È iniziato il restauro della pompeiana Villa dei Misteri che interesserà per all’incirca 2 anni il suo intero apparato decorativo. Viene impiegata la strumentazione laser in via del tutto innovativa: è la prima volta che viene applicata a una superficie affrescata così estesa e importante.

È stata scelta una tecnologia che permette di preservare al meglio i delicati reperti, in modo da evitare l’utilizzo di agenti chimici e meccanici che potrebbero invece comprometterne delle sezioni. La Soprintendenza ha dunque stanziato a questo fine 900mila euro di fondi ordinari per riportare all’antico splendore la villa romana con le sue pitture e i suoi mosaici.

La villa sorge a 400 m circa a Nord-Ovest da Porta Ercolanese e si affaccia sulla via che conduce da Pompei a Ercolano, la via Superior. Il nome è dovuto ai celebri affreschi che ne occupano la sala del triclinio e che costituiscono degli esemplari tra i meglio conservati di tutta la pittura antica.

Essi sono tornati alla luce durante gli anni ’30 del XX secolo, assieme all’intero complesso a impianto quadrangolare che consta di una novantina di ambienti. Almeno 5 fasi costruttive si sono susseguite, come rivela la planimetria; gli affreschi del II stile sono da inquadrarsi nell’ampliamento per la trasformazione in villa suburbana augustea.

Ormai da August Mau (1840-1909) per convenzione si parla di stili, sebbene sia riconoscibile la sovrapposizione temporale e grafica dei vari schemi decorativi. È improprio per cui definire dei canoni ferrei e delle regole alla pittura romana (fine III secolo-I secolo d.C.). Ad ogni modo, faremo riferimento alla divisione nei 4 stili.

29 figure reali e mitologiche ad altezza naturale compongono le 10 scene del dipinto e prevalgono sui pochi elementi architettonici in prospettiva. Una scansione cronologica è conferita dalle lesene e dal fregio a meandri che incorniciano i momenti della narrazione sul rosso cinabro.

Una successione, parzialmente interrotta da 3 aperture, si snoda dal lato sinistro dell’ambiente tra colori vividi e toni smorzati. È questa l’opera di un esperto colorista, anche se a volte criticato, molto probabilmente campano che realizza accostamenti cromatici equilibrati e velature acquerellate con pennellate dense e sicure.

Egli prende spunto da un precedente archetipo ellenistico, ma poiché esso è stato perduto l’anonimo campano diventa l’unico fautore del ciclo innegabilmente molto peculiare. Numerosi studiosi hanno partecipato alla discussione riguardante questo “misterioso” fregio, in particolare in merito al suo significato recondito.

La supposizione più valida sembra essere quella che vede l’iniziazione ai culti misterici dionisiaci delle spose al matrimonio, e quindi non ai culti orfici. Compaiono infatti le nozze di Dioniso e Arianna, Silèno, ossia il maestro di Dioniso, accompagnato da un satirello e da una panìsca, e una baccante danzante.

Stupefacente è la donna atterrita, posizionata nell’angolo sinistro, che ha le gambe in tensione come in procinto di muoversi, vuole allontanare l’orrore con la mano sinistra e contemporaneamente coprirsi il volto con il manto stretto nella mano destra. Assiste nell’angolo adiacente all’iniziazione della fanciulla inginocchiata e vergata da un demone alato dalle fattezze femminili e reagisce come per sottrarsi alla visione dello spettacolo indecente.

© Rivoluzione Liberale

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