o i leader conservatori usano parole taglienti e perentorie, spesso ridicole. Quest’uomo che abbiamo visto ieri pomeriggio porta ormai sulle sue spalle un’esperienza tutta italiana e assolutamente unica. Mentre ripeteva dal palco su via del Plebiscito che la magistratura in Italia non può essere considerata un potere, ma un ordine, visto che in una democrazia tutto il potere appartiene soltanto al popolo e in seconda battuta a coloro che dal popolo sono stati eletti, il fondatore di Repubblica ripeteva quasi nelle stesse ore a Capalbio che i «poteri» sono tre – esecutivo, legislativo e giudiziario – come se fossimo ai tempi di Montesquieu, quando l’esecutivo era rappresentato dal re assolutista, il cui assolutismo richiedeva il bilanciamento con poteri estranei alla corona. I messicani dicono con orgoglio agli spagnoli: «Noi discendiamo dagli Aztechi, voi discendete da una barca». Ogni eletto del popolo in Italia ha diritto di dire, con la massima gentilezza e con il dovuto rispetto, a qualsiasi magistrato: «Io discendo dalle urne, lei discende da un concorso». Chiunque discenda da un concorso è un funzionario, un nobile – o meno nobile – servitore dello Stato, ma non è e non rappresenta alcun «potere», perché – lo abbiamo già detto ma ci proviamo un particolare gusto a ripeterci – in democrazia tutto il potere deriva soltanto dal popolo e quindi tutto ciò che non deriva dal popolo è una funzione, un compito, un nobile compito come quello del professore e del colonnello, del bidello e del medico condotto, ma non – in nome di Dio – un potere di alcunché. Ecco perché bisogna riscrivere la Costituzione famosa per tutelare enfaticamente e ipocritamente il paesaggio maciullato e distrutto in barba alle enfatiche dichiarazioni. Si tuteli piuttosto la libertà del minimo, singolo individuo, della persona sacra perché è piccola, perché unica, perché non ha difesa, è sola e tuttavia è e deve restare libera. Lo si ponga all’articolo uno, che diamine, e di lì si riparta.
Si dica che chi con il proprio lavoro ed ingegno e sacrificio e creatività e umiltà crea la ricchezza e la diffonde, non è esattamente identico a chi la ricchezza altrui la brucia come un parassita o senza fare nulla di vigoroso neanche per se stesso. Questo Paese ha bisogno di una rivoluzione culturale liberale, di una cultura liberale che sia multipla ed ospitale, questo Paese ha bisogno di gioia, di prospettive positive proprio ora che è al suo momento più basso. Benissimo ha fatto Berlusconi a gridare con quanto fiato aveva in corpo che sostiene il governo Letta, che il governo deve andare avanti, che il governo deve servire gli italiani e attuare il programma. Tutti ci auguriamo che questa sia pure l’intenzione della parte più responsabile del Pd, che non si faccia ricattare dallo scalpitante Renzi che sta dovunque come il prezzemolo, né dalle cupe riflessioni apocalittiche di chi ha sempre fatto dell’apocalisse una religione, una linea politica, una finzione morale.
Ieri il Berlusconi che parlava al suo popolo arrivato in massa e pacificamente sotto le sue finestre era al suo momento più basso. Il momento più basso è la posizione della molla quando si carica. L’emozione c’era, la volontà politica anche, adesso si tratta di dare un seguito, anzi un inizio a tutto. Se Berlusconi darà un segnale forte di voler servire comunque il Paese in questa contingenza tremenda per gli italiani, mettendo allo stesso tempo in cantiere riforme liberali che non siano affatto moderate, rischia alle prossime elezioni di fare il pieno.

© Rivoluzione Liberale

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2 COMMENTI

  1. Bravi, confratelli liberali! Secondo me però bisognerebbe fare un partito unico di centro-destra (non necessariamente con a capo Berlusconi) in cui confluiscano gli azzurri del PdL, i nazionalisti de La Destra e Fratelli d’Italia, voi liberali, i radicali, i fururisti di Montezemolo, i socialisti liberali oltre quelli del Nuovo PSI e i leghisti esclusivamente federalisti. Viva il PLI! Viva il liberalismo, in qualunque forma!

  2. Non capisco come Guzzanti possa pensare di fare una trasfusione partendo dalle rape.
    Forse imbrocca il colore ma certo non basta. Anzi.
    Berlusconi caro Guzzanti, non è un liberale e guai se alimenta la trasfusione.
    Non voglio giudicare l’intelligenza,la capacità,l’intiuzione e tutto quello che Guzzanti gli riconosce non me ne frega niente.
    Dico solo che ai miei ideali,principi,utopie Berlusconi ha solo fatto del male anzi il peggio del peggio perchè è stata la più sordida
    La Rivoluzione liberale si è arenta sul fascismo,sul cattocomunismo,sul berlusconismo non so sinceramente dire quale sia il ventennio peggiore.

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