Oltre ad essere stato il primo Presidente della Repubblica Italiana (Enrico De Nicola fu Capo Provvisorio dello Stato fino all’approvazione della Costituzione Repubblicana), Luigi Einaudi fu certamente uno dei giganti del Liberalismo italiano e rimettere insieme oggi alcune delle sue riflessioni sembra quanto mai opportuno, non fosse altro che per tentare di dimostrare quanto ciò che qualcuno definisce “vecchio” e “stantio”, solo in base ad un ragionamento di puro “mantra” bipolare e nuovista a qualsiasi costo, sia invece un solido riferimento per dare davvero a questo paese una decisiva svolta liberale, posto che si voglia davvero darla.
Luigi Einaudi è stato un Liberale indissolubilmente legato al senso comune ed impegnato nel tentativo di costruire un liberalismo popolare in Italia; spesso e volentieri, e forse con troppa disinvoltura, è stato costruito un suo presunto dualismo nei confronti di Benedetto Croce che portò per molto tempo i liberali italiani ad auto-confinarsi, nella loro stessa piccola casa, nelle categorie contrapposte di “Crociani” ed “Einaudiani”. Invero questa querelle appare alquanto artefatta in quanto se Croce sosteneva che il Liberalismo è la “religione della libertà”, dandone così una definizione di tipo assoluto ed originario rispetto a qualsiasi altro fenomeno, Einaudi soleva sostenere che la libertà civile senza quella economica finiva per diventare una mera utopia, una formula vuota. Sarebbe stato, ed è, più semplice considerare l’assunto di Einaudi come il logico completamento pratico e politico del costrutto teorico-filosofico di Croce.
Ed in effetti Einaudi fu uomo di semplicità e concretezza, che antepose il “buon senso” alla ricerca di formule dogmatiche per la felicità o la verità.
Il suo rapporto con il Liberalismo, di cui era un convinto sostenitore, si basava preliminarmente su di un approccio empirico e fallibilista alla “verità” ed, in definitiva, alla politica.  Nelle sue “Prediche inutili” del 1949, egli sosteneva chiaramente che il Liberalismo è «il metodo di libertà», che «riconosce sin dal principio il potere di versare nell’errore ed auspica che altri tenti di dimostrare l’errore e di scoprire la via buona alla verità»; conseguenza di ciò diventava che «la libertà vive perché vuole la discussione fra la libertà e l’errore; sa che, solo attraverso l’errore, si giunge, per tentativi sempre ripresi e mai conchiusi, alla verità. (…) Trial and error; possibilità di tentare e di sbagliare; libertà di critica e di opposizione; ecco le caratteristiche dei regimi liberi».
Altro tratto fondamentale del liberalismo einaudiano fu la lotta senza quartiere ai monopoli ed, in generale, alle posizioni sperequate sui mercati. Consapevole che la proprietà privata e la concorrenza fossero veicolo di efficienza economica e di democrazia politica, Einaudi combatteva le sostanziali limitazioni di questi principi, sia che provenissero da tentativi di edificare economie centralizzate, sia che fossero endogenamente generate dall’economia di mercato come i monopoli. Per Einaudi i monopoli rappresentavano una pericolosa minaccia per le libertà, gli interessi ed i diritti dei cittadini, fino al punto che la lotta contro di essi «deve essere considerata come uno dei principali scopi della legislazione di uno Stato, i cui dirigenti si preoccupino del benessere dei più e non intendano curare gli interessi dei meno» (Lezioni di politica sociale – 1944). E’ evidente come se per Einaudi la libertà civile non può che esistere in presenza di libertà economica reale, qualsiasi monopolio, che della liberà economica è la nemesi, non può che generare società con forti limitazioni “reali”, quand’anche la totale assenza, della libertà stessa. Da queste stesse ragioni deriva che dare all’uomo la sicurezza della vita materiale e la libertà dal bisogno, sia la condizione affinché egli sia «veramente libero nella vita civile e politica, perché egli si sente davvero uguale agli altri uomini e libero dall’obbligo di ubbidire ad essi nella scelta dei governanti, nella manifestazione del pensiero e delle credenze»; ciò significa che «la libertà economica è la condizione necessaria della libertà politica» (Chi vuole la libertà – Corriere della Sera – 1948). Un aspetto assai particolare e rilevante della lotta ai monopoli, troppo spesso trascurato (quando non del tutto dimenticato) dalla “storiografia liberale”, fu il pensiero einaudiano sull’associazionismo sindacale e sull’assoluta necessità della libertà di associazione sindacale. Per Einaudi, infatti, i sindacati «non contraddicono lo schema della concorrenza, ma sono uno strumento perfezionato della piena più perfetta attuazione di quello schema» (Liberismo e Comunismo, in “Nuovi Argomenti” – 1941). Nella realtà che prescinde dagli schemi teorici, le associazioni dei soggetti della competizione (in questo caso imprenditori e dipendenti) tendono a ridurre le asimmetrie conoscitive per risolvere al meglio i loro problemi. Ne risulterà quindi una concorrenza più efficace alla sola condizione che si evitino sindacati monopolisti tanto degli imprenditori quanto dei dipendenti.
Mettere in risalto questi, tra gli altri, pilastri del pensiero einaudiano consente di sviluppare un’idea, ed un programma, liberale dei compiti dello Stato che sembra quantomai opportuno per consentire una riflessione su quanto oggi viene impunemente spacciato per liberale rispetto a ciò che questo “aggettivo” dovrebbe significare nella realtà storica, dei fatti e dell’offerta politica all’elettorato.
Per Einaudi lo Stato dovrebbe interpretare un ruolo strategico e fondamentale per il funzionamento dell’ordine sociale in quanto senza i limiti posti dallo Stato il regime di libertà e concorrenza, sul quale egli fonda il progresso della società civile, finirebbe per essere soggetto a degenerazioni. Per cui occorre che lo Stato si impegni a rimuovere gli impedimenti politici, quindi le leggi, che minano il funzionamento della libera concorrenza e competizione; diventerebbe quindi necessario, per un pieno sviluppo in senso liberale della società, combattere «le forze economiche e politiche, le quali, se sono state tanto potenti da ottenere la promulgazione di quelle leggi, saranno abbastanza forti da impedirne l’abrogazione». Lo stesso Einaudi aveva ben chiaro che questo non fosse un compito semplice perché avrebbe comportato «una lunga, faticosa, difficile, contrastata opera di educazione economica, sociale e politica, rivolta a persuadere il cittadino, ossia i ceti, i gruppi sociali e politici i quali agiscono sul legislatore, che una certa politica è più confacente all’interesse dei più e delle generazioni venture» (sempre in Liberismo e Comunismo, in “Nuovi Argomenti” – 1941). E dunque se la libera concorrenza è davvero libera se esiste uno Stato capace di garantirla per tutti, evitando monopoli illiberali e liberticidi, ne deve conseguire che è anche compito dello Stato fare si che tutti gli individui siano messi nelle condizioni di competere, per cui sostenere coloro che sono ai margini della società è esattamente, nel pensiero liberale einaudiano, una strategia di difesa e di potenziamento della libera concorrenza.
Infatti, riprendendo le sue “Lezioni di politica sociale” del 1944, che si sono già incontrate, si nota come egli,  figlio del suo tempo, intuì che una società pericolosamente lacerata da tensioni sociali e sperequazioni economiche di tipo monopolistico (privato o di Stato che esso fosse) non poteva che portare a soluzioni autoritarie o, peggio ancora, totalitarie. Ed allora, nella sua visione pluralista e dinamica della società saldamente incardinata sul principio di competizione, egli si soffermò con serenità e senza pregiudizi sul tema della solidarietà sociale disegnando i tratti di una solidarietà liberale che non solo non fosse incompatibile con le leggi dell’economia di mercato, ma che divenisse funzionale proprio allo sviluppo di un autentica società liberale. Lo Stato liberale, quindi, non solo deve garantire l’uguaglianza giuridica dei cittadini, ma deve anche intervenire per «avvicinare, entro i limiti del possibile i punti di partenza» e ciò non per tentare di realizzare il miraggio di una uguaglianza sostanziale, incompatibile con i principi liberali, ma per migliorare le opportunità dei più svantaggiati tramite: imposte progressive, tasse di successione sulle grandi eredità, assicurazioni contro gli infortuni, assegni familiari per i figli, pensioni di vecchiaia, servizi pubblici gratuiti e sussidi per i disoccupati che rappresentano i più importanti strumenti della politica sociale immaginata da Einaudi senza che nessuno abbia mai pensato di paragonarlo, per questo, ad un pericoloso “bolscevico”. Per Einaudi, dunque, i Liberali avrebbero dovuto essere senz’altro essere favorevoli ad una certa misura di “interventismo” dello Stato, tanto che egli stesso si augurava che per essi «bisognerebbe inventare un altro nome» rispetto a quello di Liberisti, «tanto il loro atteggiamento mentale è lontano dal laisser faire, laisser passer» (sempre in Liberismo e Comunismo, in “Nuovi Argomenti” – 1941).
Ma tutta questa costruzione einaudiana non sarebbe invero possibile senza un fondamentale motore propulsore: lo Stato di diritto. Lo Stato di diritto è tale, per Einaudi, perché vi è «l’impero della legge» (Memorandum, Marsilio 1994) che delinea e stabilisce vincoli «uguali per tutti, oggettivamente fissati e non arbitrari» (Prediche Inutili, Einaudi 1949). Pertanto il cittadino «deve ubbidienza alla legge; ma a nessun altro fuori che alla legge»; che deve quindi essere «una norma nota e chiara, che non può essere mutata per arbitrio di nessun uomo, sia esso il primo dello Stato» e non dovrebbe essere mutata ad libitum, ma solo quando la sua revisione va a «vantaggio del paese» (ancora Memorandum, Marsilio 1994). Ma per fungere alla sua funzione di regola del “gioco sociale” è necessario che la legge venga fatta osservare da «magistrati ordinari, indipendenti dal governo e posti al di fuori e al di sopra dei favori del governo» (ancora in Liberismo e Comunismo, Nuovi Argomenti” – 1941). Per questo fondamentale presupposto einaudiano corti e tribunali speciali, nonché giudici di eccezione, non devono e non possono esistere. Il solo magistrato ordinario, differenziato eventualmente per competenza, deve giudicare. E deve essere indipendente, nominato dal Capo dello Stato, giudicante in nome di esso, ma da esso indipendente così come dal potere esecutivo e da quello legislativo. Un paese nel quale i giudici non siano e non si sentano davvero indipendenti, i quali non siano chiamati a giudicare in nome della pura giustizia, se occorre, anche contro le pretese dello Stato, è un «paese senza legge, pronto a piegare il capo dinanzi al primo demagogo venuto, al tiranno, al nemico. Il presidio maggiore della libertà dei cittadini in Inghilterra, è l’indipendenza dalla magistratura……..I magistrati (…) facciano osservare contro chiunque, ricco, potente o povero, la legge quale essa vige, approvata dal parlamento o dal re e condannino chiunque la violi o pretenda di farsi legge del proprio arbitrio. E ciò facciano nonostante le raccomandazioni e le pressioni dei potenti, dei governi, dei prefetti, dei ministri, dei giornalisti e dei demagoghi».
In conclusione pare quanto mai opportuno guardare al paese di oggi e ricordare l’Einaudi liberale e l’Einaudi uomo di Stato, nella inscindibile commistione che le due figure ebbero nel progresso del nostro Paese e senza che questa riflessione debba necessariamente apparire come la “solita” retorica ammuffita sul passato che tanti evocano forse solo per la vergogna di doversi confrontare sui contenuti, e con le idee, che sono ancora oggi un viatico per una vera rivoluzione liberale nella nostra Italia.

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3 COMMENTI

  1. Bravo! Viva Einaudi, il vero Einaudi. Hai fatto bene a dire certe cose, del tutto ignorate da una vulgata diffusa ad arte (o meglio, per ignoranza,…) da certi sedicenti “iper-liberisti” fanatici che si abbeverano in realtà a fonti conservatrici e infatti si tradiscono definendosi anarco-capitalisti. E’ provinciale e sottoculturale la contrapposizione Croce-Einaudi. Noi siamo tutti crociani e einaudiani, ci mancherebbe altro. E siamo anche cavourriani. E perfino un po’ giolittiani e un pizzico gobettiani. Il Liberalismo ha tante armi logiche-dottrinali-storiche-dialettiche. Perciò possiamo dire il fatto suo a chiunque: perché siamo… poliglotti e ben armati! Perciò il Liberalismo ha vinto sempre laddove era garantita una paritaria battaglia tra le idee: perché grazie alle sue numerose e complementari interpretazioni culturali si è potuto misurare con grandi e antichissime Civiltà, grandi Paesi e grandi Problemi, con la povertà e l’aristocrazia, il potere dei Re e dei preti. E ha prevalso per le armi culturali che aveva. Tutte cose inesistenti negli Stati Uniti. E noi liberali europei e italiani viviano della nostra Storia, non di quella dell’Arizona o del Texas dove tutto è stato troppo facile, cominciando lì la Storia da zero. Noi qui non avevamo come negli Stati Uniti le terre incognite vuote di uomini e civiltà, ma avevamo tradizioni reazionarie e autoritarie dure a morire. Gli Stati liberali, quindi, hanno dovuto anche educare, spingere, diffondere “con ogni mezzo” e “a qualunque costo” il metodo e le idee liberali, tra popolazioni ignoranti e recalcitranti aizzate da borbonici, clericali, austriacanti. Altro che iniziativa ha uno Stato liberale! Vedi il grande, grandissimo Cavour. In quanto poi al consumismo ottuso e sfrenato agitato come stendardo da certi iperliberisti di oggi, ricordiamoci che in casa Einaudi si riparavamo le scodelle di legno con lo spago (cosa che neanche i poveri di allora facevano…), perché per i liberali lo spreco è un delitto e una cosa irrazionale. E grazie anche per aver citato la grande battaglia di Einaudi contro i monopoli, ripresa dal suo allievo migliore: Ernesto Rossi. Senza voler di nuovo citare le origini della crisi negli Usa (regole non rispettate), che mercato “libero” è quello intriso di monopoli, quello in cui l’offerta, cioè il monopolio dei produttori, prevale sempre sulla domanda? Einaudi diceva chiaramente che acquirenti e venditori devono essere sul medesimo piano. Ma così oggi non è, almeno in Italia. Einaudi oggi si rivolta nella tomba. E i difensori dello status quo oggi non sono i liberali ma i conservatori: difendono privilegi e monopoli dell’offerta di beni e servizi contro i cittadini-consumatori. Ciao, scusa la scrittura di getto.

  2. Grazie a Enzo e Nico i cui apprezzamenti mi serviranno da stimolo per il mio percorso di crescita liberale.

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