È una questione di regole. La forza delle regole sembra però essere minacciata dall’interpretazione insidiosa delle stesse regole. Anche i politici, non avendo delle idee chiare da presentare agli elettori, sembrano giocare a fare i legulei – nonostante l’invito del premier ad evitare “di ricominciare con i soliti giochi e giochini” – ognuno dei quali ha dire la propria rispetto alla vicenda del Cavaliere alla ricerca della “grazia” impossibile. Di certo è una guerra tra titani, tra giustizialisti e garantisti, e quella tra giustizia e politica sembra essere una sfida fino all’ultimo sangue che rischia di indebolire le istituzioni. In questo contesto, il Quirinale dichiara di rimanere “immune da tentativi di condizionamento” rispetto alle “intrusioni” nella vicenda dell’ex leader pidiellino. In particolare, il Capo dello Stato “si augura che non si eserciti su di lui, attraverso interpretazioni infondate e commenti intempestivi, una intrusione in una fase di esame e riflessione che richiede il massimo di ponderazione e serenità”. Il Quirinale scongiura, in pratica, ogni tipo di mossa eversiva da parte dei falchi di entrambi gli schieramenti, auspica una fase di riflessione e invoca la “serietà”.

I tre poteri, esecutivo, legislativo e giudiziario sono alla ricerca di un’identità più precisa: il governo è minacciato dalla labilità delle ‘larghe intese’, ora subordinate al rispetto della legalità; il Parlamento è svuotato delle sue funzioni primarie, prima fra tutte il dibattito politico costruttivo al servizio del Paese; la magistratura, infine, lascia trapelare delle dichiarazioni che mettono in pericolo il suo statu quo. Anche il presidente Napolitano sottolinea la necessità di “intervenire in maniera responsabile sulla giustizia. Bisogna mettere delle regole”. L’equilibrio dei poteri, e quindi i pesi e i contrappesi, sono minacciati da un serio squilibrio delle rispettive funzioni: ogni potere dovrebbe recuperare un proprio equilibrio contribuendo così al ripristino dell’equilibrio generale.

In quest’ottica una riforma della giustizia, invocata dallo stesso Capo dello Stato, appare urgente e necessaria. Ma come può un potere ‘diviso’ imporre ad un altro potere alquanto compatto una “riforma” contro la volontà di quest’ultimo? Le dichiarazioni trapelate negli ultimi giorni dimostrano l’esistenza di una volontà di ferro della magistratura che la rendono difficilmente scardinabile: si tratta di un potere molto forte ed unito che difficilmente accetta di farsi riformare. Il Parlamento dovrebbe quindi recuperare a tutti gli effetti la sua funzione di discussione pubblica al servizio del Paese: il Parlamento è l’ago della bilancia di un sistema liberal-democratico, è il primo garante della libertà dei cittadini.

 Frugando in tutta la storia non si troverà un solo esempio in cui la magistratura chiamata a definire le fila con anima indipendente sia, in un modo o nell’altro, condizionata da certi ‘conflitti di interessi’. Forse la magistratura è l’unico potere stabile del nostro sistema Italia; tutti gli altri poteri, a cominciare da quello politico-parlamentare e governativo sono, in realtà, poteri che traballano e difficilmente un potere forte accetterà di farsi riformare da poteri più deboli. Forse sarà raggiunta un po’ più di efficienza per quanto riguarda i tempi della giustizia civile ma per quanto riguarda invece la separazione delle carriere, l’auspicabile trasformazione del ruolo del pubblico ministero, la revisione dei meccanismi di funzionamento del Csm, un eventuale cambiamento dei criteri di reclutamento e di promozione dei magistrati (eccetera), in sostanza la strada di un eventuale “riforma della giustizia” è ancora molto lunga e tortuosa.

La separazione dei poteri – uno dei pilastri fondamentali dello Stato di diritto e uno dei principi necessari per l’esercizio della libertà – perde il suo smalto; la separazione è come offuscata da poca chiarezza istituzionale, su tutti i fronti. Come può un magistrato chiamato a giudicare e a fare chiarezza, chiamato a fare quindi da contrappeso, perdersi tra le righe di un intervista per poi magari smentirla  – o incolpare la testata di “aver manipolato il testo” – e quindi decapitare il proprio potere privandolo del peso necessario a fare da garante? Afferma Montesquieu: “Quando nella stessa persona, o nello stesso corpo della magistratura, il potere legislativo è unito al potere esecutivo, non esiste libertà […] E non vi è libertà neppure quando il potere giudiziario non è separato dal potere legislativo o da quello esecutivo. Se fosse unito al potere legislativo, il potere sulla vita e sulla libertà dei cittadini sarebbe arbitrario: poiché il giudice sarebbe il legislatore. Se fosse unito al potere esecutivo, il giudice potrebbe avere la forza di un oppressore. Tutto sarebbe perduto se un’unica persona o un unico corpo di notabili […] esercitasse questi tre poteri: quello di fare le leggi, quello di eseguire le risoluzioni pubbliche e quello di punire i delitti o le controversie dei privati”.

Il progetto morale e politico di Montesquieu, dal quale dipende il libero dispiegarsi di una politica moderna, è finalizzato alla strutturazione di un sistema di leggi che, nelle condizioni storiche date, produca il massimo di libertà anche se tale libertà risiede, prima di tutto, nella sicurezza dell’imperio della legge che dovrebbe essere uguale per tutti. In questo contesto violare la libertà di ogni cittadino è di certo cosa non giusta; formulare e far eseguire ‘leggi ad personam’ è di certo cosa non giusta ma anche abusare del proprio potere è di certo cosa non giusta.

Per contrastare ogni tipo di abuso occorre far sì che “il potere arresti il potere” nella maniera più equa possibile. Per contrastare lo ‘squilibrio di potenza’ l’unico rimedio è un sano rafforzamento del potere politico in termini di sana autorità. È auspicabile il ritorno della Politica con la P maiuscola che dovrebbe tornare a svolgere, seriamente, il proprio ruolo di strumento-guida al servizio del Paese e non in termini demagogici, quindi senza farsi troppa pubblicità. Occorre concentrarsi su provvedimenti che possano ripristinare la forza e la legittimità del sistema politico, il quale più che essere un potere dovrebbe drenare il potere. La “riforma della giustizia” è per molti versi una ‘riforma difficile’ ma il sistema politico dovrebbe iniziare a dare l’esempio mettendo in atto una seria riforma costituzionale che renda più efficace l’azione dei governi e più garantista l’azione parlamentare. È necessario inoltre un netto cambio di mentalità per quanto riguardo le modalità di finanziamento dei partiti (il provvedimento relativo al finanziamento pubblico dei partiti slitterà molto probabilmente a settembre) che dovrebbero tornare ad essere dei veri e propri laboratori di idee – in grado di affermarsi sul piano culturale, morale e valoriale, oltre che economico e politico – più che essere costruttori di leader di plastica. È necessaria infine una netta riduzione delle rendite politiche, sia a livello nazionale sia a livello locale, perché anche i costi della politica rappresentano un problema ancora irrisolto, come la riforma della legge elettorale.

Occorre essere concentrati sulle politiche proprio quando lo scontro nella politica si fa incandescente: è questa la vera assunzione di responsabilità anche se “che non sarebbe stato facile lo sapevamo fin dal principio. Vent’anni di confronto durissimo e muscolare lasciano segni e ferite”, sottolinea il premier in un tweet. Gli italiani “capiscono che non c’è alternativa. Non a questo governo, ma alla necessità, per una volta, di mettere da parte le contrapposizioni e le viscere per avere stabilità e far sì che la politica torni ad essere quello che è per definizione: la cura della cosa pubblica, dell’interesse generale, del bene della comunità”. Dato che “le riforme sono improcrastinabili”.

Se è vero che lo “Spirito delle leggi” rispecchia l’anima dell’insieme di norme che regolano le relazioni umane nelle diverse società, non è possibile valutarlo in base ad uno schema di principi dotati di validità assoluta, ma ne va chiarita, caso per caso, la dinamica interna, facendo uso di criteri costanti riconducibili all’esprit général che dovrebbe rappresentare il collante, il tessuto connettivo di un sistema giuridico ‘razionale’: l’esprit général non è un principio naturale e statico ma storicamente dinamico (e quindi liberale) di cui ogni legislatore (o giudice) deve tener conto.

Come auspica Montesquieu, occorrerebbe esaminare l’intreccio delle forze (a partire dal conflitto di interessi) che agiscono in una determinata società storica per scoprire coerenze e discordanze delle istituzioni e delle leggi rispetto alla loro essenziale necessità, al loro ‘esprit’. Nella situazione storica in cui le leggi si dimostrano troppo distanti dall’esprit général, fino a rivelarsi ‘irrazionali’, è necessario individuare la natura e le ragioni dell’errore: quando il principio si corrompe anche le migliori leggi diventano distruttive e occorre ripristinare l’equilibrio nell’interesse generale. Il principio della democrazia, ad esempio, si corrompe quando la nazione perde lo spirito di uguaglianza o lo interpreta arbitrariamente. La stabilità (e l’agognata credibilità) di uno Stato (e di un governo) non può prescindere, in fondo, dalla coerenza delle sue leggi.

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