1 – La competitività del sistema paese è il presupposto della ripresa

L’Italia nel 1991 era classificata da Business International al 4° posto al mondo, dopo USA, Giappone e Germania, tra i paesi avanzati la cui prosperità derivava dalla produzione manifatturiera e di servizi.  

Nel 2008 l’Italia era un paese con un sistema produttivo in lento declino da 15 anni, dove la crescita del PIL era affidata essenzialmente alla crescita della spesa pubblica.

Nel 2013 l’Italia è un paese in crisi industriale e finanziaria, con disoccupazione crescente e pervaso da ingiustizia sociale e fiscale.

All’esame spassionato dei dati economici è sovente subentrato il rifiuto viscerale da parte di intellettuali, opinione pubblica e classe politica, di affrontare una realtà fatta di rallentamenti, stagnazione e perdita di posizione relativamente ad altri paesi, con l’esaltazione acritica del Made in Italy come risposta italiana a difficoltà di ogni tipo” (17° rapporto sull’economia globale e l’Italia – Mario Deaglio)

La pessima amministrazione della cosa pubblica ha causato danni economici ingentissimi e permanenti. Per di più costituisce un ostacolo continuo alla attività produttive per la proliferazione di norme e iter autorizzativi.  

2 – La voragine del debito è nell’inefficienza della macchina pubblica

L’Italia in recessione economica e in crisi politica ha un problema strutturale irrisolto: 2020 miliardi (2090 se si contano i 70 miliardi dovuti dalle Pubbliche Amministrazioni alle imprese) di euro di debito pubblico di cui non riesce ad assicurare il servizio e per cui non si riesce a trovare il modo di  rimborsarne almeno una parte per renderlo meno insopportabile.

Il governo Monti ha creduto di invertire la tendenza aumentando le tasse e le tariffe, bloccando le pensioni e cambiando le norme sul mercato del lavoro. Ha fallito clamorosamente gli obiettivi.

I liberisti integralisti credevano e credono che sia sufficiente ridurre le tasse per stimolare la crescita e risolvere il problema. Dimenticano che la crisi finanziaria del 2007/2008 e le crisi industriali e politiche che l’hanno seguita sono dovute proprio al fallimento delle ricette liberiste applicate con leggerezza fideistica e colpevole incoscienza in USA, UK e parte dell’area euro.

Il punto chiave del debito pubblico fuori controllo in Italia è con tutta evidenza la quantità di spesa che è gestita da organizzazioni pletoriche e inefficienti, organismi statali e locali. Un peso inutile e  dannoso per la nazione e per il sistema Italia, soprattutto per la competitività del sistema produttivo.

Senza competitività è inutile sperare nella crescita organica. Si può ottenere solo la crescita drogata da aumenti di spesa pubblica e incentivi statali che abbiamo già troppe volte sperimentato negli ultimi decenni. Ora ne paghiamo le conseguenze.

Cambiare strada è ineluttabile: mettere mano al sistema della spesa pubblica improduttiva e dei servizi ad alto costo e bassa efficacia. Non ha senso  economico prima ancora che sociale ridurre la spesa pubblica tagliando i servizi, come hanno fatto i governi Berlusconi e Monti.

E’ indispensabile analizzare il sistema della macchina pubblica, comprenderne le disfunzioni, misurarne i costi, monetari e sociali, incluso il costo del disincentivo permanente agli investimenti. Poi elaborare il progetto di ristrutturazione. Non è utopia, la grandi imprese lo fanno periodicamente. L’Italia è piena di manager esodati, a migliaia, che conoscono queste tecniche.

3 – Sistema paese ingiusto che penalizza il merito e protegge l’inefficienza.

L’Italia è sempre più lontana dal modello delle democrazie liberali europee.  Al vecchio schema novecentesco del ceto imprenditoriale e dirigenziale a reddito elevato che convive con il ceto impiegatizio e operaio a reddito inferiore, contrapposti essenzialmente da motivazioni di diversa distribuzione dei redditi, si è sostituito uno schema inedito:

–          Il ceto produttivo –  alta responsabilità, alto rischio, quasi nessuna protezione, contraddistinto da fortissima variabilità del reddito con alte percentuali di azzeramento in tutte le fasce e ancora più elevate incertezze dopo i 50 anni di età.  

–          Il ceto amministrativo – bassa responsabilità, bassissimo rischio, alta o totale protezione, stabilità di reddito, stabilità di occupazione. Caratteristiche che per i dirigenti sono ancora più accentuate con retribuzioni ormai vicine, quando non (immotivatamente) superiori, al settore privato, accompagnate da tutele da sempre sconosciute. Una classe di miracolati senza giustificazione alcuna, visti i risultati ottenuti procedendo a marcia indietro

–          I nuovi poveri delle città, categoria trasversale alle altre e ai gruppi a basso, medio e alto reddito, con potere di acquisto falcidiato da costi elevatissimi di abitazione e servizi, trasporti inefficienti e tasse locali insopportabili, alimentate dalle inefficienze irresponsabili degli enti locali e del sistema in generale

Questa involuzione tutta italiana è Inaccettabile in una democrazia liberale, una trasformazione sociale inedita che ha stravolto innanzitutto il principio liberale dell’uguaglianza dei punti di partenza, poi i principi di merito e di tutela dei più deboli. Oggi in Italia sono tutelati i meno deboli e i privi di responsabilità.  Chi lavora in un ambiente da sempre caratterizzato dal culto del merito dovrebbe riceverne i benefici, oggi ne ricava solo svantaggi.

© Rivoluzione Liberale

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