Sin dall’inizio del confronto tra oppositori e partigiani del Presidente Mohamed Morsi, destituito dall’esercito lo scorso 3 Luglio, la posizione degli americani si è distinta per la sua volubilità. Tante manovre, grande abilità nel destreggiarsi  in situazioni non sempre facili, ma i risultati non sono quelli previsti. Almeno per ora.

“L’esercito ha ristabilito la Democrazia in Egitto”, ha affermato il Segretario di Stato americano John Kerry, lo scorso primo Agosto. ”Per quanto si possa giudicare, finora l’esercito non ha preso in mano il potere. Alla guida del Paese c’è un Governo civile.” Un modo per rimuovere l’aura di ambiguità che avvolge la posizione americana, ai quali si aggiungono i colloqui organizzati martedì al Cairo con i senatori Lindsey Graham e John McCain, che seguono a ruota la visita del Segretario di Stato aggiunto William Burns, che ha tentato un’ulteriore mediazione nella crisi scatenata dalla destituzione, lo scorso 3 Luglio, del Presidente Morsi? La posizione di Washington nell’ultimo periodo è stata in effetti particolarmente ambivalente nei confronti degli eventi in corso in Egitto. “Le transizioni pacifiche di un regime militare a un Governo di civili sono molto rare, e ancora più rare sono le transizioni rapide”, si complimentava l’Ambasciatrice americana Anne Patterson con Morsi, lo scorso Aprile. Quando il Movimento Tamarrod aveva lanciato la sua petizione per chiedere al Presidente Morsi di dimissionare, e facendo appello alla mobilizzazione della strada, la diplomatica aveva preso le distanze: “Qualcuno pensa che l’azione della strada dia migliori risultati che delle elezioni, ma il mio Governo ed io siamo molto scettici”, dichiarava il 18 Giugno. Desideroso di apparire, sin dall’inizio della Primavera araba, dalla parte giusta della Storia, il Presidente Barack Obama aveva mantenuto buone  relazioni con l’Egitto, anche dopo l’elezione del Presidente proveniente dai Fratelli Musulmani, nel Giugno 2012. A tal punto che un mese fa, le figure dell’Ambasciatrice e del Presidente americano erano state stigmatizzate dai manifestanti pro Morsi. Ma di fronte alla mobilizzazione contro la gestione di Mohamed Morsi , sempre più contestato, il Presidente americano si era allontanato da una posizione troppo coinvolgente e compromettente, incoraggiando il Presidente egiziano a stabilire un “dialogo più costruttivo” con l’opposizione, senza però riuscire ad influenzare in alcun modo la sua posizione.

Dall’inizio del mese di Luglio, la Casa Bianca moltiplica i giochi di parole e gli scioglilingua pur di evitare di definire “colpo di Stato” il sovvertimento da parte dell’esercito di Mohamed Morsi. La legge americana vieta in effetti il versamento di aiuti finanziari ad un regime che nasce da un tale atto di forza. Ora, dalla firma del trattato di Pace tra Israele ed Egitto, gli Stati Uniti versano al Cairo, ogni anno, un aiuto militare di 1,3 miliardi di dollari. L’Egitto è il secondo beneficiario in aiuti militari americani dopo Tel Aviv. Il Presidente Obama si è quindi accontentato di dichiararsi “profondamente preoccupato” per la decisione dei militari egiziani di “deporre” il Presidente Morsi, e la manna finanziaria devoluta all’esercito egiziano non è stata interrotta. Quando una decina di giorni dopo il putsch del 3 Luglio, la stampa americana chiedeva a Jennifer Psaki se gli Stati Uniti considerassero ancora Morsi come Presidente legittimo, la portavoce del Dipartimento di Stato rispondeva che fosse “chiaro che il popolo egiziano aveva parlato”. Qualche giorno dopo, all’aggravarsi della crisi, gli Stati Uniti hanno sospeso la consegna prevista di aerei F16, ma, sottolineano gli esperti, era l’opzione meno pesante a loro disposizione per evitare qualsiasi rivendicazione per un’azione più “incisiva”. Il massacro di partigiani del Presidente Morsi, che sono accampati da più di un mese sulla Piazza Rabaa el-Adawiya e vicino all’università del Cairo, il 27 Luglio ( più di 80 morti ) ha “costretto” John Kerry a formulare un appello all’esercito affinché  “rispettasse il diritto a manifestare pacificamente e la libertà di espressione”. Ma secondo diversi osservatori, il margine di manovra in Egitto degli Stati Uniti, così come quello dell’Europa, è molto stretto, se non nullo. Washington non può fare troppa pressione mettendo in ballo l’aiuto fornito all’esercito egiziano. L’Egitto   è parte integrante del Trattato di Pace firmato con Israele nel 1979, il cardine della politica americana nella Regione. Tra l’altro questa “generosità” è attenuata dalle ordinazioni di materiale militare da parte dell’esercito egiziano all’industria americana. Il Presidente Obama, forte del rigetto che provocano negli americani le grandi manovre dell’era Bush in Irak e in Afghanistan, ha ostentato la volontà di uscire dal vespaio mediorientale, a vantaggio dell’economia americana e di riorientare la politica americana verso l’Asia. Ma non può disinteressarsi totalmente di questa Regione, proprio per la priorità che costituisce per Washington la difesa degli interessi di Israele. Per evitare un bagno di sangue, gli Stati Uniti hanno quindi spedito Burns, McCain e Graham per tentare di smorzare la crisi. “Solamente gli egiziani possono determinare il loro futuro – ha affermato William Burns lunedì al Cairo – Non vengo con soluzioni americane.”

In Egitto Washington continua a camminare sulle uova. Se Obama ha affermato voler uscire dal vespaio mediorientale, ad oggi sembra che non abbia fatto altro che impantanarsi sempre più e tirarsi addosso le antipatie degli islamisti più agguerriti. I Fratelli Musulmani affermano voler difendere la “legittimità” del primo Presidente eletto democraticamente nel Paese. Burns ha chiesto al Generale Sissi che tutte le forze del Paese fossero associate alla road map che aveva annunciato in televisione durante il colpo di mano dei militari. Se Sissi ha assicurato Domenica ad alcuni dirigenti islamisti che c’erano ancora delle “possibilità per una soluzione pacifica”, il nuovo potere a recentemente moltiplicato gli avvertimenti ai manifestanti pro Morsi ancora accampati, minacciando di disperderli con la forza se non se ne andavano “rapidamente”. Burns, accompagnato dai suoi omologhi del Qatar e degli Emirati e dal Rappresentante dell’UE Bernardino Leon, ha incontrato in carcere Khairat al-CHater, personalità influente della Confraternita e suo importante finanziatore, visita che non ha portato a nessun compromesso. L’impasse è totale. Non solo i Fratelli Mussulmani hanno accusato Washington di essere complici” delle esercito. Ad aggravare la situazione degli Stati Uniti, che finora sembrano vivere più con disagio che con fermezza questa situazione, va ad aggiungersi l’anatema del Capo di Al Qaeda, Ayman al-Zawahiri, che ha accusato gli Stati Uniti di aver “complottato” con l’esercito egiziano e con la minoranza cristiano-Copta per destituire il Presidente Islamista. “I crociati, i laici e l’esercito americanizzato si sono accordati (…) grazie ai soldi dei Paesi del Golfo e un complotto degli Americani, per rovesciare il Governo Morsi”, ha dichiarato Zawahiri, un egiziano che ha preso il posto di Osama Bin Laden ucciso in Pakistan nel maggio del 2011, da soldati americani. Invocando i “crociati”, il capo di Al Qaeda ha preso di mira i cristiani della comunità Copta (6%-10% della popolazione egiziana), “accusata” di aver sostenuto la destituzione di Morsi per creare uno Stato Copto nel sud del Paese.

Oggi gli Stati Uniti sono più che mai sotto il mirino dei terroristi islamici che, a sentire l’Interpol, sono molto, molto attivi. A loro sono imputate le evasioni di terroristi avvenute recentemente in Irak, Libia e Pakistan, tutta nuova linfa per loro. E a Sanaa, Aqpa, la filiale più temibile di Al Qaeda non ha mai smesso di lavorare. Come pensa Obama di uscire dal vespaio mediorientale ne quale  si è infilato?

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