La mostra Manet: ritorno a Venezia offre a Édouard Manet (1832-1883) di ritornare per la terza volta nella sua amata città. Fino al 18 agosto Palazzo Ducale ospita la retrospettiva del maestro analizzando per la prima volta in un’esposizione il suo rapporto con Venezia.

Una ottantina di opere tra oli, disegni e incisioni, scandite in 9 sale a cui corrispondono 9 sezioni tematiche che analizzano le influenze ricevute da Manet sulla propria pittura: Le Italie de Manet, I destini di Venere, Nord/Sud (Nature Morte), Solitudine di Gesù, Una Spagna molto ibrida, Tra musica e teatro, Parnaso contemporaneo, Manet pittore della società, Il mare all’infinito.

I pannelli rossi e viola impiegati lasciano spazio ai soffitti quasi sempre riccamente ornati dell’Appartamento del Doge al primo piano, tanto da inserire fin da subito le opere esposte in un contesto adatto.

L’opportunità di visitare pezzi d’arte raramente riuniti assieme e trasferiti in particolare dal Musée d’Orsay è assolutamente da cogliere. È da riconoscere sicuramente il taglio innovativo della mostra, benché la relazione che intercorre tra Édouard Manet e la città lagunare sia innegabile e riconosciuta dalla critica da lungo tempo.

La direzione scientifica ad opera di Guy Cogeval e Gabriella Belli e la curatela di Stéphane Guégan sono buone e creano un percorso organico e rigoroso in modo del tutto contenuto. Il confronto, in alcuni casi piacevolmente scontato, si presenta essere la carta vincente e il motivo di lunghe contemplazioni. La pecca: manca dove sedersi, se non nell’ultima sala.

Estremamente significativi per Manet sono stati i viaggi in Italia nel 1853, nel 1857 e nel 1874, due dei quali l’hanno condotto a Venezia. Egli ha potuto studiare dal vero i capolavori artistici di Roma, Venezia e Firenze, secondo la migliore tradizione. Nella capitale della Serenissima ha conosciuto da vicino i coloristi veneziani Tintoretto, Veronese, Lotto, Carpaccio e soprattutto Tiziano a cui rimarrà sempre legato.

Colui da cui gli Impressionisti traggono inspirazione ed esempio e che ha rinunciato alla prospettiva e al chiaroscuro, riformatore dei codici formali non sempre apprezzato, istitutore dell’en plein air, si presenta nella prima sezione in una formazione dal sapore italiano con la  scandalosa Déjeuner sur l’herbe (1863-1868 ca.), purtroppo in copia e dai lineamenti dei personaggi meno dettagliati. Ha poi luogo il mirabile confronto tra la Venere di Urbino di Tiziano e l’Olympia di Manet; la bellezza estatica della prima è a confronto con il corpo acerbo e sgraziato della seconda.

Procedendo nella Sala degli Stucchi, si conosce il Manet pittore di nature morte che segue la scuola nordica (olandese), francese e italiana, alla cui fine si preannuncia attraverso due scene sacre il genere del blocco successivo. Cristo e la sua Passione sono rappresentati dall’inedito Cristo dolente, dall’acquerello Cristo morto con angeli e dal criticato Cristo insultato dai soldati.

L’ammirazione per Velásquez, Goya ed El Greco emerge nel viaggio in Spagna del 1865 e ci regala la minuta e sensuale ballerina Lola Melea e Le fifre (“Il piffero”). La sesta sezione tratta il rapporto dell’artista con la cultura e la società e vi è il Balcon affiancato alle Due Dame di Carpaccio, per quindi trovare nella settima Il ritratto di Zola in un confronto con Gentiluomo nello studio di Lorenzo Lotto. Finalmente Manet nel ’79 diventa di successo e a fine mostra si completa il suo ritorno con la luminosa Veduta di Venezia, accompagnato dal suo legame con l’acqua.

Un pittore sempre vicino alla storia e all’attualità che non ha paura di denunciare anche quando scomoda, anche quando la bella da rappresentare è una comune prostituta. Imperterrito egli procede fino alla morte avvenuta tra la depressione e la paralisi degli arti inferiori.

© Rivoluzione Liberale


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